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GOMEZ - Discografia

  Gomez - DISCOGRAFIA
 

Ian Ball (chitarra e voce), Paul Blackburn (basso), Tom Gray (basso, chitarra, tastiere e voce), Ben Ottowell (chitarra e voce) e Olly Peacock (batteria) fondano i Gomez nell’Inghilterra della seconda metà degli anni ’90, quella in cui il fenomeno brit pop sta dando gli ultimi colpi di coda. Il gruppo ha diverse frecce al proprio arco che lo fanno risaltare in una scena musicale al solito molto ricca. Peacock è batterista fantasioso e molto dotato, Ball (il leader riconosciuto della band) ha una scrittura molto particolare, Ottowell sfodera una voce roca veramente strabiliante, mentre Gray ha un talento autentico per gli arrangiamenti e per scovare strumenti inconsueti.

 L’esordio si intitola Bring It On (1998 - *****) ed a tanti anni di distanza resta un disco magico, sorprendente ed attualissimo. I Gomez fanno il verso al Beck più melodico nei singoli 78 Stone Whobble e Get Myself Arrested, omaggiano le ballate omicide di Nick Cave con l’iniziale Get Miles, esplorano l’elettronica vintage in Whippin’ Piccadilly, il rock psichedelico anni ’60 in Tijuana Lady, suonano blues divinamente negli oltre dieci minuti di Rie’s Wagon, citano lo stile di Crosby, Stills & Nash nella struggente ballata Free To Run.
 

Ogni canzone ha particolari inattesi e gradevoli, dal banjo elettrificato che guida la divertente Love Is Better Than A Worm Trombone, agli arrangiamenti jazzati di Make No Sound e Bubble Gum Years. Su tutto e tutti spiccano i cambi di tempo della corale ed acustica Here Comes The Breeze. Ci si concede anche il lusso di chiudere con un brano strumentale di pura elettronica ambient (The Comeback).

Dopo un esordio di questo calibro c’è molta attesa per il seguito. Liquid Skin (1999 - ****) conferma il talento del quintetto, che però inizia a diventare autoreferenziale in modo inquietante. Come altrimenti giudicare la dichiarazione di intenti in salsa dub intitolata Revolutionary Kind? Il disco funziona quando il gruppo rinuncia ad essere prolisso (come purtroppo avviene nelle deludenti Rosalita e California). I gioielli si chiamano Blue Moon Rising (cantata da Tom Gray con più di un rimando ai Creedence Clearwter Revival), la spagnoleggiante Las Vegas Dealer, la bellissima ballata con archi We Haven’t Turned Around (che sarà anche un buon successo di classifica) e soprattutto i due convincenti brani soul intitolati Rhythm & Blues Alibi e Devil Will Ride. La rockeggiante Bring It On rinverdisce la gloriosa tradizione delle title track che stanno nell’album sbagliato (Zappa docet).

Machismo (2000 - **) è un curioso ep che cerca di aumentare il disorientamento degli ascoltatori. Touchin’ Up è una canzone che potrebbe uscire dritta dalle sessions di The Aftermath degli Stones, i tredici minuti di The Dajon Song sono più “Sonic Youth” dei veri Sonic Youth. Poi ci sono tre altre canzoni orribili, di cui l’apice è senz’altro la danzereccia title track.

Quando già molti si interrogano sul reale spessore del gruppo ecco che esce un album di inediti, scarti e versioni alternate. Abandoned Shopping Trolley Hotline (2001 - ***) è sicuramente disco molto gradevole, che inizia a mettere in luce lo strano processo di selezione dei brani che utilizzano i Gomez. Come è possibile che due gioielli come Wharf Me e la trascinante Bring Your Lovin’ Back Here siano stati esclusi dagli album ufficiali? Chiude una corretta cover di Getting Better dei Beatles che viene scelta (abbastanza incomprensibilmente) anche come singolo estratto.

  I giorni della riscossa sono vicini ed hanno le sembianze blu della copertina stilizzata di In Our Gun (2002 - ****), probabilmente l’album più elettronico e sperimentale della carriera dei Gomez. Il tentativo è quello di realizzare un disco di “blues futuristico” e canzoni come Detroit Swing 66, Ruff Stuff o Rex Kramer sono lì a testimoniarlo. 

 La placida ballata acustica Sound Of Sounds li fa tornare nelle parti alte delle classifiche inglesi (loro che sono più Americani di qualsiasi altro gruppo britannico), ma il disco si fa ricordare soprattutto per alcune canzoni che sono ai vertici della loro carriera. Shot Shot inaugura la scaletta con un trascinante rock guidato dal sax baritono (in stile Morphine). In Our Gun parte con una ballata, ma viene squassata da un finale di pura techno dance. Infine Even Song mette ancora una volta in mostra la voce cavernosa di Ben Ottowell, un nuovo Tom Waits giovane. 

Alcune delusioni professionali e sentimentali dei leader Ian Ball e Ben Ottowell sono il preludio al successivo Split The Difference (2004 - **1/2) che rimane fino ad oggi il loro lp peggiore. Qui non c’è traccia dei loro consueti arrangiamenti complicati, ma solo un incessante assalto rock guidato dalle chitarre elettriche. Piace però molto We Don’t Know Where We’re Going, che fin dal titolo però fa capire il disorientamento del gruppo. Ossessivo e rabbioso.

 

Le atmosfere dell’ultimo disco si riverberano anche sul successivo doppio dal vivo Out West (2005 - ****) registrato a San Francisco. Si tratterebbe di uno dei migliori album live della storia dello scorso decennio se non fosse per un suono troppo sporco e ricco di riverbero. L’album ferisce spesso le orecchie con distorsioni poderose e gratuite. Risplendono soprattutto i brani dei primi due album e l’ottima Ping One Down.

 
  

Il 2006 vede i Gomez ritornare su atmosfere più rilassate con How We Operate (***1/2), album che cerca di riannodare (con molta meno fantasia) il discorso avanguardista di In Our Gun. La canzone più bella si intitola All Too Much, ma i nostri riconquistano le classifiche con la più banalotta (ma comunque gradevole) See The World.

 

Verso la fine dell’anno esce nei negozi anche l’ottima antologia Five Men In A Hut (*****) che riporta successi, b sides e rarità del periodo 1998 – 2004. Le cinque stelle sono dovute soprattutto all’incredibile qualità degli inediti (Blind e Mississippi Boweevil Blues su tutti). Se si contano anche gli inediti di Abandoned Shopping Trolley Hotline, si può quasi affermare che il miglior disco dei Gomez (ad eccezione di Bring It On, ovviamente) non sia mai stato pubblicato come lp ufficiale. In questa raccolta è contenuta anche la controversa Dire Tribe, che fu eliminata dalla scaletta di Liquid Skin perché conteneva espliciti incitamenti all’uso di droghe sintetiche. Manca invece ancora all’appello la psichedelica Caligula, con cui i Gomez erano soliti iniziare i concerti del tour del 1999.

New Tide (2009 - ***) cerca di cavalcare l’onda del nuovo indie folk proveniente dalla West Coast americana (in particolare da Portland e Seattle). Un disco soffice ed innocuo con le buone zampate di Bone Tired e Airstream Driver.

  

Infine nel 2011 è uscito Whatever’s On Your Mind (***), che pone fine a diverse speculazioni sulla sopravvivenza della band nate a seguito dell’inizio della carriera solista di Ben Ottowell. Si tratta di un lavoro certo non spiacevole, ma che porta il gruppo decisamente su territori pop. Il brano migliore si intitola Equalize, ma l’impressione è che i Gomez siano diventati una “normale rock band di mezza età”. Il tempo passa per tutti e non si può essere in eterno dei “tipi rivoluzionari”.

 

  
  Lorenzo Allori