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MARK LANEGAN Discografia

 

Mark Lanegan è uno dei cantanti più dotati della sua generazione. Già nel 1990, mentre la sua band originaria (gli Screaming Trees) è al massimo dell’ispirazione con il capolavoro grunge Uncle Anesthesia, inizia la sua carriera solista. Il primo album è uno di quei lavori che sono destinati a impiantare semi profondi. Si intitola The Winding Sheet (1990 - ****) e mostra un artista interessato inaspettatamente alla musica tradizionale americana (folk e blues), pur con un uso stridente delle chitarre elettriche. Qui inizia la sua collaborazione storica con l’ex chitarrista dei Dinosaur Jr Mike Johnson. Brani come Mockinbirds o Juarez fanno parte del patrimonio musicale di un’intera generazione di alternative rockers. Il momento clou si ha con il ripescaggio di un’oscura ballata del cantante folk Huddie Leadbelly: si chiama Where Did You Sleep Last Night? e vede la partecipazione di Kurt Cobain e Krist Novoselic, reduci dal successo alternativo di Bleach. Qualche anno dopo i Nirvana se ne ricorderanno durante il mitico Unplugged di MTV.

Dopo tre anni ed il successo raggiunto con il brano Nearly Lost You degli Screaming Trees, Lanegan è pronto per sfornare il proprio disco più convincente. Whiskey For The Holy Ghost (1993 - *****) è lavoro completamente diverso rispetto alla musica degli “alberi urlanti”. Il nostro si traveste da crooner e dimostra di aver studiato alla perfezione la lezione di Nick Cave.  

Il resto lo fanno le canzoni e la sua voce baritonale sempre più da brividi. Se Leonard Cohen fosse stato un disadattato tossicomane della provincia americana avrebbe sicuramente scritto canzoni come The River Rise, Borracho, Kingdoms Of Rain e Carnival. Irrinunciabile.

La tossicodipendenza trascina verso la fine gli Screaming Trees e mette a serio rischio la vita e l’arte di questo timido cantautore. Scraps At Midnight (1998 - ****) è l’album del ritorno alla vita ed alla musica. E’ però un insistente senso di precarietà e transitorietà a renderne spaventoso l’ascolto. Un disco difficile e pieno di ricordi dolorosi ed alienazione (Hospital Roll Call e Hotel parlano della vita nel rehab), in cui spiccano i neri presagi di Bell Black Ocean.

I’ll Take Care Of You (1999 - ***) è un disco di cover che sarebbe pure originale se Nick Cave non avesse già inciso molti anni prima Kicking Against The Pricks con i suoi Bad Seeds. Qui invece del blues è il folk revival ad essere rivitaminizzato dalla voce luciferina del nostro. Chissà se Fred Neil e Tim Hardin avrebbero apprezzato questo curiosi omaggi.

Dopo le frequentazioni squisitamente folk del disco di cover, Field Songs (2001 - ***) è la logica conseguenza. Si tratta dell’unico album realmente cantautorale della carriera del rocker dello stato di Washington. Un disco stranamente moscio, che mostra la corda in più di un’occasione e si salva solo con il mestiere e la classe. Resurrection Song è comunque una grande canzone.

La felice collaborazione con il gruppo stoner dei Queens Of The Stone Age (2002) salva la carriera di Lanegan, che decide di tornare a fare rock n’roll con l’entusiasmo degli esordi. Con il nome di Mark Lanegan Band (e la partecipazione non secondaria del solito Mike Johnson, dei Queens Of The Stone Age quasi al completo, di Greg Dulli degli Afghan Whigs, di Duff McKagan e Izzy Stradlin dei Guns N’Roses e di PJ Harvey) escono prima l’ep Here Comes The Weird Chill (2003 - ***) e poi l’album Bubblegum (2004 - ****), figli della medesima, sulfurea ispirazione. Grande, grande rock (o blues del nuovo millennio) che deflagra potente in pezzi poco rassicuranti come Hit The City, Methamphetamine Blues e la splendida Come To Me.

A questo punto, con una mossa a sorpresa, Lanegan inizia una strana collaborazione con la cantante Isobel Campbell, ex fascinosa stellina del brit pop scozzese dei Belle And Sebastian. Il contrasto tra la sua voce da orco ubriaco e quella tenue e limpida della Campbell è sicuramente affascinante, ma la coppia non sembra del tutto ben assortita. Ballad Of The Broken Seas (2006 - ***) è più un album di Isobel che di Mark. Lei dimostra di essere stata sottovalutata come autrice nella sua precedente incarnazione musicale, ma non depone a suo favore il fatto che la canzone migliore dell’album è una canzone completamente eseguita dalla Mark Lanegan Band (The Circus Is Leaving Town).

La collaborazione con la Campbell continua con due dischi tutto sommato superflui come Sunday At Devil Dirt (2008 - **1/2) e Hawk (2010 - ***), in cui il fantasma delle Murder Ballads caveiane è sempre più in evidenza. Maggiore saggezza avrebbe consigliato un generale asciugamento del repertorio, con la creazione di un solo album a testimonianza di una collaborazione che di sicuro non si è rivelata epocale.

 La Mark Lanegan Band (ancora Greg Dulli e Josh Homme dei Queens Of The Stone Age, ma non più Mike Johnson e l’aggiunta gradita di Chris Goss dei Masters Of Reality) torna con un album intitolato Blues Funeral (2012 - **1/2). La collaborazione di Lanegan con la band britannica dei Soulsavers evidentemente ha influenzato la produzione di dodici canzoni che vorrebbero unire il blues con gelide pulsioni ritmiche derivanti da campionatori e drum machine.

Come dimostrano proprio i due lavori con i Soulsavers è però possibile fare molto meglio di così se si vuole esplorare le possibilità dell’elettronica. L’album è bolso e deludente e non prende un voto peggiore solo per alcune rare buone canzoni (The Gravedigger’s Song, Saint Louis Elegy e soprattutto Tiny Grain Of Truth).

Il nuovo incontro della voce di Mark Lanegan è con la chitarra di Duke Garwood. Black Pudding (2013 - ***1/2), accreditato ad entrambi, è album spettrale che ha come soli ingredienti musicali arpeggi nudi di chitarra e qualche nota di pianoforte. E' fin troppo facile fare riferimento a Pink Moon di Nick Drake, ma poi c'è la voce baritonale di Lanegan a svelare la differenza  

A parte due strumentali decisamente folk (Black Pudding, Manchester Special), le composizioni virano decisamente verso il blues con gli apici rappresentati da Mescalito e Sphinx (con quest'ultima che ricorda da vicino certe canzoni dell'ultimo periodo degli Screaming Trees).

L'irrefrenabile creatività di Mark Lanegan lo porta a fare uscire tre album nel giro di pochissimi mesi. Imitations (2013 - ***) è il secondo disco di cover della sua carriera. In questo caso la sua magica voce è chiamata ad interpretare alcuni classici della storia del pop e del country. Ne viene fuori un album che è davvero in stile crooner.  

Lanegan piace particolarmente quando azzecca lo scarno arrangiamento di You Only Live Twice (colonna sonora di un vecchio film di 007) e quando interpreta il classico cabaret berlinese di Kurt Weill e Bertold Brecht (Mack The Knife). E' un album inutile? Sostanzialmente si, anche se gradevole ed affascinante all'ascolto.

 
Ancora una volta rientra in scena la Mark Lanegan Band, che è ormai con tutta evidenza la palestra con la quale il nostro sfoga le proprie passioni elettroniche. Phantom Radio (2014 - ***) è migliore di Blues Funeral più che altro perché ci sono alcune delle fumose ballate di Lanegan, che si discostano dal cliché sonoro del disco (Harvest Home, Judgement Time, Death Trip To Tulsa, quest'ultima evidente omaggio all'arte di Neil Young).

La veste elettronica corretta per la voce del cantante la si ha invece più raramente (come nella splendida No Bells On Sun). Mark è rimasto fermo a certo pop elettronico degli anni '80 e non si fatica a riconoscere la matrice di certi arrangiamenti (spesso i Wall Of Voodoo, più raramente i Depeche Mode, ogni tanto perfino i Killing Joke). Urgono ripetizioni, magari con l'aiuto di un produttore esperto in suoni più moderni.


Le sembianze simil elettroniche del "nuovo Lanegan" hanno un'ottima realizzazione in  Gargoyle (2017 - ***1/2), album sicuramente meno ostico degli immediati predecessori. La sedicente Mark Lanegan Band ormai ha un'ossatura abbastanza compiuta, comprendendo il contributo saltuario di Greg Dulli, Josh Homme, Duke Garwood e la batteria di Jack Irons (ex Big Audio Dynamite, Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam), la quale tende però spesso ad assomigliare ad una drum machine infernale. 

Lanegan ci mette la sua innata classe di crooner consumato ed un pugno di belle canzoni, leggermente meno funeree del solito (Nocturne, Beehive, Sister, Old Swan). Con Gargoyle potremmo provocatoriamente definire Mark Lanegan come il miglior cantante della generazione dopo la sua.

                                                                          
  Lorenzo Allori