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Neil Young - Discografia anni '90 '00 e '10

Neil Young inizia gli anni '90 con grandi aspettative da parte del suo pubblico. Gli anni '80 sono stati una grande delusione, ma proprio nel finale, il colpo di coda di Freedom (1989) ha riacceso le speranze. Neil viene lusingato dall'essere indicato come fonte primaria di ispirazione da molti giovani gruppi rock indipendenti (Dinosaur Jr in primis) e per questo si cimenta, insieme ai redivivi e fidati Crazy Horse, con uno album elettrico e sperimentale intitolato Ragged Glory (1990 - ****). La "gloria stracciona" è la celebrazione da parte di una vecchia rockstar di quelle nuove tendenze musicali che ben presto cambieranno il volto dell'industria musicale. La potenza di Fuckin' Up, la lunga Over And Over ed altre delizie elettriche come Love To Burn, Farmer John e Mansion On The Hill fanno riuscire Ragged Glory laddove Zuma (1975) aveva parzialmente fallito. Questo è il vero contributo dato da Neil Young alla storia del rock: uno stile unico ed inimitabile, in cui tre note suonate lentamente valgono di più di tutta la carriera di Steve Vai. Chiude una curiosa versione rock dell'inno del movimento boy scout Mother Earth (Natural Anthem).

 
Testimonianza di una leggendaria tournée americana in compagnia dei Crazy Horse e dei Sonic Youth (questi ultimi come gruppo di supporto), Weld (1991 - *****) è semplicemente il miglior album dal vivo della carriera di Young. L'inizio è da urlo, con Hey Hey My My (Into The Black), Crime To The City (Sixty To Zero) ed una stralunata cover di Blowin' In The Wind di Bob Dylan, trasformata in un inno di protesta contro la prima Guerra del Golfo.

Grande risalto viene poi dato giustamente alle canzoni di Ragged Glory. Al doppio dal vivo viene aggiunto uno strano live album di puro feedback intitolato Arc (1991 - **1/2) in cui, dentro una vera e propria orgia di rumore, si riconosce solo una stravolta versione di Like A Hurricane.

Per festeggiare il ventennale di Harvest, il più grande successo commerciale della carriera, esce un disco gemello intitolato Harvest Moon (1992 - ***). L'album non è malvagio anche se conferma la difficoltà ormai acclarata di Neil a realizzare grandi lavori di puro cantautorato. I momenti migliori sono la title track, The Unknown Legend e From Hank To Hendrix.

Dreamin' Man Live ‘92 (1992 - **1/2) è una rilettura integrale dal vivo della scaletta dell'album precedente, il quale non meritava evidentemente cotanto onore. Superfluo, soprattutto se si possiede l'originale ed il successivo Unplugged di MTV.

Lucky Thirtheen (1993 - **) è un album che raccoglie canzoni inedite degli anni '80. Questo dovrebbe essere già un motivo sufficiente per non ascoltarlo. Si ricordano Depression Blues ed una curiosa versione quasi elettronica del grande classico Helpless (1970).

Neil Young approccia l'appuntamento con la trasmissione televisiva MTV Unplugged quasi in perfetta solitudine (ogni tanto fanno capolino gli Stray Gators ed il cantautore Nils Lofgren a dargli manforte). Unplugged (1993 - ****) è disco convincente che rilegge l'intera carriera del nostro, partendo dalle vetuste The Old Laughing Lady e Mr. Soul, fino alle recenti canzoni di Harvest Moon. Si segnalano l'inedita Stringman e una particolare versione acustica di Transformer Man (era il brano di punta del suo disco del 1982 di rock elettronico intitolato Trans).

La morte di Kurt Cobain colpisce così tanto Neil da costruirci sopra un intero disco in combutta con i soliti Crazy Horse. Sleeps With Angels (1994 - ***1/2) è addolorato e poco rifinito, ma sicuramente ben riuscito con canzoni accorate come la title track, My Heart, Prime Of Life, la ballata country rock Western Hero ed il potente singolo "nirvaniano" Piece Of Crap. Neil Young partecipa con la struggente ballata pianistica Philadelphia alla splendida colonna sonora dell'omonimo film hollywoodiano, che racconta il dramma dell'AIDS e della discriminazione degli omosessuali.

L'alleanza con i Pearl Jam (senza però Eddie Vedder, che partecipa solo alla non eccezionale Peace And Love), frutta un disco di rock n'roll senza fronzoli intitolato Mirror Ball (1995 - ***). L'inno abortista Act Of Love, il country rock "crazyhorsiano" di Song X, Big Green Country, I'm The Ocean e Throw Your Hatred Down sono talmente compatte da sembrare la stessa canzone. Mirror Ball è il disco più venduto della carriera di Neil (dopo ovviamente Harvest, che fa storia a sé) grazie alla presenza dei Pearl Jam e di un singolo immediato come Downtown, che racconta un'improbabile gita in città per vedere un concerto dei Led Zeppelin! Insieme a Ry Cooder, Neil Young ricambia i Pearl Jam partecipando come musicista all'ottimo ep Merkin' Ball (con I Got Shit e The Long Road).

Dead Man (1995 - **1/2) è la colonna sonora quasi completamente strumentale di uno strano film western muto (con Johnny Depp) girato dal regista Jim Jarmusch.

L'esperienza degli ultimi album elettrici dà a Young la forza di realizzare un nuovo insieme di canzoni elettriche in stile Zuma (1975). Si intitola Broken Arrow (1996 - ****), come una storica canzone dei Buffalo Springfield ed è una lunga immersione nella cultura degli indiani d'America. Splendido il lato A con, in successione, le chilometriche Big Time, Loose Change e Slip Away. Nel lato B spicca la ballata acustica Music Arcade (che poi sarà oggetto di una cover di successo da parte dei Giant Sand), ma purtroppo anche l'orribile cover dal vivo di Baby What You Want Me To Do di Jimmy Reed (ma d'altronde si sa che il blues ortodosso non è certo materia in cui il nostro eccelle).

Tratto da un lunghissimo concerto in quel di Lione, Year Of The Horse (1997 - ***1/2) è l'ennesimo doppio dal vivo elettrico, senza peraltro sovrapposizioni con Weld. Molto belle When You Dance You Can Really Love, Barstool Blues, Big Time, Danger Bird e Prisoners Of Rock N'Roll. La grande sorpresa è rappresentata da una bella versione elettrica di Mr. Soul.

Dopo tanto correre Neil si prende finalmente qualche anno di pausa ed inaugura il nuovo millennio con un discreto lavoro di folk acustico intitolato Silver And Gold (2000 - **1/2), nel quale spicca però soltanto la title track.

 

Road Rock (2000 - ***) è un inutile disco elettrico dal vivo (questa volta senza i Crazy Horse), che riveste una certa importanza soltanto per il ripescaggio di qualche classico degli anni '70 raramente eseguito sul palco (Words, Cowgirl In The Sand). C'è spazio anche per la non certo originale cover di All Along The Watchtower di Bob Dylan. Partecipa al progetto la moglie Pegi Young (come corista), che proprio da qui inizierà una non indimenticabile carriera di cantante folk.

A sorpresa Young rispolvera il non certo riuscito connubio con i soulmen Booker T. & The Mg's, che aveva fruttato nel 1988 il deludente This Note's For You. Ne esce fuori l'altrettanto pessimo Are You Passionate? (2001 - **1/2), che riceve almeno mezzo voto in più per la presenza della lunga e possente Goin' Home, registrata dal vivo qualche anno prima con i Crazy Horse. In effetti questa straordinaria canzone non c'entra molto con l'atmosfera del resto del disco.

Provoca grande attesa la notizia che Neil Young sta per produrre un concept album con i Crazy Horse. L'album è ottusamente elettrico e si intitola Greendale (2003 - ***). La storia è un ingenuo proclama ecologista travestito da saga familiare e ne viene tratto perfino un pretenzioso film. Bellissima la ballata acustica Bandit e non male Leave The Driving, Sun Green e soprattutto Be The Rain. Al cd ne viene aggiunto un secondo contenente Live At Vicar State (2003 - **), una performance acustica integrale di Greendale, che Young realizza in solitario sul palco di un'università americana. Noiosissimo.

Neil Young celebra da par suo la storia del rock con una bella prova acustica intitolata Praire Wind (2005 - ***1/2). In questo disco c'è infatti spazio per omaggiare Elvis Presley (He Was The King) e Hank Williams Sr. (This Old Guitar). I brani migliori sono però posti proprio all'inizio della sequenza con l'inedita eleganza formale di The Painter e la splendida No Wonder, forse il brano più convincente dedicato alla tragedia dell'11 settembre dalla scena musicale rock mondiale.

Non contento della sola No Wonder, Neil decide di dedicare un intero disco al tema della guerra contro il terrorismo e dei vari abusi di potere commessi dalla presidenza di George W. Bush. Ne esce fuori un lavoro tronfio e pretenzioso, appesantito da cori, ottoni ed arrangiamenti orchestrali. Si intitola Living With War (2006 - **1/2) e riscuote successo solo grazie alle posizioni politiche che professa orgogliosamente.

Lo stesso Young non è convinto dagli arrangiamenti enfatici studiati per Living With War e quindi decide di farne uscire una nuova versione, intitolata Living With War: In The Beginning (2006 - ***), in cui le canzoni sono denudate dai cori e dai fiati. In questa veste primigenia canzoni come la title track, Let's Impeach The President o Lookin' For A Leader mostrano anche una qualità melodica e musicale che va oltre i pur condivisibili slogan passionari.

Chrome Dreams II (2007 - **1/2) allinea canzoni scartate dalle sessions di Living With War aggiungendoci alcune canzoni che dovevano far parte di un concept album (Chrome Dreams appunto) abortito a metà anni '80. Il disco rimane nella storia solo per i quasi diciannove minuti della bella, anche se effettivamente prolissa, Ordinary People. Non male poi The Believer, Dirty Old Man ed un altro brano lunghissimo intitolato No Hidden Path.

Con Fork In The Road (2009 - **) Neil realizza il peggior lavoro di un decennio tutto sommato dignitoso. Un disco sbagliato e frettoloso nel quale spicca solo la title track.

Come spesso è accaduto nella carriera del canadese, ad un periodo opaco segue un grande album. Questo è il caso di Le Noise (2010 - ****), che segna il magico incontro in studio tra Neil ed il grande produttore Daniel Lanois. I due, pur essendo connazionali, non avevano mai collaborato insieme. Si tratta di un lavoro super sperimentale in cui la nuda chitarra elettrica di Young viene catturata con i magici riverberi tipici delle produzioni made in Lanois. Semplicemente splendide Walk With Me, Angry World e Hitchhicker, nonché l'ironico titolo del disco. Le Noise non solo è il miglior disco di Neil Young dai tempi di Rust Never Sleeps (1979), ma merita di stare nella top 5 degli album in studio realizzati da questo autentico monumento del rock.

 
Dopo ben nove anni Neil Young torna in studio con i Crazy Horse per realizzare un omaggio alla tradizione musicale a stelle e strisce. Si intitola Americana (2012 - ***1/2) e vede un repertorio in gran parte del XVIII e del XIX secolo rivestito della consueta devastante elettricità. E allora ecco canzoni come Oh Susannah o l'inno nazionale britannico (composto negli Stati Uniti) divenire dei perfetti rock anthems.

Benché azzardato, l'esperimento funziona piuttosto bene e lo testimonia la bellissima rivisitazione di quel superclassico della folk music intitolato Tom Dooley (portato al successo già all'inizio degli anni ‘60 dal Kingston Trio).

 La copertina di Psychedelic Pill (2012 - ***) vede un indiano a cavallo ed immediatamente si corre con il pensiero a album storici come Zuma e Broken Arrow. Niente di più vero perché Neil guida ancora una volta i Crazy Horse sui terreni impervi di estesissime composizioni elettriche.

C'è qualcosa di diabolico nella semplice ricetta musicale del canadese, che gli permette di suonare per mezz'ore assoli di chitarra senza annoiare; sta di fatto che in questo doppio album forse si esagera un po' sulla durata. In musica a volte l'essere prolissi non è una virtù ed alla fine solo The Love Of Man risplende come una grande canzone (anche se i trenta minuti buoni di Driftin' Back non sono affatto male). Che l'ispirazione comincia a scarseggiare lo si nota da piccoli particolari, come per esempio il citazionismo spinto che rasenta talvolta il plagio (una canzone ha la linea di basso di The Weight di The Band) o l'autoplagio (in un caso appare nitido il fantasma della gloriosa Cowgirl In The Sand).

Live At The Cellar Door (2013 - ***) è l'ennesimo concerto estratto dagli sterminati archivi di Neil. Si tratta di una breve esibizione (45 minuti) acustica del 1970. Il repertorio iniziava a diventare di prima categoria, grazie anche alla presenza dei primi estratti in anteprima da quelli che sarebbero diventati After The Gold Rush e Harvest.
 
Veramente superlative le versioni di Only Love Can Break Your Heart e di Don't Let It Bring You Down, altrove però il concerto risente di una certa staticità e di una qualità sonora non certo al top.
  Si pensava che Neil Young avesse definitivamente chiuso con le pazzie con i suoi strani anni '80 invece, dopo le avvisaglie di un disco coraggiosissimo, ma pure ben riuscito come Le Noise, ecco lo stranissimo A Letter Home (2014 - **1/2). Si tratta di una raccolta di cover realizzate soltanto con l'ausilio di una chitarra acustica e dell'armonica.

La particolarità sta però nel metodo di registrazione, poiché Young in questo caso si affida ad una tecnologia per l'incisione di vinili risalente addirittura al 1947. Ed i fruscii del caso si sentono, eccome. La scelta delle canzoni è piuttosto ricercata e soprattutto pesca in ambito folk - country. I brani più noti sono My Hometown di Bruce Springsteen, Girl From The North Country di Bob Dylan e Reason To Believe di Tim Hardin.

Neil Young non ha intenzione di rallentare il ritmo della propria produzione nemmeno nel XXI secolo. Storytone (2014 - ***1/2) è un doppio album (nella sua versione de luxe) che vede il nostro interpretare dieci nuove canzoni arrangiate per orchestra e poi da solo, soltanto con l'ausilio di armonica, pianoforte e chitarra acustica. Non si tratta di una stramberia simile a quella dei terribili anni '80, poiché l'album funziona in entrambe le vesti (anche se tendo personalmente a preferire la scarna versione folk di queste canzoni).  
Del resto l'amore per le orchestrazioni era già emerso nello storico Harvest o nel discutibile Living With War. Neil dimostra qui di avere anche insospettabili doti da crooner. Se si volesse avere una pietra di paragone per descrivere Storytone, il pensiero non potrebbe che correre al mitico Stardust di Willie Nelson. Nel cd "minimalista" piace molto Say Hello To Chicago, in quello orchestrale è invece Like You Used To Do quella che riesce meglio di tutte ad ammaliare l'ascoltatore.
  The Monsanto Years (2015 - ***) fa parte del filone dei dischi "politici" del canadese (come Greendale o Living With War). In questo caso il bersaglio sono le grandi multinazionali ed in particolare il colosso dell'industria agroalimentare Monsanto. Fin dagli anni '80 Young è interessato alle problematiche dei piccoli agricoltori americani (è stato con John Mellencamp e Willie Nelson promotore del festival annuale Farm Aid) e di sicuri gli OGM e le sementi "intelligenti" non li vanno proprio a genio.

Il problema è che, in questi casi, lui tende a perdere la misura musicale dell'opera. Insieme a Young ci sono i Promise Of The Real (con due figli di Willie Nelson in formazione), i quali talvolta cercano invano di replicare il sound dei Crazy Horse ed altre volte ricordano gli Stray Gators di Harvest (Wolf Moon). A New Day For Love e Big Box hanno davvero un bel tiro, ma altri brani sembrano involuti (People Want To Hear About Love o la polemica title track).

Dagli archivi poderosi del canadese viene estratto il succulento doppio dal vivo Blunote Café (2015 - ****1/2). Trattasi di un'esibizione del tour americano del 1988, allorché Neil si faceva accompagnare da una vera large band denominata appunto Bluenote Café (comprensiva del nucleo forte dei Crazy Horse).  

Mai la musica di Young è stata così vicina al blues ed al soul come in queste registrazioni, pur mantenendo alcune delle caratteristiche più riconoscibili del suo stile (la ripetitività degli arrangiamenti con in questo caso numerosi riff suonati all'unisono dalla nutrita sezione fiati, l'impeto rock, l'andatura caracollante di molti pezzi). In questa scaletta ci sono tantissimi inediti assoluti ed in più Ordinary People e Crime In The City (Sixty To Zero), che sarebbero uscite in album successivi al 1988. E' poi da segnalare la versione definitiva di  Tonight's The Night (unico classico in scaletta, con oltre 19 minuti di delirio rock n'roll). Bluenote Café è un tesoro di inestimabile valore con due gemme più brillanti delle altre: Don't Take Your Love Away From Me e Soul Of A Woman. Non raggiunge le cinque stelle soltanto perché per niente rappresentativo della musica di Neil Young.

 
 Earth (2016 - **1/2) fa parte dei non rari colpi di testa del "cavallo pazzo" canadese. Si tratta di un doppio dal vivo, realizzato con l'aiuto dei Promise Of The Real, in cui il tema ecologista è così preponderante da entrare nella stessa narrazione musicale. Le canzoni sono infatti intervallate dai "suoni della natura" (gracchiare di corvi, frinire di cicale, ronzare di api ecc.).

A rendere ancora più kitsch il tutto c'è l'utilizzo costante di un coro di voci bianche, che stona non poco con il tenore elettrico dell'esibizione. In scaletta ci sono tante canzoni di The Monsanto Years e qualche raro classico (Love And Only Love, After The Gold Rush, Vampire Blues, Western Hero). La qualità audio dell'incisione è eccezionale.

Il 2016 è stato l'anno in cui i più insospettabili si sono lasciati influenzare dalle nuove tendenze dell'hip hop (David Bowie, Nick Cave, Lambchop). Anche Neil Young non è da meno, con una canzone insolita ma interessante intitolata My Pledge.
Il brano è contenuto in un album registrato in grande fretta e realizzato in trio, con strumentazione soprattutto acustica; Peace Trail (2016 - **1/2) è il suo titolo. Si tratta di un disco piuttosto monocorde, in cui le canzoni spesso si confondono l'una con l'altra (è il caso delle consecutive Indian Givers e Show Me), oppure sono semplicemente brutte (Texas Rangers).  

Gli unici motivi per ascoltarlo (oltre alla già citata curiosità per My Pledge) sono legati alla riconoscibilissima chitarra elettrica di Young, che sciorina assoli nella title track o a qualche colpo di coda ben assestato (Can't Stop Workin', Terrorist Suicide Hang Gliders).

  Lorenzo Allori