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Iron Maiden DISCOGRAFIA

 
Paul Di Anno (voce), Steve Harris (basso), Dave Murray (chitarra), Dennis Stratton (chitarra) e Clive Burr (batteria) sono già dei veterani della scena hard rock al momento dell'uscita del loro primo album come Iron Maiden (il gruppo si è formato, con varie denominazioni, fin dal 1975). Nel 1978 il demo The Soundhouse Tapes mette in subbuglio il mondo del rock pesante. I Maiden degli inizi sono caratterizzati da una sana ammirazione per Led Zeppelin, Thin Lizzy, Deep Purple e Judas Priest e dall'utilizzo di due chitarre soliste. A livello testuale gli Iron Maiden si sono da sempre caratterizzati per temi epici ed insospettabili citazioni letterarie.

 

Nel 1980 esce il primo episodio, Iron Maiden (****), che diventa subito un classico del neonato movimento New Wave Of British Heavy Metal. Piacciono molto i singoli Prowler, Iron Maiden e Running Free, che dimostrano come l'insegnamento del punk rock non sia passato invano. I continui cambi di tempo nobilitano la strumentale Transylvania e la lunga ed articolata Phantom Of The Opera. Le canzoni che stupiscono più delle altre sono però le due power ballad Strangeworld e Remember Tomorrow. Per la prima volta appare in copertina la mascotte Ed, ideata e disegnata dal bassista Steve Harris in persona.

  

Killers (1981 - ***1/2) rinforza il successo del gruppo. Gli Iron Maiden arrivano ancora al primo posto in classifica in mezza Europa e la cosa curiosa è che si tratta di un disco poco commerciale e ricco di intricati ed arditi passaggi strumentali. L'unica concezione alle classifiche è il singolo Wrathchild, per il resto piacciono soprattutto la splendida Murders In The Rue Morgue (primo riferimento letterario di una carriera che ne sarà costantemente costellata), Killers, Prodigal Son (caso quasi unico di canzone acustica), Purgatory e Drifter

Francamente superflua risulta la strumentale The Ides Of March, che invece viene scelta per aprire la track list. Il chitarrista Adrian Smith sostituisce il dimissionario Dennis Stratton.
 

Nel 1982 avviene uno strappo traumatico che invece si rivelerà fortunatissimo per il futuro degli Iron Maiden. Il carismatico cantante Paul Di Anno tenta la strada della carriera solista e lascia il suo posto al folletto Bruce Dickinson, ex vocalist dei Samson e grandissimo ammiratore di Ian Gillan. La voce di Dickinson in effetti è molto più acuta, virtuosa e potente di quella del predecessore. Con la nuova line up gli Iron Maiden sono pronti ad esplorare nuove frontiere, a cominciare dal terzo album The Number Of The Beast (1982 - ****1/2). Non ci sono riempitivi in questa poderosa raccolta di canzoni il cui unico difetto è proprio quello di stordire l'ascoltatore con tanta qualità. Run To The Hills e la title track sono le canzoni che fanno volare la "vergine di ferro" nelle classifiche di mezzo mondo, ma qui ci sono anche l'enfatica ballata Children Of The Damned, l'orrorifica 22 Acacia Avenue e l'energica The Prisoner. Con l'eccellente Hallowed Be Thy Name, Bruce Dickinson raggiunge livelli di potenza canora quasi irreali. Si parla a sproposito di satanismo, ma qui l'unico zampino demoniaco riguarda la diabolica capacità di non fallire un colpo!

Con l'ingresso del nuovo batterista Nicko McBrain, il tasso tecnico si innalza ulteriormente. Il risultato è un disco curatissimo come Piece Of Mind (1983 - ***), che però risente di un'eccessiva freddezza. Il gruppo è formato da professionisti affermati che sembrano limitarsi a ripetere il cliché di The Number Of The Beast. Certo è che Revelations (ispirata al libro dell'Apocalisse di San Giovanni Evangelista) e Flight Of Icarus sono pezzi maestosi e degni della loro fama. Si ricordano con piacere anche Where Eagles Dare, la ballata Still Life ed il singolo spacca - classifiche The Trooper. Nella ristampa in cd giapponese è presente una competente cover di Cross-Eyed Mary dei Jethro Tull.

 Con l'uscita di Powerslave (1984 - ***1/2) la band dimostra di avere il coraggio di cambiare stile, rifiutando di adagiarsi su una forma canzone già consolidata. Powerslave è disco fondamentale per la successiva nascita del prog metal e del power metal ed è l'inizio di una trilogia in studio che ancora una volta ridisegnerà gli equilibri nel metal mondiale.  

La chilometrica The Rime Of The Ancient Mariner, la grintosa Aces High e la super classica Two Minutes To Midnight entrano immediatamente nei cuori del pubblico. A distanza di così tanti anni, Powerslave resta uno dei dischi preferiti dai metal kids di tutto il mondo.

I tempi sono maturi per l'uscita di un doppio dal vivo. Per riuscire nell'intento i Maiden ingaggiano Martin Birch, il fonico responsabile dell'incredibile successo di Made In Japan dei Deep Purple. 

Live After Death: The World Slavery Tour (1985 - *****) è album che si merita il massimo dei voti per l'eccezionale repertorio, ma si meriterebbe molto meno a causa dell'artificiosità sfacciatamente esibita. E' come una raccolta in studio con applausi sovrincisi. I fans rimangono ben impressionati dalla resa di Bruce Dickinson sul primo repertorio, anche se le note basse di Phantom Of The Opera sono una vera tortura per chi canta e per chi ascolta.

Somewhere In Time (1986 - ***) è disco contraddittorio, in cui la band sembra eccedere nell'autocelebrazione. Solo così possono essere inquadrati singoli di poche pretese come Wasted Years (che riff però!) e Heaven Can Wait. L'album però rivela un'anima epica molto interessante con Alexander The Great e con l'elettroacustica Caught Somewhere In Time. Continuano le citazioni letterarie con Stranger In A Strange Land.

La trilogia simil prog dei Maiden si chiude con un disco molto controverso intitolato Seventh Son Of A Seventh Son (1988 - *****). Benché il pessimo singolo Can I Play With Madness? sembri annunciare il contrario, si tratta di un album dalla qualità sopraffina. Sintetizzatori e tastiere varie vanno (orrore dei puristi!) a rinforzare la doppia chitarra solista (Moonchild, The Clayrvoyant), mentre eleganti atmosfere folkeggianti impreziosiscono The Prophecy e Only The Good Die Young. Il sempre più leader Steve Harris pilota il gruppo verso un successo straordinario attraverso la suite Seventh Son Of A Seventh Son, la superba power ballad Infinite Dreams e la spettacolosa The Evil That Men Do, in cui Dickinson fa i suoi consueti numeri.Il chitarrista Adrian Smith (forse quello dotato di maggior gusto nella storia della band), responsabile di molti deliziosi arrangiamenti del settimo album, viene sostituito da Janick Gers. La band decide di gettare anni ed anni di solida credibilità alle ortiche per cercare di rincorrere lo street / glam metal imperante in quegli anni negli States (Aerosmith, Guns N'Roses, Motley Crue ecc.).

 
  No Prayer For The Dying (1990 - **1/2) è un lavoro caratterizzato da brani concisi e suoni di chitarra più ruvidi del normale. Il singolo Bring Your Daughter To The Slaughter è tutto un programma fin dall'infelice titolo, ma anche Tail Gunner e Holy Smoke non brillano certo per originalità. Mother Russia è il maldestro tentativo di creare a tavolino una Transylvania parte seconda.
 

La classe del gruppo la si nota perché, pur nel contesto di un album mediocre, qui si trova un gioiello di grande valore come Hooks In You e una delle copertine più belle della loro storia.

Bruce Dickinson è sempre più in contrasto con Steve Harris e per questo Fear Of The Dark (1992 - ****) viene annunciato come l'ultimo album con il piccolo grande uomo alla voce. Il successo, inutile dirlo, è strepitoso, grazie a singoli di ottimo livello come la title track, Be Quick Or Be Dead (mai i Maiden erano stati così cattivi fino a quel momento) e From Here To Eternity. Quello che però più piace del disco è la sua generale solidità, con molti altri brani "minori", ma non per questo da scartare (Fear Is The Key, Judas Be My Guide, Waisting Love, Weekend Warrior). La canzone più bella del disco si intitola Afraid To Shoot Strangers e diverrà un classico dei concerti.

 
Per celebrare l'addio di Dickinson gli Iron Maiden fanno uscire, in rapida successione, due album dal vivo dalla scaletta pressoché identica. A Real Live / Dead One (1993 - ***) ce li mostra nella prima parte alle prese con il repertorio 1986 - 1992, mentre nella seconda parte nelle canzoni più belle del periodo precedente.L'unico motivo di interesse è dato dal ripescaggio di numerosi brani del primissimo periodo della band.

Live In Donington 22nd August 1992 (1993 - **1/2) è la primissima testimonianza live senza alcun trucco di post produzione. Il risultato è evidentemente deludente, poiché il gruppo non è poi così inappuntabile come il mito vorrebbe. Piace soprattutto la potente versione di Wrathchild ed una simpatica citazione di Keep Yourself Alive dei Queen all'interno della quasi dimenticata Sanctuary (b side del primo album).

A sostituire Bruce Dickinson (destinato ad una carriera solista di buon livello) arriva l'ex Wolfsbane Blaze Bayley. Come nel caso della sostituzione Di Anno / Dickinson, la scelta di Harris & soci è quella di affidarsi ad un cantante dalla caratteristiche vocali significativamente divergenti dal predecessore. Bayley non è tipo da acuti di cristallo, ma semmai è abile ad esplorare le parti più cavernose del pentagramma. La prima testimonianza della nuova formazione è di discreto livello e si intitola The X Factor (1995 - ***). Il singolo Man On The Edge sembra niente più di una diligente riscrittura di Be Quick Or Be Dead, ma per fortuna ci sono altri buoni brani come Sign Of The Cross, Lord Of The Flies, Fortunes Of War, Blood On The World's Hands e The Unbeliever. Il fattore X è episodio migliore di quanto si dica in giro.

La gloriosa band britannica tocca il fondo con il pessimo Virtual XI (1997 - *), uno degli album più brutti della storia del metal. Si salvano solo l'iniziale Futureal e l'epica Clansman, mentre è addirittura imbarazzante il singolo The Angel And The Gambler. Bayley assume lo scomodo ruolo di capro espiatorio, anche per le sue deludenti performance live sul repertorio di Bruce Dickinson.

 

Nel 2000 gli appassionati di metal di tutto il mondo scoprono che Bruce Dickinson si riunisce con gli Iron Maiden, imitato anche dal chitarrista Adrian Smith. La nuova line up comprende dunque una spettacolosa sezione di tre chitarre soliste che non ha eguali nella storia del metallo (solo Fleetwood Mac e Lynyrd Skynyrd possono dire di aver fatto altrettanto in ambito rock). Il nuovo album si intitola Brave New World (2001 - ***1/2) e dimostra il ritrovato ottimo stato di salute del gruppo. Bellissime soprattutto la title track e Blood Brothers. A distanza di anni Brave New World rivaleggia con i celebrati dischi degli anni '80 per qualità complessiva.

Rock In Rio (2002 - ****1/2) rimane forse la testimonianza più sincera della realtà live del gruppo metal più importante della storia. La scaletta è molto equilibrata e pesca a piene mani dall'ultimo album, a dimostrazione della qualità complessiva del nuovo materiale scritto dal mostruoso sestetto.

Dance Of Death (2003 - ***) mostra un gruppo che cerca di aumentare il livello di cattiveria utilizzando suoni più moderni e tecnologici. Si segnalano in particolare Rainmaker, Montségur e la devastante Dance Of Death. Molti (ma non io) lo ritengono superiore a Brave New World.

Il successivo album dal vivo Death On The Road (2005 - ***1/2) è perfetto soprattutto per avere una testimonianza live del materiale di Dance Of Death. Proprio la title track del precedente disco di studio viene qui resa in una versione a dir poco entusiasmante.

A Matter Of Life And Death (2006 - ***) inaugura la nuova esplorazione dei Maiden verso il progressive. Le canzoni diventano sempre più lunghe ed articolate e mantengono una melodicità immediatamente riconoscibile. A Matter Of Life And Death è compatto come solo i concept album sanno essere. Spiccano particolarmente solo Different World e The Reincarnation Of Benjamin Breeg.

Flight 666 (2009 - **) è l'ennesimo inutile album dal vivo celebrativo. Il doppio racconta il fortunato Somewhere Back In Time Tour con canzoni tratte soprattutto dalla prima trilogia prog (quella del periodo 1984 - 1988). Chi ha ancora voglia di sentire la nuova versione di Two Minutes To Midnight?

 

Nell'agosto del 2010 esce The Final Frontier (**1/2). Il disco accentua ancora di più certe caratteristiche progressive del precedente A Matter Of Life And Death. Ormai parlare di metal non è corretto ed anzi il primo riferimento che viene alla mente sono i Genesis di Nursey Crime e Foxtrot. Per il sottoscritto disco piuttosto deludente anche se The Man Who Would Be King è una gran canzone.

 
 

En Vivo (2012 - ***1/2) è l’ennesimo disco dal vivo che mostra lo scarto stilistico che c’è tra le canzoni di The Final Frontier ed il repertorio storico. Un doppio registrato a Santiago del Cile in cui gli Iron Maiden se la cavano grazie alla loro classe di musicisti sopra la media. Le complesse partiture prog dell’ultimo lavoro in studio migliorano di molto nella dimensione live e quando poi passano i classici arcinoti, la band al solito non fa prigionieri. 

 
Bello in particolare il brano Coming Home in cui appaiono eleganti elementi di AOR che omaggiano Rush ed addirittura Tesla.
 
Da una leggendaria cassetta VHS uscita negli anni '80 viene tratto un nuovo doppio dal vivo con materiale d'archivio, Maiden England ‘88 (***1/2) fotografa la band in un momento topico: la fine del momento magico che aveva accompagnato il combo heavy metal per quasi tutti gli anni '80.

Dopo 7th Son Of A 7th Son il gruppo ha infatti continuato a sfornare anche dischi di ottimo livello (come Fear Of The Dark o Brave New World), ma la magia è andata irrimediabilmente perduta. Maiden England '88 allinea i consueti classici (con uno spazio particolare per l'album appena uscito), evidenzia l'inizio del calo della potenza della voce di Bruce Dickinson e rappresenta il provvisorio canto del cigno di Adrian Smith come chitarrista degli Iron Maiden. Valore storico 100 / 100.

Dopo la vicenda (per fortuna finita bene) del tumore di Bruce Dickinson alle corde vocali, gli Iron Maiden tornano in pista con un monumentale doppio album. The Book Of Souls (2015 - ***) è un lavoro dalla doppia faccia: da un lato alcuni dei pezzi più convincenti dei Maiden degli ultimi 25 anni, dall'altro molti (troppi) riempitivi per giustificare un doppio cd.
 

Fa parte della prima schiera la splendida If Eternity Should Fail (simile a certe cose del Dickinson solista), ma anche la lunga The Book Of Souls, la potente Death Or Glory o la drammatica power ballad Tears Of A Clown. Sembrano in parte eccessivi i diciotto minuti (!?!) di Empire Of The Clouds, che comunque vive di qualche momento perfino esaltante. Si segnalano in negativo invece The Red And The Black (sembra uno scherzo per quanto è brutta e prolissa) o la derivativa Shadows Of The Valley (che cita in modo pedissequo il riff storico di Wasted Years). Dickinson appare in forma smagliante, scrivendo i brani più intelligenti e cantando, nonostante i recenti problemi di salute, ai limiti delle proprie notevoli capacità di estensione sulle note acute (succede nel singolo Speed Of Light, peraltro proprio niente di che ed in alcune parti di Empire Of The Clouds). Avessero fatto un disco singolo sarebbe stato un grande album, così strappa la sufficienza piena, ma niente di più.

 Lorenzo Allori