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JON SPENCER Controversial Blues

Mi ricordo come fosse ieri la sera in cui mi sono imbattuto per la prima volta in Jon Spencer. Lo stadio di Arezzo era nel pieno silenzio dopo che erano da poco svanite nella sera le straordinarie note di Dentro Marilyn (che aveva magicamente chiuso il set degli Afterhours) ed io pensavo che niente di meglio mi sarebbe capitato per quella sera. Le luci del palco illuminavano il lavoro dei roadies che portarono in primo piano un set di strumenti piuttosto scarno: due chitarre Gibson (tra cui una classica "diavoletto" marrone), una batteria assolutamente essenziale (una grancassa, un rullante ed un piatto) con impressa sulla cassa la scritta "Blues Explosion" e su un treppiede uno strano aggeggio dotato di antenna, che poi scoprii essere un theremin, cioè il più antico strumento elettronico della storia.

Qualche minuto dopo si scatenò un tale sabba blues e rock n'roll che ancora forse non mi sono ripreso. Jon Spencer era una via di mezzo tra Mick Jagger, David Bowie ed Elvis Presley. I suoi occhi sottolineati dall'eyeliner nero sembravano lanciare saette tutto intorno. La voce rollingstoniana ossessivamente filtrata dal vocoder veniva spesso doppiata dall'agile chitarra solista di Judah Bauer, mentre un ossessivo ritmo in 4/4 si dipanava, senza soluzione di continuità, da una canzone all'altra. Oddio forse chiamare "canzoni" i brevi frammenti musicali (lunghi più o meno un minuto e mezzo), che si interrompevano sistematicamente con un ululato di Jon, è una definizione non proprio indovinata. Era musica fortemente espressionista quella della Blues Explosion di allora; difficile ed appagante come un quadro di Pollock.

Dopo quel concerto fulminante comprai immediatamente l'album allora fresco di uscita, Now I Got Worry (1996), che a tutt'oggi rimane, a mio giudizio, il capolavoro di questo musicista di Washington D.C.. Un luogo / non luogo in cui il primitivismo del rock di Detroit si incontra con il blues del Mississippi e con il soul del grande Rufus Thomas (presente peraltro come ospite). Brani come Skunk o Chicken Dog sono, a distanza di quindici anni, un vero e proprio vessillo per un certo modo intransigente di intendere il rock n'roll.

Dietro i pantaloni di pelle super attillati, il trucco glam, gli improbabili basettoni alla Creedence o l'indubbia avvenenza fisica, che lo ha fatto divenire per un breve periodo pure testimonial di una famosa marca di abbigliamento casual, Jon Spencer è uno degli eroi del rock sperimentale degli ultimi trenta anni. La sua vicenda artistica parte nel 1985 con la fondazione della band noise rock denominata Pussy Galore (dal nome di una famosa antagonista di James Bond), un gruppo il cui estremismo sonoro è stato fecondo ben oltre quanto si potesse immaginare all'epoca. Durante le registrazioni del loro secondo album (Right Now! del 1987), il gruppo venne arricchito dall'apporto del chitarrista e tastierista Neil Hagerty. Ecco che il miracolo era avvenuto: due dei più grandi sperimentatori musicali degli ultimi trenta anni insieme nello stesso gruppo. Hagerty, dopo la controversa esperienza Pussy Galore, avrebbe infatti fondato i mitici Royal Trux, una band che ha saputo, ancora più dei Sonic Youth, riportare in vita certe suggestioni sperimentali del kraut rock anni '70. I Pussy Galore erano nati non per durare (un po' come i Big Black di Steve Albini), ma solo per permettere ad altri di goderne l'opera di battistrada. La band si sciolse senza troppi rimpianti nel 1990.

I Blues Explosion, nuova creatura di Spencer, hanno invece fin da subito un respiro ben diverso, per prima cosa dal punto di vista filosofico, ma poi ed è quel che più conta, dal punto di vista commerciale. Il rock deriva dal blues e questo è incontestabile, ecco che quindi Spencer cerca di "destrutturate" il rock n'roll riportandolo alle origini e facendo emergere l'esplosione che fece nascere il tutto. E' difficile prevedere quanti dischi di Tony Joe White, John Lee Hooker o George Thorogood il nostro amato Jon abbia consumato per riuscire a trovare il proprio sound. Sta di fatto che questo è genialmente semplice e quasi perfettamente a fuoco già nelle prime registrazioni del trio (ne è testimone la raccolta Year One, con singoli, rarità ed ep usciti prima del 1992). Un trio anomalo poiché il basso viene escluso dal gioco. I Blues Explosion saranno per sempre legati ai riff ritmici di Jon, alla isterica chitarra solista di Judah Bauer ed al primitivo percussionismo di Russell Simins. Di Now I Got Worry abbiamo già detto, ma la discografia dei Blues Explosion comprende almeno altri quattro gioielli. La critica fin da subito apprezza il ruraleggiante Extra Width (1993), un album che, se venduto ad Alan Lomax negli anni trenta del novecento, sarebbe finito dritto nella biblioteca del Congresso degli Stati Uniti come esempio di "folklore negro". Eppure un pezzo come Black Slider è lì a dimostrare che di rock bianco doverosamente elettrificato si tratta, peraltro pericolosamente vicino al punk rock. Orange (1994) è l'album più sperimentale del gruppo ed inaspettatamente quello con maggiori riscontri commerciali. Qui Spencer si limita a produrre numerosi "schizzi e frammenti" sonori. E' arduo parlare di canzoni fatte e finite, forse meglio definirlo "cubismo avant blues". Il pezzo forte si chiama Dang e rimane uno dei vertici della produzione del chitarrista.

  

Uscito solo in Giappone, ma recentissimamente ristampato in tutto il mondo è l'album dal vivo Controversial Negro (1997), cioè la scarna e mal registrata testimonianza di quello che poteva essere un concerto dei Blues Explosion durante il tour mondiale del 1996. Grande musica, ma vederli dal vivo era tutta un'altra storia.

Il 1998 porta varie ventate di novità. Acme (1998) è disco di transizione dove Spencer aggiunge per la prima volta al proprio sound spruzzate di funk e hip - hop

Si tratta della scelta stilistica che di fatto chiuderà l'ascesa propulsiva del gruppo. D'altronde pochi gruppi riescono a reggere mantenendo inalterata l'ispirazione per più di sei - sette anni. Questo album rimane comunque un bel documento sonoro con il ballabile singolo Talk About The Blues, la divertente Calvin o il perverso doo - woop intitolato Do You Wanna Get Heavy?, che proprio a metà viene scosso dalla tellurica slide di Judah Bauer. Tastiere ed effetti elettronici addolciscono il consueto mutilare di strali elettrici.

Già tutto questo basterebbe a far entrare Jon Spencer nel ristretto Olimpo dell'indie rock americano, ma lui ci ha messo dell'altro, contribuendo come chitarrista alle vicende dei Boss Hog, gruppo super commerciale guidato dalla sua avvenente moglie Cristina Martinez e poi creando con Cody, Luther e Jim Dickinson il progetto garage blues denominato Spencer Dickinson (interessante l'album The Man Who Lives For Love, registrato nel 2001, ma uscito solo nel 2006).

 

I do not play no blues, I do not play no blues

I play rock and roll

Get it

I play rock and roll

Yeah, that's right baby, come on momma

Do it baby

I said I feel so good

I said I feel so good

I said I feel so good baby

I said I feel so motherfucking good

I'm talkin' about the blues.

 Lorenzo Allori