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DEEP PURPLE Discografia

La primissima formazione dei Deep Purple nasce nel 1967 per interessamento dell'organista John Lord. A lui si uniscono il chitarrista Ritchie Blackmore, il cantante Rod Evans, il batterista Ian Paice ed il bassista Nick Simper. Shades Of Deep Purple (1968 - ***) è un esordio di discreto livello all'insegna di un pop simil psichedelico. Non mancano cover di brani famosi come Hey Joe di Billy Roberts o Help! dei Beatles, ma il successo arriva con l'energizzante cover di Hush di Joe South, che ancora oggi è uno dei singoli più celebri della band.

Un po' meno di psichedelia ed un po' più di progressive caratterizzano il successivo The Book Of Taliesyn (1968 - **1/2), un disco che ha probabilmente la pecca di essere meno fresco dell'esordio. Il brano forte in scaletta è la cover di Kentucky Woman di Neil Diamond, mentre i Deep Purple si dimostrano ancora una volta molto acerbi come autori, preferendo cimentarsi in pasticci che mischiano Beethoven con i Beatles ed Ike Turner.

Il primo periodo della band si chiude con il pessimo Deep Purple (III) (1969 - **), che ancora di più spinge sul versante progressive. Si tratta di un album dal sound estremamente datato.

Evans e Simper vengono avvicendati rispettivamente da Ian Gillan e Roger Glover per quello che diverrà il celebre "Mark II" della band. Il primo atto della nuova formazione è l'ambiziosissimo album dal vivo (di soli inediti) Concerto For Group And Orchestra With The Royal Philarmonic Orchestra (1970 - **1/2), che apre la strada a tutta una serie di infelici esperimenti che cercano di mischiare rock e partiture classiche. Ecco a voi come uccidere il rock n'roll, oltraggiando contemporaneamente la musica classica.

 Le intuizioni del nuovo arrivato Glover e di Ritchie Blackmore fanno cambiare decisamente genere al gruppo. E' l'hard rock il nuovo habitat dei Deep Purple ed il possente Deep Purple In Rock (1970 - ****) ne inaugura in pieno la stagione.

I ritmi vertiginosi di Speed King e le urla estatiche di Gillan nella chilometrica Child In Time sono il biglietto da visita di un album che può contare anche su qualche altro bel brano (Into The Fire, Living Wreck, soprattutto Hard Lovin' Man), ma anche su qualche riempitivo di troppo. Mezzo voto in più per la bellissima copertina: una delle icone del rock ‘70s più conosciute nel mondo.

Formula che piace non si cambia, ma Fireball (1971 - ***1/2) risente forse dell'eccessiva fretta nell'assemblaggio. La title track e Demon's Eye mettono in mostra due riff indimenticabili, ma il meglio forse è rappresentato dai cambi di atmosfera della splendida Fools. Come per molti altri album del periodo la scaletta viene impoverita dalla scelta di fare uscire alcuni pezzi forti soltanto come singoli (Black Night, Strange Kind Of Woman).

Machine Head (1972 - ****1/2) è il capolavoro assoluto del Mark II. Ovviamente è impossibile non citare il riff potentissimo del singolo Smoke On The Water (ispirato ad un famoso incendio avvenuto all'interno del Casinò di Montreux durante un'esibizione dei Mothers Of Invention), o il tour de force di Space Truckin', ma sono proprio i brani "minori" a rendere particolarmente appetitoso il disco: dalla bella chiave melodica di Lazy, al triturante giro di basso di Maybe I'm A Leo, fino agli splendidi lidi di Never Before. Nell'iniziale Highway Star, Ian Gillan mostra tutte le eccezionali qualità acrobatiche della propria ugola.

Il gruppo ritratto nel leggendario doppio dal vivo Made In Japan (1972 - *****) è semplicemente in uno stato di grazia senza pari. I Deep Purple allungano i brani, li trasfigurano ed affrontano senza paura anche i momenti tecnicamente più complicati. Molti passaggi sono fatti ad arte per chiamare l'applauso dell'incredulo pubblico di Osaka, ma le esibizioni rimangono comunque scolpite nella leggenda del vero hard rock. Peccato solo per la decisione, comunissima all'epoca, di registrare The Mule, cioè un noiosissimo assolo di batteria. Ian Paice non aveva certo bisogno di questi facili fuochi artificiali per dimostrare tutta la propria notevole classe.

Il Mark II si disintegra con l'opaca prova intitolata Who Do We THink We Are? (1973 - **1/2), che nemmeno la bella Woman From Tokyo riesce a salvare. Glover e Gillan se ne vanno sbattendo la porta e vengono sostituiti da Glenn Huges (ex bassista e cantante dei Trapeze) e dal cantante principale David Coverdale, una sorta di clone di Robert Plant con maggiore potenza vocale, ma minori finezze interpretative.

Il Mark III, tra lo scetticismo generale, consegna alla storia subito un gran bel disco. I Deep Purple di Burn (1974 - ***1/2), sono una band più legata al blues rispetto al recente passato, merito dei nuovi innesti, che accrescono l'anima negroide della formazione. La title track è una delle dieci canzoni irrinunciabili degli anni '70, ma ci sono diversi altri momenti alti, tra cui Mistreated.

L'errore, se così si può definire, è quello di fare uscire subito un seguito a Burn. Stormbringer (1974 - ***) non ne ha di certo l'autorevolezza e diminuisce ulteriormente gli ingredienti hard presenti nella ricetta. La title track è un classico minore della band e la ballata strappalacrime Soldier Of Fortune rimarrà per sempre il brano più conosciuto del Coverdale autore, andando ad anticipare certe "sdolcinature" dei suoi Whitesnake.

 

California Jamming (1974 - **1/2) è un live album su singolo cd in cui la scaletta è rappresentata da brani molto lunghi e con frequenti accenni blues. Ritchie Blackmore è il vero grande protagonista di questo lavoro che è facile trovare in offerta nei mercatini di cd.

I contrasti tra Blackmore da una parte ed il duo Glenn Huges / John Lord dall'altra provocano l'allontanamento del primo, che darà un contributo fondamentale alla nascita del moderno heavy metal, fondando i Rainbow con Ronnie James Dio. Il posto di Blackmore viene preso dall'americano Tommy Bolin, musicista che asseconda perfettamente gli estri funk rock di Huges. Molti oggi tendono a rivalutare l'insuccesso di Come Taste The Band (1975 - **), ma io mi chiedo come si faccia. Il suono di questo album è molto più raffinato ed interessante degli album storici dei Deep Purple, ma le canzoni dove sono? Certo la sola Dealer non basta a salvare il Mark IV dal naufragio. Il gruppo si scioglie nella generale indifferenza e pochi si accorgeranno, l'anno seguente, della tragica morte per overdose di Tommy Bolin.

La bontà tecnica di questa singolare formazione della band viene testimoniata dal discreto doppio dal vivo Made In Europe (1976 - ***), in cui risplendono soprattutto i brani del periodo Coverdale / Huges.

Con una delle reunion più clamorose della storia del rock (quando ancora non usava), il Mark II (Gillan, Glover, Blackmore, Paice, Lord) torna in pista per realizzare la bella prova di Perfect Strangers (1984 - ***1/2), un'oasi di classic hard rock nel Sahara del glam metal imperante in quegli anni. Ai consueti ingredienti di inizio anni '70, la band questa volta aggiunge il recupero di un certo gusto prog rock mutuato dai Rush; lo testimoniano i tappeti di tastiere della bellissima title track. Da non dimenticare poi la formidabile Knocking At Your Back Door.

I continui litigi tra le personalità forti di Ritchie Blackmore e Ian Gillan (le due facce più conosciute dai fans), provocano l'insuccesso di The House Of The Blue Light (1987 - **1/2). I singoli Bad Attitude e Call Of The Wild non riescono a bissare il successo di Perfect Strangers e, per inciso, nemmeno vedono col binocolo quello del coevo disco dei Whitesnake del vecchio amico Coverdale. Neanche il successivo doppio dal vivo Nobody's Perfect (1988 - **) riesce ad invertire la tendenza, che porta inevitabilmente ad un nuovo scioglimento.

Invece Blackmore riesce a convincere gli altri a fare fuori il solo Ian Gillan. Il nuovo cantante è un certo Joe Lynn Turner, ma in pochi se ne ricorderanno, così come del disco più brutto del gruppo: Slaves And Masters (1990 - *).

La paziente opera di mediazione di Roger Glover e Ian Paice, riporta Ian Gillan nella formazione dei Deep Purple. The Battle Rages On (1993 - ***) è album di dignitoso livello, soprattutto grazie alla bella title track ed alla consueta maestria di Ritchie Blackmore negli assoli di chitarra. Il successivo album dal vivo Come Hell Or High Water (1994 - *1/2) risente invece di una produzione pessima e del calo di forma delle corde vocali di Gillan. Paurosa la regressione sulle note vertiginose di Child In Time.

Ritchie Blackmore sbatte la porta e lascia i Deep Purple alla ricerca di un nuovo chitarrista con le date di un tour americano già fissate da tempo. All'inizio il posto viene preso da Joe Satriani, che però si scopre sul campo troppo "esuberante" per le necessità della band. Viene quindi reclutato il prog rocker Steve Morse, che darà finalmente la stabilità tanto agognata ai Deep Purple.

Perpendicular (1996 - ***) è un nuovo promettente inizio, con un sound molto più "americano" rispetto al passato e buone canzoni come Ted The Mechanic, Cascades / I'm Not Your Love e soprattutto Sometimes I Feel Like Screaming.

Il doppio dal vivo Live à l'Olympia '96 (1997 - ***), registrato nel famoso tempio del rock parigino, evidenzia la grande tecnica di Steve Morse e le condizioni di forma, tornate accettabili, delle corde vocali di Ian Gillan. Ovviamente i momenti migliori sono riservati al repertorio storico (su tutte una bella resa di Black Night).

Abandon (1998 - **) è un nuovo passo indietro. Il gruppo sembra stanco e problemi di salute dello storico tastierista John Lord (morto nel 2011) sembrano certificarne la prossima fine.

Ormai i Deep Purple riservano le energie migliori ai tour ed ai conseguenti dischi dal vivo. Total Abandon (1999 - ***) è l'ennesimo doppio di buon livello. "Made In Australia"? Più o meno.

John Lord lascia il gruppo per essere sostituito da Don Airey. Bananas (2003 - **1/2) e Rapture Of The Deep (2006 - **1/2) sono due album in studio, dal simile mediocre livello, che sottolineano la nuova leadership di Steve Morse sul glorioso combo britannico.

Sono prodotti gemelli anche i due album dal vivo In Concert With The London Symphony Orchestra (2000 - ***) e Live At Montreux (2011 - **). Entrambi con pomposi arrangiamenti orchestrali che vorrebbero rinverdire (si fa per dire) i fasti dei Deep Purple "progressivi" di fine anni '60. Tra i due si lascia preferire il primo per l'ospitata di Ronnie James Dio, una voce invecchiata molto meglio di quella di Ian Gillan.

Now What?! (2013 - **1/2) è la prima fatica in studio dei Deep Purple dal 2006. Questa volta segna l'incontro con il famoso produttore Bob Ezrin (Meat Loaf, Alice Cooper, Pink Floyd). Il rock laccato tipico di quest'ultimo è facilmente riconoscibile in certe soluzioni sonore ricche di tastiere (A Simple Song, Uncommon Man, All The Time In The World).  

Altrove si emulano purtroppo i Led Zeppelin di In Through The Out Door (Above And Beyond) o certi classici del metal britannico (Vincent Price). Poche volte la band azzecca la veste sonora giusta (Out Of Hand, Hell To Pay). Tutto sommato l'ennesima grossa delusione.

  Per tenere "caldi" i fans i Purple fanno uscire addirittura due tripli dal vivo (2 cd + 1 dvd) in contemporanea. Tra i due album, .....To The Rising Sun In Tokyo (2015 - **1/2) si fa leggermente preferire a From The Setting Sun....In Wacken (2015 - **).
Piccole sfumature, relative soprattutto alla scelta di non eseguire troppi classici nel secondo album. Resta il fatto che i due Ian, che tanto hanno dato alla causa passata dei Deep Purple, sono assolutamente da pensionare. Il suono è poi ormai anacronistico e legato irrimediabilmente ad un preciso momento storico.
Infinite (2017 - ***) viene annunciato come l'ultimo album della carriera dei Deep Purple. Si tratta di un solido disco di hard rock anni '70, che nemmeno la produzione di Bob Ezrin riesce a rendere meno asciutto. Time For Bedlam e The Surprising riecheggiano ancora una volta di piccoli e devo dire gradevoli accenni progressivi, ma c'è spazio anche per belle intuizioni pop (il singolo One Night In Vegas) e per la grinta di On Top Of The World.  

E' invece piuttosto moscia la cover di Roadhouse Blues dei Doors, che chiude la scaletta. Tutto sommato i Deep Purple lasciano le scene con estrema dignità e perfino il tanto criticato Ian Gillan si dimostra ancora all'altezza della situazione, pur evitando giustamente le vecchie acrobazie vocali.

 

 Lorenzo Allori