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OKKERVIL RIVER Discografia

 

Gli Okkervil River provengono dalla fiorente scena musicale di Austin (Texas), ma la loro proposta musicale non ricalca quasi per niente le tipiche coordinate della musica texana. Il gruppo nasce dall’incontro tra i due songwriters Will Sheff (anche cantante) e Jonathan Meidburg. I due sono anche i responsabili dell’interessante progetto parallelo che risponde al nome di Shearwater.

Nel 1998 esce il primo episodio della loro saga, Stars Too Small To Use (**1/2) è un ep autoprodotto (e mai ristampato) che è ancora piuttosto acerbo e poco indicativo dello stile appassionato della band.

Occorre attendere fino al 2002 per avere il primo vero album completo: Don’t Fall In Love With Everyone You See (****) è disco che propone una personalissima ricetta di country rock, basato sì sull’uso degli strumenti a corda, ma filtrati da una sensibilità molto moderna. 

Le iniziali ballate Red e Kansas City fissano già le coordinate di un suono che altrove diventa addirittura simil sinfonico (My Bad Days) e raggiunge il suo apice nella fantastica (fin dal titolo) Listening To Otis Redding At Home During Christmas.

Down The River Of Golden Dreams (2003 - ***1/2) è il gemello del precedente, dal quale si differenzia per una superiore dose di ingredienti soul. Sheff scrive sul sito della band che vorrebbe fare un disco in “stile Al Green”, ma quello che ottiene è un episodio di country soul dove spesso la voce si increspa in urli sgraziati. Dead Faces e Blanket And Crib sono le canzoni da demandare ai posteri.

  

 

Prendendo spunto dalla cover di Black Sheep Boy, canzone scritta da Tim Hardin negli anni ’60, gli Okkervil River incidono il loro capolavoro. Black Sheep Boy (2005  *****) è un concept album molto cupo che parla della difficoltà di “non rovinare sempre tutto” nelle relazioni interpersonali tra adulti.

Un tema in cui ciascuno ovviamente può riconoscersi e non certo originale, ma gli Okkervil River ne parlano con grazia assoluta ed un sound senza molti paragoni in giro (se non forse qualcosa dei Lambchop).
 

La critica parla di “country gotico” ed in effetti l’album sembra sempre sul filo del rasoio tra la wave britannica e la roots music americana. La canzone da ricordare è For Real, una delle più belle dello scorso decennio, ma anche In A Radio Song, Black, A King And A Queen, A Stone, So Come Back I’m Waiting e A Glow non sono da meno.

Il successo dell’album è così sorprendente e clamoroso che il gruppo esce con un ep, intitolato Black Sheep Boy Appendix (2006 - ****), che contiene sette nuovi brani (non outtakes) che possono ricongiungersi come argomento ed atmosfera al concept del disco precedente. Anche qui si nota una grande qualità nella scrittura di Sheff, sicuramente uno degli autori più dotati della sua generazione, che si sublima soprattutto nell’incantevole ed ironica Last Love Song For Now. La casa discografica Jagjaguwar produce una nuova edizione di Black Sheep Boy (su doppio cd) che contiene anche le canzoni dell’appendice.

Primo di una coppia di dischi gemelli, The Stage Names (2007 - ***1/2) consacra gli Okkervill River come delle superstar a livello internazionale (oltre 100.000 copie vendute nel solo primo week end successivo alla pubblicazione). E’ l’ultimo lavoro con Jonathan Meidburg della partita, infatti il secondo violino della band si separa consensualmente da Sheff, preferendo concentrarsi sugli Shearwater (peraltro con esiti artistici più che apprezzabili). La dittatura illuminata di Will pilota il gruppo verso un suono non molto convincente che deve molto (pure troppo) alla new wave degli anni ’80. Mentre si ha la tentazione di stroncare il disco parte Our Life Is Not A Movie Or Maybe, la canzone più bella della loro storia; ed allora finisce che si aggiunge un mezzo voto in più.

La seconda parte di The Stage Names, si intitola The Stand Ins (2008 - ****) ed è disco molto solido e pieno zeppo di belle canzoni. Il ritorno alle sonorità di Black Sheep Boy giova al gruppo, che continua ad avere delle sonorità assolutamente peculiari. Questa volta la canzone killer si chiama Starry Stairs.

 

Dopo una notevole collaborazione con l’ex 13th Floor Elevators e concittadino, Rocky Erikson (ottimo l’album True Love Cast Out All Evil del 2010 - ****), gli Okkervil River tornano in pista con I Am Very Far (2011 - ***), un disco che purtroppo ricalca le idee musicali di The Stage Names. Non vi strapperete i capelli ad ascoltare le undici canzoni che compongono questo lavoro. 


 
Pop elegante, ma che non riesce a giungere al cuore, così come invece Sheff ci ha abituato. Da segnalare in particolare il brano Mermaid.
 
  The Silver Gymnasium (2013 - ***1/2) è il disco più classicamente pop e meno dardeggiante dell'intera carriera degli Okkervil River. E' un album che cresce ascolto dopo ascolto e che è molto difficile collocare in un qualche periodo storico del rock. Vi si può trovare la graffiante ironia di un Randy Newman ed anche l'eleganza formale dei Crowded House.

Si tratta di un concept album che racconta alcune vicende della giovinezza del leader Will Sheff, vissuta in una piccola cittadina del New Hampshire, uno stato famoso per le permissive leggi fiscali e per essere stato l'undicesimo e più importante ratificatore della Costituzione Americana nel 1789. Poco altro, fino ad oggi, fino a The Silver Gymnasium. Stay Young merita di essere annoverata nell'Olimpo delle migliori composizioni di Sheff.

Dopo un lungo periodo di appannamento e diversi problemi personali per il leader Will Sheff, gli Okkervil River tornano in pista alla grande con il notevole Away (2016 - ****). Si tratta di un album molto legato alla forma della lunga ballata cantautorale, in cui la sgraziata voce del leader ci racconta amare storie di vita vissuta, non rinunciando però ad una garbata cura negli arrangiamenti (con relativa messa al bando del minimalismo in stile Bon Iver).
 

Ecco perché le canzoni vengono intessute tra interventi di fiati ed archi e le citazioni new wave anni '80 sono ridotte al minimo rispetto al passato (Mary On The Wave). Prendetevi il tempo che serve per assaporare queste canzoni ed almeno l'obbligatoria Judey On A Street o il crescendo convulso di Frontman In Heaven.

  Lorenzo Allori