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Loreena McKennitt

Tell me o muse of those who travelled far and wide... -

Discografia commentata di Loreena McKennitt

 


"Eclectic Celtic". Chi scrive non aveva mai letto o sentito nominare questo genere musicale, o almeno, non prima di imbarcarsi verso un viaggio che l'avrebbe portata alla scoperta di mondi a volte lontanissimi, ma che spesso sembravano provenire da una stessa radice, quella celtica. Il viaggio - che non prevede un punto di attracco permanente ma che è un continuo divenire - vede al timone una figura che sembra uscita direttamente da un romanzo ambientato nella verde terra di Irlanda negli anni d'oro dell'aristocrazia. I tratti del volto e i lunghi e ricci capelli rossi tradiscono una discendenza irlandese (padre irlandese e madre scozzese), ma è il Canada la nazione che può vantarne i natali. Loreena McKennitt, prima ancora di essere una sublime cantante e una raffinata polistrumentista, è una donna estremamente determinata che si è costruita da sola la propria popolarità, ma che dal successo non si è lasciata scalfire, continuando il proprio viaggio alla ricerca di storie perdute, sepolte nei luoghi più disparati della terra, alla perenne ricerca di una radice comune tra i diversi popoli. La sua voce ha la potenza emozionale che solo alcuni luoghi religiosi riescono ad avere, è un canto che ha tratti sembra trasformarsi in preghiera. Ma dicevamo di "eclectic celtic", "celtico eclettico", una musica che parte da una radice celtica per poi - come vedremo - inserire innesti appartenenti ad altre culture musicali.

"Mi innamorai di quella che oggi viene definita musica celtica alla fine degli anni settanta, ma fu solo quando trovai un legame con la sua storia che il mio viaggio cominciò. Durante una mostra di opere artigianali celtiche a Venezia nel 1981, imparai la diffusione geografica e storica dei Celti. Mi trovai attratta da un antico mosaico ricco di suoni, ritmi e storie".

 A conferma delle parole di Loreena troviamo il suo primo lavoro Elemental (***) che comprende esclusivamente brani della tradizione, riarrangiati e adattati dalla McKennitt, eccezion fatta per Stolen Child, poesia di W.B.Yeats musicata da Loreena e Lullaby, poesia di William Black anch'essa messa in musica dall'artista. Album che, nonostante la sua semplicità e la sua esiguità a livello di strumenti musicali (tenuto conto di quello che troveremo in futuro) mette in evidenza lo stile austero dell'artista. 

Tutto è incentrato sulle capacità vocali di Loreena e sull'arpa, strumento prediletto dall'artista. Il disco, autoprodotto, viene registrato in una sola settimana in un fienile dell'Ontario. Siamo nel lontano 1985 e le collaborazioni al disco sono pressoché nulle, fanno eccezione l'attore e musicista folk Cedric Smith  interprete di una toccante Carrighfergus e l'attore Shakespeariano Douglas Campbell, che rende memorabile l'interpretazione di Lullaby. In un disco che, senza smanie di protagonismo, si pone come obiettivo quello di rispolverare i tesori della tradizione, non poteva mancare la classica She Moved Through The Fair che qui viene riportata alla sua condizione naturale, spogliata di qualunque orpello. "Da bambina la mia impressione più vivida della musica invernale è nata dalle canzoni e dagli inni registrati nelle chiese o nelle grandi sale, ricche della propria unica atmosfera e tradizione". Questo è lo spirito con cui Loreena si rimette al lavoro per il suo secondo album in studio, To Drive The Cold Winter Away (**1/2) che uscirà nel 1987. L'album continua sulla stessa linea di Elemental, arrangiamenti scarni, caratterizzati dall'arpa e costruiti per esaltare le doti vocali di Loreena. Le registrazioni avvengono in gran parte all'interno dell'abbazia di Glenstal, situata appena fuori dalla città di Limerick (Irlanda) e immersa nel silenzio più assoluto. La parte restante delle registrazioni si terrà invece in una chiesa della cittadina di Guelph, nell'Ontario, luogo di grande ispirazione per l'artista. Ad esaltare la voce della McKennitt non ci sono soltanto gli arrangiamenti ma anche la scelta dei luoghi in cui effettuare le registrazioni, brani come Balulalow o Let All That Are To Mirth Inclined sembrano qui dimostrare, in tutto il loro splendore, i secoli di storia che hanno sulle spalle. A differenza del disco d'esordio che vantava un solo momento interamente strumentale (The Lark In The Clear Air), To Drive The Cold Winter Away tenta di alleggerire il percorso musicale con due passaggi strumentali (The Stockford Carol e Banquet Hall), posizionati in punti strategici del disco.

Parallel Dreams ( ***1/2  ), uscito nel 1989, chiude la trilogia degli anni ottanta, caratterizzata da suoni ancora fortemente ancorati alla tradizione. Il profumo d'Irlanda ha ancora il sopravvento (Huron 'Beltane' Fire Dance) ma non sono distanti gli anni dei cambiamenti e dei viaggi alla ricerca di sempre nuove fascinazioni musicali e narrative. L'evoluzione è dietro l'angolo e si inizia a lavorare per poterla raggiungere, partendo proprio dai musicisti  

Se i primi due album risultavano scarni dal punto di vista del numero dei musicisti, Parallel Dreams tenta di fare un passo avanti; quadruplicandone il numero. Entrano in gioco uillen pipes e tabla (Standing Stones), chitarra classica e strati sonori creati con i sintetizzatori (Breaking The Silence), l'immancabile violino (Dickens' Dublin) e molti altri strumenti. Un album che segna l'inizio della maturità musicale dell'artista. Non esiste un disco della McKennitt che non abbia un filo logico, un tema portante dal quale iniziare a tessere le fila di ogni canzone. Se Parallel Dreams aveva come tema i "sogni paralleli", sogni che viaggiano su un doppio binario, quello contemporaneo (Breaking The Silence) e quello storico (Annachie Gordon) rincorrendo sogni d'amore e di libertà, The Visit (*****) cerca di "indagare" sulle reali origini dei celti, mettendo sull'ago della bilancia l'ipotesi che questo popolo possa essersi spostato dall'Europa orientale in occidente, ed in particolar modo verso le isole britanniche. Inizia con questo disco il tentativo di mescolare elementi appartenenti alla cultura musicale mediorientale con quelli tipici della musica celtica. The Old Ways è forse l'esempio più lampante, tambura (strumento a corde indiano), uillean pipes (flauto irlandese) ed altri strumenti appartenenti in parte alla sfera musicale mediorientale e in parte a quella irlandese riescono a creare paesaggi sonori di rara bellezza, in un crescendo musicale che ha il sapore di una vera e propria "nuova alba". L'esperimento continua con il bellissimo brano d'apertura, All Souls Night e la strumentale Between The Shadows. Tango To Evora è invece un chiaro omaggio alla tradizione spagnola, mentre Bonny Portmore è sicuramente uno dei momenti più toccanti del disco, superato solo da Cymbeline, brano tratto dall'omonima opera teatrale di William Shakespeare, qui la tradizione inglese assume i colori delle terre d'oriente grazie agli inserti musicali del sitar. Se The Visit si chiudeva con ipnotiche "note d'oriente", The Mask And The Mirror (****) ci risveglia nel bel mezzo del deserto; Mystick's Dream è infatti un tripudio di suoni appartenenti alla tradizione musicale araba, intervallati da passaggi che rimandano alla tradizione del canto gregoriano. Ecco la nuova tappa del viaggio di Loreena, le terre che si affacciano sul mediterraneo, Spagna (Santiago), Marocco (Marrakesh Night Market). Questa ricerca musicale non poteva non avere uno studio di registrazione all'altezza, e quale miglior luogo se non quello dei Real World di Peter Gabriel?! Da sempre Gabriel, attraverso la sua etichetta Real World e i suoi studi di registrazione omonimi promuove la cosiddetta "world-music" (termine che il tempo ha privato del suo significato primario), i suoi studi, immersi nella campagna di Bath, al riparo da ogni stress cittadino, erano il luogo adatto per le registrazioni della McKennitt. Una parte dei brani verranno quindi registrati ai Real World.

The Visit aveva tracciato il cammino, The Mask And The Mirror continua il percorso intrapreso. Le forti tinte "celtiche" dei primi album adesso vengono mitigate per poterle mescolare con suoni diversi; l'arpa non è più lo strumento portante dei brani, non ci sono strumenti predominanti, c'è solo il tentativo di creare paesaggi sonori il più possibile in armonia tra loro, non ci si stupisce quindi di ascoltare un piccolo riff di chitarra elettrica subito dopo un'introduzione che comprende anche esraj e tambura (Bonny Swans). Il momento della maturità è iniziato e anche la voce di Loreena inizia ad avere qualcosa alle eccelse doti vocali, sembra iniziare ad avere maggiore consapevolezza di sé e l'interpretazione ne guadagna; basta ascoltare la mistica Full Circle per rendersi conto di quanto sia maggiore il trasposto emotivo dell'artista. L'ascesa di Loreena continua e The Book Of Secrets (****) diventerà uno dei suoi album più venduti. Registrato interamente ai Real World vanta una partecipazione di musicisti molto interessante, a partire dal "gabrieliano" David Rhodes per arrivare all'importante ambasciatore della  musica folk inglese Danny Thompson, passando per la violoncellista Caroline Dale. Il disco, frutto come i precedenti di molteplici letture, continua ad essere influenzato non solo dalla letteratura  ma anche dai numerosi viaggi, andando ad imprimere nella mente di chi ascolta immagini provenienti dai luoghi più disparati. Prologue segna l'inizio del viaggio; non si capisce bene dove ci troviamo perché oriente ed occidente si incontrano fondendosi in un disegno dalle tinte indefinite, mentre invece la splendida Skelling avrebbe potuto essere un brano della colonna sonora de Il Signore degli anelli (e in effetti così doveva essere in un primo tempo), qui si sente solo il profumo d'Irlanda e delle sue distese di verdi colline. Non passa molto tempo che ci ritroviamo nuovamente nel bel mezzo del deserto alla ricerca di un caravanserai (Marco Polo). La letteratura ritorna con The Highwayman, poema di Alfred Noyes musicato dall'artista proprio mentre alloggiava ai Real World, il cui paesaggio circostante ben si presta alle atmosfere del romanzo di Noyes. Uno dei brani più belli è senza dubbio Dante's Prayer, scritta durante un viaggio in treno attraverso la Siberia, rispolverando la lettura dell'Inferno di Dante. Un lungo periodo, durato quasi un decennio separerà The Book Of Secrets dal nuovo lavoro in studio di Loreena. Il 2006 è l'anno del ritorno e grandi sono le aspettative per il nuovo album dell'artista.

Effettivamente An Ancient Muse (****) non delude le attese. L'invito di Incantation ha tutto il sapore del richiamo dei Muezzin all'adhan ed infatti veniamo subito catapultati all'interno di un mondo dominato da atmosfere soffuse ed avvolgenti, brani come The Gates Of Istanbul piuttosto che Caravanserai sembrano proprio volerci riportare indietro fino agli anni della "via della seta", Sacred Shabbat prosegue sulla stessa linea, diventando un nuovo tassello di quel mosaico multicolore quale è la cultura mediorientale. Anche in An Ancient Muse ritroviamo diversi momenti strumentali, anche in questo caso ricchi di pathos, come l'evocativa Sacred Shabbat piuttosto che Kecharitomene. In più passaggi si può riconoscere un tema musicale di base che ricorre in più brani, vedi per esempio l'appena citata Kecharitomene che riprende in parte il tema di Caravanserai. Penelope Song è il momento più toccante dell'intero album, la voce di Loreena è ormai matura e in grado di dosare perfettamente la propria tecnica in modo da ottenere un'interpretazione in grado, ogni volta, di commuovere. Si ritorna ai Real World, luogo ideale per registrare un disco dai forti sapori invernali. Parafrasando Shakespeare arriva il "sogno di una notte di mezzo inverno", Midwinter Night's Dream (***); in parte si ritorna alle origini. "I really wanted to recapture some of the frankincense and myrrh in this music", questo è l'intento della McKennitt e ad ascoltare "Un flambeau, Jeannette, Isabelle" le intenzioni sembrano essersi realizzate. Ma all'atmosfera pre-natalizia del brano appena citato, si contrappongono momenti di malinconia (Snow) e di "splendidi isolamenti (Seeds Of Love). L'odore di terra bagnata, la dimora che riscalda ed accoglie gli aromi speziati dell'inverno sono sensazioni quasi palpabili in brani come In The Bleak Midwinter e The Seven Rejoyces Of Mary, canzoni che ci riportano proprio a questa dimensione di invernale melanconia. A Midwinter Night's Dream è un album che alterna momenti di vivace musicalità (The King Wenceslas) a momenti di maggior intimismo (Breton Carol). Disco ben riuscito, che lavora verso l'essenziale e che si propone di far tornare alla mente ricordi e odori tipici della "stagione della riflessione".

Il 2010 si chiude con l'ultimo lavoro in studio della McKennitt, The Wind That Shakes The Barley (***1/2) che ci riporta indietro, agli inizi della carriera discografica dell'artista. Ritornato i "suoni d'Irlanda" e questo lo si intuisce immediatamente, a partire dal brano che apre il disco As I Rovered Out. Si torna agli inizi anche per quanto riguarda le registrazione, l'album viene infatti registrato in un tempio a nord di Toronto, il tempio di Sharon. Per alcuni aspetti The Wind That Shakes The Barley rappresenta una sorta di chiusura del cerchio, di ritorno da dove si era partiti (la tradizione celtica) e gli esempi si susseguono uno dietro l'altro, cosi come il brano di apertura, anche Brian Boru's March con le sue uillen pipes, ci riporta alle alte scogliere d'Irlanda. Ritorna anche il poeta W.B.Yeats - che non trovavamo più dai tempi di Elemental - con Down By The Sally Garden musicata da Loreena. On A Bright May Mornig piuttosto che la title track, testimoniano perfettamente il nuovo percorso della McKennitt che, dopo aver riempito alcuni dei suoi dischi di strumenti (i più disparati), andando a creare meravigliose atmosfere, adesso si avvale di pochissimi strumenti musicali, dosandone bene l'entrata in scena. The Parting Glass vede la voce di Loreena accompagnata prevalentemente dall'ipnotico suono di alcuni bicchieri mentre The Star Of A County Down costituisce il suo perfetto contraltare. L'unico elemento che è rimasto costante negli anni è il ricorso alla letteratura come principale fonte di ispirazione (e in seconda istanza i viaggi). All'inizio menzionavamo l' "eclectic celtic", questo breve viaggio che abbiamo fatto attraverso la discografia di Loreena ci ha permesso di comprendere meglio il significato reale di questo termine. Pochissimi artisti possono vantare un percorso come quello di Loreena, fatto di studio e continua ricerca, con l'unica certezza di poter riuscire, col tempo, ad unire radici musicali all'apparenza lontane ma che invece sono unite - a loro volta - da una stessa base comune. Molte storie finiscono con il piegarsi alla volontà del tempo, diventando sempre più introvabili; a pochissimi spetta l'onore di riportarle in luce e farle conoscere. L'arte del tramandare è un'arte in via di estinzione e bisogna imparare ad apprezzare di più artisti che nei modi più diversi si applicano affinché questo non avvenga. Loreena McKennitt è una di questi artisti e con la sua voce, decisa ed evocativa al tempo stesso, ha contribuito a creare un mondo caratterizzato dalle storie più diverse, facendo vivere all'ascoltatore un caleidoscopio di emozioni suscitate da atmosfere adesso celtiche, adesso orientali, adesso celt-orientali; "eclectic celtic", appunto.

"A good traveller has no fixed plans and is not intent on arriving". Attendiamo con ansia di scoprire dove ci porterà il prossimo viaggio.

 

  Chiara Felice