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PATTI SMITH Discografia

 

La poetessa Patti Smith inizia ad accompagnare con musica rock i propri reading poetici nel 1974. Dopo il successo riscosso in tutta New York City, ben presto si forma la prima versione del Patti Smith Group, una band capace di portare, senza soluzioni di continuità, il rock degli anni ’60 nelle braccia del punk rock. Il gruppo è composto da Patti Smith (voce), Lenny Kaye (chitarra), Richard Sohl (tastiere), Ivan Kral (basso) e Jay Dee Daugherty (batteria).

Dopo il discusso e crudo esordio in 45 giri intitolato Piss Factory / Hey Joe esce Horses (1975 - *****), che è uno dei più grandi capolavori della storia del rock. In una New York City dove il vento nuovo rappresentato dai Ramones sta cominciando a farsi largo, Patti Smith irrompe con la furia di un orso e con la leggerezza di una farfalla.

 
 
 

Bastano i primi leggendari versi di Gloria (Gesù è morto per i peccati di qualcuno, ma non per i miei..), per capire che la ragazza non farà prigionieri. Proprio Gloria, leggendario brano garage inciso dai Them di Van Morrison alla fine degli anni ’60, trova la sua dimensione ideale con l’introduzione dei pochi versi aggiunti dalla poetessa. Basterebbe questo a giustificare l’acquisto del disco, ma qui ci sono anche Redondo Beach, Birdland, Land, Elegie e Break It Up (brano dedicato al precursore Jim Morrison), più interessanti cover provenienti dal repertorio di Wilson Pickett e The Who. Produce John Cale che ha l’intelligenza di limitarsi a vedere quello che succede in studio senza intervenire più di tanto. Portentoso.

Con il successore Radio Ethiopia (1976 - ***1/2), Patti dimostra di avere coraggio da vendere e di rifiutare qualsiasi tipo di cliché. Non si tratta infatti di un seguito di Horses, ma anzi di un album molto più sperimentale e legato alla world music (leggi reggae). Le canzoni più orecchiabili sono Pissing In A River, Ask The Angels e l’ottima Ain’t It Strange, ma nelle orecchie rimane soprattutto l’infinita sarabanda finale Radio Ethiopia / Abyssinia. Tra Bob Marley e Black Angel’s Death Song dei Velvet Underground.

Mai il Patti Smith Group è stato vicino a qualcosa che potrebbe assomigliare al successo commerciale se non con il pregevole Easter (1978 - ***1/2), un album che sfoggia il super singolo Because The Night, scritto da Patti Smith con l’amico Bruce Springsteen. Qualunque cosa pensiate sulla new wave, non potete esimervi da apprezzare la tremenda accelerazione rock di Rock N’Roll Nigger. Partecipa come ospite Tom Verlaine dei sodali Television.

Le fatiche da rockstar ed un album parzialmente deludente intitolato Wave (1979 - ***) convincono Patti a sciogliere il gruppo ed a prendersi un periodo di riflessione. Il matrimonio con Fred “Sonic” Smith (ex chitarrista degli MC5) la terrà per molti anni lontano dalle scene ed impegnata ad essere madre e moglie. La prima parte di carriera si chiude in modo drammatico sul palco dello Stadio Artemio Franchi di Firenze. Di Wave restano le dolci cartoline intitolate Frederick e Dancing Barefoot e la cover profetica di So You Want To Be A Rock N’Roll Star dei Byrds.

Dopo anni di silenzio Patti torna con l’aiuto del marito, di Sohl e Daugherty nel discreto The Dream Of Life (1988 - ***), che sarebbe un contenitore di banale rock n’roll energico se non fosse per la presenza di un super singolo come People Have The Power, inno populista e politically correct, che la riporta in classifica dopo tanti anni.

  

Dopo altri otto anni di oblio esce Gone Again (1996 - ***), un disco difficile sul quale la critica si è divisa per anni. C’è chi lo considera terribilmente noioso, chi invece lo ha sempre salutato come un capolavoro. La verità forse sta nel mezzo. Quello che è certo è che si tratta di un album musicalmente e poeticamente veramente ostico e con una generale aria funerea derivante dai vari lutti subiti dalla cantante (il marito Fred “Sonic” Smith, l’amico fotografo Robert Mapplethorpe, il tastierista Richard Sohl).

Si ha il tempo anche di piangere per le prematura scomparsa di Kurt Cobain, ultimo eroe del rock n’roll. I brani migliori sono la title track, Beneath The Southern Cross e l’energico singolo Summer Cannibals. Finalmente Patti trova il modo di omaggiare il suo grande idolo Bob Dylan (peraltro all’epoca in gravi condizioni di salute) con una cover della sua The Wicked Messenger.

La ritrovata serenità della poetessa si riflette in una rinnovata prolificità. Peace And Noise (1997 - **1/2) festeggia la nuova relazione con il giovane Oliver Ray (nuovo chitarrista della sua band) ed il riallacciarsi dei rapporti con il suo partner musicale preferito, Lenny Kaye. La musica è purtroppo banalotta e quasi ballabile ed il singolo 1959 non serve certo a risollevare le sorti del peggior album della sua carriera.

Con l’inizio del nuovo millennio Patti Smith inizia a meditare sul proprio passato. Gung Ho (2000 - ***1/2) è album dedicato alla propria famiglia di origine ed ai sogni infranti degli anni ’60. Un disco fiero e libero con canzoni lunghissime e quasi parlate (Gung Ho, Strange Messenger). Ormai la spinta propulsiva della Patti Smith compositrice sembra però esaurita.

Trampin’ (2004 - ***) conferma il ritrovato seguito commerciale della nuova band ondeggiando tra gli estremi di un pop rock simile a Easter (Jubilee, Cartwheels) e deliranti momenti di “spoken noise rock” che ricordano la furia del secondo album (Gandhi, Radio Bagdad). Niente di indimenticabile e comunque le prediche cominciano a stancare.

Cosa c’è di meglio di un album di cover per mascherare una crisi creativa? Del resto Patti Smith, fin dai tempi di Gloria, è maestra riconosciuta del genere. Twelve (2007 - ***) è insipido come certi cibi da Autogrill. Le cover sono poco originali e risapute (ad eccezione del ripescaggio di Everybody Wants To Rule The World dei Tears For Fears), ma poi Patti imbrocca una grande versione di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana ed ottiene un’insperata sufficienza.

  
Piero Della Francesca, il naufragio della Costa Concordia, lo tsunami in Giappone, Amy Winehouse, Amerigo Vespucci e Seneca fanno tutti parte del pantagruelico menù di Banga (2012 - ***). L’album sfiora varie volte il kitsch e lo raggiunge abbondantemente con la pessima cover di After The Gold Rush di Neil Young (con tanto di coro di bambini finale). Bisognerebbe stroncarlo, ma poi viene in mente che in fondo Patti non ha mai fatto mistero di farsi guidare dalla propria poesia e non dalla propria ragione, e si perdona anche qualche sbavatura di troppo.
C’è poco rock n’roll in Banga e diverse inaspettate suggestioni folk (Banga, Mosaic) e sono queste ultime a farsi preferire a ritornelli facili facili come quelli di Amerigo o This Is The Girl.
 Lorenzo Allori