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DAVID CROSBY - Discografia

David Crosby (classe di ferro 1941) è già una star di livello internazionale quando decide di intraprendere la sua carriera solista. E' stato il cantante principale dei Byrds, dai quali venne allontanato perché contrario alla svolta country rock preparata da Roger McGuinn e poi il successo si è dimostrato ancora più travolgente con le esperienze dei supergruppi CS&N e CSN&Y.

 If I Could Only Remember My Name (1971 - ****) si divide con Blows Against The Empire di Paul Kantner, il titolo di disco simbolo della lenta decadenza commerciale dell'acid rock californiano. Benché facente parte della scena folk rock di Los Angeles, Crosby ha sempre dimostrato grande interesse per il folk psichedelico che si stava sviluppando parallelamente in quel di San Francisco.

In questo esordio sfilano infatti i Grateful Dead ed i Jefferson Airplane quasi al completo e David sciorina le sue ballate elettro-acustiche senza paura. Pochi autori sono immediatamente riconoscibili come il tricheco, con brani dall'arrangiamento cangiante e difficile, eppure facilmente memorizzabili. Il resto lo fa la voce di David, una delle più belle della storia del rock. Music Is Love, The Cowboy Movie, Laughing (insieme a Triad il vero motivo del suo litigio con i Byrds) ed Orleans sono così consegnate all'eternità.

CSN&Y hanno sempre avuto una netta suddivisione in due coppie, evidentissima nei loro concerti. Nessuno può raggiungere il feeling vocale di David Crosby e Graham Nash, mentre i duelli chitarristici tra Stephen Stills e Neil Young hanno fatto epoca. Naturalmente diventa l'inglese Nash il partner preferito di Crosby fuori dal suo gruppo principale. Graham Nash - David Crosby (1972 - ***1/2) è un piccolo gioiello assolutamente da mandare a memoria. Sicuramente meno spericolato di If I Could Only Remember My Name, ma di una cristallina bellezza folk che ammalia. Crosby è già pesantemente invischiato nella dipendenza da stupefacenti e dunque sono le composizioni di Nash a risaltare maggiormente (Immigration Man, Southbound Train), anche se Page 43 è una zampata niente male da parte del leone (marino) ferito.

Wind On The Water (1976 - ***) doveva suggellare la storia del cantautorato californiano, ma la presenza di grandi ospiti (tra gli altri, Carole King, James Taylor, Danny Kortchmar e Jackson Browne) non riesce ad invertire più di tanto un esito artistico evidentemente penalizzato da canzoni non all'altezza. Anche nei momenti di magra però i due cavalieri tirano fuori dal cilindro il prodigioso medley Critical Mass / To The Last Whale.

Ancora peggio è Whistling Down The Wire (1976 - **), che è realizzato in modo smaccato con scarti dell'album precedente. La vicenda artistica del binomio con Graham Nash è arrivata al capolinea.

C'è però ancora il tempo per uno storico album dal vivo, registrato da vari concerti dell'epoca ed in particolare dalla data londinese del 1976. Crosby / Nash Live (1977 - ***) testimonia, peraltro fuori tempo massimo, la fine della grande stagione del cantautorato west coast. Inaspettatamente Crosby è in ottima forma e trascina la platea con belle versioni di The Lee Shore, Dejà Vu e Page 43. Comunque per godere meglio della magia vocale di Crosby e Nash dal vivo è meglio rivolgersi ad Another Stoney Evening (***1/2), uscito solo nel 1998, ma riferito ad un concerto completamente acustico del 1971.

Dopo una serie interminabile di eccessi e di problemi di salute (anche un trapianto di fegato), nessuno si aspetterebbe un rientro in scena da parte di Croz. Invece esce ad un certo punto (dopo ben 18 anni dall'esordio solista) Oh Yes I Can (1989 - **1/2), album di pop banalotto, che vede schierati tanti bei nomi della scena musicale (Michael Hedges, Graham Nash, Mike Finnigan, Steve Lukather, James Taylor, Jackson Browne, Jim Keltner). Una parata di stelle impressionante, che però produce una sola canzone veramente degna di nota: Drive My Car. Questo periodo della carriera di David, che appare invero sempre un po' a corto di fiato, è documentato anche dall'album dal vivo King Biscuit Flower Hour (**1/2), uscito nel 1996, ma riferito proprio al tour del 1989.

A questo punto Crosby incontra Phil Collins e ne nasce uno dei connubi più discussi degli anni '90. Collins produce il pessimo Thousand Roads (1993 - **) ed è il primo responsabile della realizzazione del terribile singolo Hero (quanta retorica sprecata!), però ha anche il merito di far circolare nuovamente il nome di David, di fargli tornare la voglia di cantare e di presentargli il formidabile chitarrista Jeff Pevar.

It's All Coming Back To Me Now (1994 - ***) è un buon live album, caratterizzato da un recupero del vecchio repertorio, dalla presenza di una band stellare (ancora con Collins e Pevar) e dalla carismatica voce dell'ospite Chris Robinson (Black Crowes). Da brividi la versione qui contenuta del classico griffato CS&N Wooden Ships.

David incontra uno dei suoi tanti figli non riconosciuti sparsi sul globo terrestre. Si chiama James Raymond ed è un eccellente pianista, emule di Bruce Hornsby. Nasce così il notevole progetto Crosby, Pevar & Raymond. CPR (1998 - ***1/2) è il miglior album di Crosby da decenni. Contiene una commossa dedica a Jim Morrison (Morrison appunto) ed altri pezzi notevoli del livello di Rusty And Blue, Little Blind Fish e Yesterday's Child.

Il gruppo CPR va a mille soprattutto dal vivo, trascinato dalla verve di Raymond e dagli straordinari assoli di Jeff Pevar (in quel momento, a mio parere, uno dei migliori chitarristi del mondo). Ecco perché Live At The Wiltern (1998 - ****) è un piccolo evento. Purtroppo questo doppio è da tempo fuori catalogo, ma se riuscite a reperirlo troverete versioni da brivido di Eight Miles High ed Almost Cut My Hair.

Just Like Gravity (2001 - **1/2) segnala per la prima volta la nuova tendenza bulimica di Crosby. Proprio colui che ci metteva 18 anni per fare uscire il secondo album solista, inizia a riempire i propri album di canzoni su canzoni. Questo disco pone fine alla stagione dei CPR e lo fa nel modo peggiore possibile. Soltanto tanta noia ed una cocente delusione.

Ancora una volta esageratamente lungo è il doppio che testimonia la reunion con Graham Nash (sono sempre della partita James Raymond e Jeff Pevar). Crosby & Nash (2004 - ***) alterna buone cose (Jesus Of Rio, Don't Dig Here), ad altre sul livello dell'ultimo album dei CPR. L'aspetto che fa riflettere è che, pur in presenza di due songwriter del livello di Crosby e Nash, la maggior parte delle canzoni è scritta da James Raymond. Non un bel segno direi.

Dopo ancora numerosi anni di attesa, esce un nuovo lavoro griffato David Crosby al 100%. Si intitola Croz (2014 - ***1/2) ed allinea diverse buone cose. Certo la musica di Crosby è oggi molto più placida ed ordinaria rispetto a quella rivoluzionaria di un tempo, ma quella voce lì non prende prigionieri, anche ben oltre le settanta primavere. 

 

 
Nel disco suonano Mark Knopfler (nel singolo What's Broken) ed ancora una volta James Raymond. The Clearing, Radio e Find A Heart stanno di diritto nel miglior repertorio del baffuto tricheco. Croz è il ritorno di un artista ancora vitale, nonostante tutto quello che ha passato nella sua vita.
  Penalizzato esclusivamente da una qualità di registrazione buona e nulla più, nel 2014 viene immesso sul mercato l'eccellente Live At The Matrix, December 1970 (2014 - ****) che vede il tricheco impegnato in un concerto meraviglioso in un piccolo club.

Grazie alla presenza di ben tre membri dei Grateful Dead (Jerry Garcia alla chitarra, Phil Lesh al basso e Mick Hart alla batteria), in questo live viene privilegiata la parte più psichedelica della musica di David. Le canzoni vengono dilatate a dismisura, raggiungendo in quattro casi un minutaggio praticamente in doppia cifra. Jerry Garcia è in grande forma e la sua chitarra sembra letteralmente librarsi in volo in Motherless Children, nella "deddiana" Bertha o nell'estatica e conclusiva Laughing. Crosby invece in questo caso non ha una voce impeccabile, ma la forza delle interpretazioni lascia da parte ogni tipo di perplessità o obiezione.

 Lighthouse (2016 - **1/2) testimonia che il vecchio tricheco è ancora voglioso di produrre nuovi album, anche se pone dubbi sulla sua vitalità artistica. La materia trattata è un pop raffinato e cristallino nel quale, dopo anni, risalta la chitarra acustica dello stesso Crosby. La voce poi è la solita, ma le canzoni proprio non riescono a scaldare il cuore.

Piacciono l'arrangiamento jazzistico di The City, o le delicate orchestrazioni di Paint You A Picture, il succo del disco è però purtroppo legato alla soffice ed impalpabile materia di cui è composto il singolo Things We Do For Love. Capisco che dopo tanti anni, vissuti anche pericolosamente, il rock possa annoiare; non comprendo però perché non avvenga altrettanto nei confronti di questo tipo di pop sdolcinato. Peraltro pure su questo versante Crosby aveva già abbondantemente dato in passato.

  Lorenzo Allori