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PORCUPINE TREE I was born in '67...

 

Nell'interminabile universo musicale è facile imbattersi in gruppi di difficile collocazione perché allergici ad ogni tipo di stabilità rassicurante. Facile per alcune band diventare l'altoparlante di gruppi che hanno segnato la storia del rock, ancora più facile trovare il proprio sentiero e finire con il diventare un'interminabile copia di se stessi. I Porcupine Tree costituiscono un tipico esempio di “mina vagante” e la loro musica – nel bene e nel male – riesce a sfuggire ad ogni etichettatura di genere; band in continua mutazione stilistica, eterna dannazione per i fan della prima ora. A loro modo hanno dato un senso al termine “progressive”, che al di là di ogni connotazione prettamente tecnica è un termine che vuole indicare prima di tutto continua evoluzione, cammino costante verso nuovi cambiamenti.

Ma cerchiamo di andare con ordine.

I Porcupine Tree nascono verso la fine degli anni ottanta come one-man-band dell'eclettico Steven Wilson, che in quegli stessi anni stava portando avanti un altro suo progetto (No Man) con il cantante Tim Bowness. Il padre di Wilson, oltre che grande appassionato di musica era anche un eccellente ingegnere elettronico e la costruzione di una multi-track tape machine per il figlio adolescente, ha permesso a Wilson di tuffarsi nel creativo mondo della registrazione fin da giovanissimo. Negli anni a venire Steven allestirà la propria stanza come una vera e propria sala di registrazione e così nel 1989 crea una cassetta a nome Porcupine Tree dal titolo Tarquin's Seaweed Farm, mentre l'anno successivo arriverà l'EP The Love, Death  & Mussolini e The Nostalgia Factory...And Other Tips For Amateur Golfers. La maggior parte dei brani contenuti in questi tapes (ormai diventati veri e propri oggetti da collezione) confluiranno  - con le dovute modifiche in fase di riarrangiamento – nell'album del 1991 On The Sunday Of Life (****), vero e proprio omaggio di Wilson alla musica che lo aveva formato. L'album è interamente suonato da Steven, eccezion fatta per gli inserti di oboe - eseguiti da Timothy Masters - che aprono passaggi verso mondi incantati (On The Sunday Of Life) e spiragli di razionalità tra i vortici acidi della prima parte dell'album (che prenderà il nome di First Love). Nella “Chiaroveggenza” della seconda sezione del disco è invece racchiusa l'essenza ultima dei Porcupine Tree, due brani che da soli inquadrano alla perfezione il “gruppo”, in opposizione per durata e arrangiamenti. Da una parte la sinistra Radioactive Toy, caratterizzata da tastiere rassicuranti e digressioni chitarristiche in perfetto stile Gilmour (periodo The Wall), essenziali e assolutamente efficaci. Immediatamente dopo troviamo la splendida Nine Cats, ballad visionaria e sognante puntellata da astrali note di chitarra. I Beatles vengono invece palesemente citati in Footprints (“Tangerine trees and marmalade skies and plasticine porters with looking glass ties“) e indirettamente nella “Joy Division-style” This Long Silence (“Mark Chapman stared at fantasy bare wires burned his brain as Sergeant Pepper led the band playing through the rain”), che prelude alla lunga It Will Rain For A Million Years, il brano più intenso di tutto l'album.

 Se On The Sunday Of Life può essere considerato a tutti gli effetti una sorta di “best of” della one-man-band Porcupine Tree, nel 1993 arriva il momento di dare alla luce il primo vero e proprio album a marchio Porcupine, Up The Downstair (****).
 

Nell'album doveva rientrare anche lo psichedelico viaggio tra le droghe allucinogene di Voyage 34, brano che originariamente aveva la durata di 13 minuti, ai quali Wilson ne aggiunse altri 17 facendo di Voyage 34 il singolo più lungo di tutti i tempi, secondo solo – come Steven sottolinea nelle note di copertina della ristampa dell'album -  alla Blue Room degli Orb. Una volta accantonata l'opzione di far rientrare Voyage 34, in Up The Downstair quest'ultima uscirà come EP nel 1992.

“What you're listening to are musicians, performing psychedelic music under the influence of mind-altering chemical called...”, così si apre Up The Downstair, con una voce introduttiva che lascia in sospeso la pronuncia di un acronimo che non è poi così difficile da riconoscere. Anche se timidamente, arrivano i primi ingressi nel gruppo, Richard Barbieri nella programmazione elttronica del brano della title track e Colin Edwin al basso di Always Never. L'album è un lungo fluire di immagini sfocate, con testi che lasciano spesso una sensazione simile a quella che si prova guardano una foto strappata. Il lavoro in fase di incisione di Wilson continua a rivelarsi sorprendente, così come sorprendente appare la facilità con cui riesce a dare vita a brani di “breve” durata come, la trascinante Synesthesia e con la stessa facilità elaborare componimenti che nonostante i loro dieci minuti di vita, riescono ad ipnotizzare l'ascoltatore, vedi la title track o la splendida Burning Sky.

Burning Sky che a tratti, con i suoi cambi di tempo repentini, si presenta come un vero e proprio omaggio al progressive vecchio stile. Gli inserti di chitarra di Wilson appaiono invece sempre più intelligenti, mirati e dosati ottimamente (Fadeway, Always Never, solo per citarne alcuni).

 

A proposito di ruolo principale della chitarra, una delle vette raggiunte dai Porcupine è sicuramente The Sky Moves Sideways, brano articolato in due parti, che da il titolo al terzo lavoro della band. Con l'album The Sky Moves Sideways (****), finalmente il termine Porcupine Tree smette di essere lo pseudonimo usato per indicare la sola persona di Steven Wilson.

In questo disco viene annientata ogni percezione di spazio-tempo; se gli undici minuti di Burning Sky potevano sembrarci un tempo considerevole, qui abbiamo un album incorniciato da due brani della durata complessiva di quasi quaranta minuti (e non dimentichiamo i 17 minuti di Moonloop). Wilson non è certo nuovo a questo genere di composizioni (ricordiamoci Voyage 34), ma dovevamo aspettare il 1995 e l'ingresso nella band di musicisti del calibro di Chris Maitland (batteria), oltre ai confermati Richard Barbieri e Colin Edwin, per riuscire ad ascoltare un album che suonasse a tutti gli effetti come un lavoro di squadra. Gli accordi fluttuanti di chitarra che aprono The Sky Moves Sideways Phase One creano un ottimo preludio a quello che sarà un continuo cambiamento: chitarre che scompaiono per dare spazio ai sintetizzatori, che a loro volta si alternano a passaggi di percussioni, brevissimi solo di chitarra, passaggi di flauto traverso, il tutto fino a creare un vortice musicale che aumenta e diminuisce continuamente, fino alla sua dissolvenza finale. Moonloop, altro pezzo cardine del disco, con il suo crescendo che sfocia in un delirio di improvvisazioni è il giusto controcanto alla delicatezza dell'eterea The Moon Touches You Shoulder.

 

“We invite you, wherever you are, whether you're at home or whatever, to kick your shoes off and put your feet up and lean back and, uh, get yourself a cup of coffee or something and just relax and join us in enjoying some very quiet and romantic and relaxed music for a couple of hours. Born, Live, Die, Signify”, così, come nel caso di Up The Downstair, anche per Signify (***1/2) ci ritroviamo ad ascoltare una voce narrante che ci introduce al disco; ma proprio mentre siamo alle prese con la nostra buona tazza di caffé, pronti a viaggiare con la mente tra le atmosfere fluttuanti create da Wilson e i suoi, non facciamo in tempo a chiudere gli occhi che già veniamo bruscamente riportati con i piedi per terra dall'incedere incalzante della seconda traccia, Signify. Ma la title track è solo una nuvola passeggera, il senso delle parole introduttive di Bornlivedie arriva soprattutto con le tracce Pagan e Waiting (phase I e phase II). Con loro inizia il vero e proprio viaggio, uno di quei viaggi alla “Porcupine Tree”, con tappeti sonori sui quali Wilson apre efficaci parentesi chitarristiche, oppure - su quegli stessi tappeti sonori – troviamo i percorsi tracciati dalle percussioni di Maitland, che diventano motore trainante per i grappoli di note delle tastiere di Richard Barbieri, che ci conducono fino ad una vera e propria esplosione di batteria, chitarra ed elementi elettronici. Le due fasi di Waiting resteranno sicuramente il punto più alto di tutto il disco. La successiva Server (così come Waiting phase I) merita menzione per la voce di Maitland che si unisce a quella di Wilson nel ritornello, caratteristica che non mancherà mai (anche se la seconda voce non sarà sempre quella di Maitland) nei momenti più lirici dei Porcupine. Per un millesimo di secondo veniamo traditi dal delicato suono del flauto traverso di Idiot Prayer che ci riporta indietro fino ai King Crimson di I Talk To The Wind. Nonostante il gruppo sembri sempre più affiatato, l'album non manca di momenti di smarrimento, come nel caso di Intermediate Jesus, ricca di digressioni musicali che però non portano da nessuna parte. Dark Matter è invece un chiaro omaggio al bending di David Gilmour, ma allo stesso tempo ci regala uno spaccato dei Porcupine che ascolteremo di lì a tre anni. La voce narrante dell'inizio, la ritroviamo anche sul finale, pronta a dirci i risultati della seduta: "You've just had a heavy session of electro-shock therapy and you're more relaxed than you've been in weeks. All those childhood traumas magically wiped away - along with most of your personality".

 

Poteva mai esistere un sogno più stupido che fare della musica e volerla vendere? Questo è a grandi linee il pensiero di Wilson, pensiero che è anche alla base del disco della svolta dei Porcupine Tree, Stupid Dream (***), appunto. Dimenticatevi il passato, i viaggi lisergici negli angoli più nascosti dei nostri universi; preparatevi ad una brusca sterzata verso brani concepiti come hit-song dai ritornelli ovattati (Piano Lessons) e testi molto meno misteriosi. I brani più belli del disco sono quelli che hanno ancora qualcosa dei Porcupine Tree dell'altro universo e valgono da soli l'intero album: Even Less, Slave Called Shiver, Don't Hate Me, la straziante Stop Swimming, A Smart Kid e Tinto Brass. Il disco è impeccabile dal punto di vista della registrazione e i brani, anche quelli più ammiccanti al pop-rock da classifica, risultano comunque ottimamente strutturati. Non è difficile ogni tanto chiedersi quale sia il gruppo che si sta ascoltando (sentite l'inizio di Stranger By The Minute), ma superati questi brevi attimi di smarrimento, bisogna riconoscere a Wilson e compagni la grande capacità di spaziare tra i generi più disparati e di aver iniziato – finalmente – ad unire le proprie forze.

 

Gli inizi del nuovo millennio vengono inaurati da Lightbulb Sun (**1/2); lo “Stupido Sogno” sembra prendere sempre più piede e si incarna in The Rest Will Flow, brano che avrebbe tranquillamente potuto far parte di un disco dei Blackfield (uno dei tanti progetti paralleli di Wilson), grazie al suo ritornello intriso di pop e ai suoi arrangiamenti orchestrali. Ma i Porcupine Tree dell'universo parallelo non sono ancora scomparsi del tutto e si palesano nella “breve suite” di Russia On Ice. La Nine Cats di On The Sunday Of Life qui potrebbe essere la bellissima Shesmovedon, brano dal ritornello sognante e testo molto più diretto rispetto alla criptica ballad del primo album. La virata verso lidi più “sicuri” sta continuando e Four Chords That Made A Million - chiaro riferimento al “copia e incolla” facile dei fratelli Gallagher – ne è uno degli esempi più lampanti. I Nostalgici dovranno appigliarsi a Hate Song e Russia On Ice per rituffarsi nei gloriosi tempi in cui la strada percorsa era ancora quella di un rock progressivo intriso di psichedelia, richiami jazz e accenni metal. Questi due brani restano la base portante di tutto l'album, la prima grazie ai geniali arrangiamenti concepiti dalla band, la seconda per la sua capacità di traghettare nuovamente l'ascoltatore – proprio come ai vecchi tempi – verso mondi che ormai sembravano essere perduti, sommersi da questa nuova inclinazione Wilsoniana verso il sicuro.

Qual è uno dei primi traguardi da raggiungere per far sì che lo “Stupido Sogno” si realizzi? Ovvio, l'approdo ad una major. In Absentia (****1/2) del 2002 sancisce proprio questo: l'entrata dei Porcupine Tree nella Lava Records. I brani si fanno ancora più raffinati, Blackest Eyes, canzone che apre il disco, chiarisce subito ogni eventuale dubbio su quello che sarà l'incedere dell'album.  
 

Le fa seguito un brano che diventerà un must durante i concerti dei Porcupine, Trains, vero e proprio riassunto dell'estro creativo del gruppo. Sono tornati, ecco i Porcupine che aspettavamo da un po' di dischi a questa parte; li ritroviamo nelle atmosfere di Lips Of Ashes o nel riff di The Sound Of Muzak, pronto ad aprirsi al “refrain alla Wilson”. I due opposti sembrano riuscire a fondersi in questo disco, l'orecchiabilità di alcuni ritornelli è parte perfettamente integrante e non elemento dissonante dell'album e questo lo si può notare in brani come Gravity Eyelid e Prodigal. Il lavoro sublime fatto sugli arrangiamenti di batteria lo si deve al nuovo entrato Gavin Harrison, che ha elevato all'ennesima potenza la bellezza di Wedding Nails, brano strumentale acido e intriso di venature metal. Il disco risulta molto più unitario rispetto al precedente e la sua continua evoluzione, i continui cambi di atmosfera, lo rendono ancora più evocativo. La chiusura è impeccabile e arriva dopo la tempestosa Strip The Soul, crocevia di miriadi di generi musicali.  Dopo continue rincorse in cerca della tanto bramata vetta, Collapse The Sun Into Earth, caratterizzata da accordi di pianoforte alla Sigur Ros, così come al gruppo islandese rimandano anche gli inserti orchestrali; la sensazione è davvero quella di essere arrivati, di poter guardare dall'alto tutto ciò che abbiamo sempre visto da tutt'altra prospettiva.

 

L'attività principale di Steven Wilson è sì quella con i Porcupine Tree, ma negli anni l'instancabile musicista ha dato vita a molti altri progetti paralleli (No-Man, Bass Communion, I.E.M. e Blackfield) nei quali faceva (e fa) confluire le sue passioni musicali che sono le più diverse: ambient, elettronica, pop-rock, krautorock e via discorrendo. A queste attività ne vanno aggiunte ancora altre tra le quali la produzione di tre dischi della band svedese Opeth, (Blackwater Park, Deliverance, Damnation). Mikael Akerfaeldt, vocalist e chitarra degli Opeth, ricambia la stima di Wilson partecipando come back vocalist e seconda chitarra in alcune tracce del nuovo album dei Porcupine Tree, Deadwing (***1/2). La continua evoluzione dei Porcospini questa volta ci porta ad ascoltare un disco con molte più influenze metal, partendo dalla title -track fino ad arrivare a Open Car, passando per il riff di Shallow piuttosto che dal giro di basso jazz-style di Halo; tutto senza dimenticare la componente emotiva, che è data dalle aperture – prevalentemente acustiche – dei refrain. Se prendiamo Nine Cats e la uniamo a She's Moved On molto probabilmente otterremmo Lazarus, piccolo gioiello in cui la sovrapposizione di linee chitarristiche sfocia - e si fonde - con gli  arpeggi incalzanti della tastiera, per rincorrere insieme il climax. Se Lazarus è il brano che una volta terminato ti lascia ancora gli occhi sognanti, la breve suite Arriving Somewhere è in assoluto la punta di diamante del disco. L'inizio, in perfetto stile Pink Floyd ultima maniera, riesce a creare la giusta attesa: un lungo e continuo crescendo fino alla sezione centrale, dove ha luogo una vera e propria esplosione di chitarre, batteria e tastiere, in perfetto stile Porcupine-prog-metal, placata improvvisamente per una breve parentesi di chitarra alla Watershed (Opeth), per poi riprendere il suo corso, ma con una maggiore morbidezza.

 

L'inizio di Fear Of A Blank Planet non lascia scampo, se “Deadwing” si chiudeva con la delicata e sognante Glass Arm Shattering, la title track del nuovo album (****) non lascia via d'uscita: ritmi incalzanti, sostenuti dalla splendida batteria di Harrison; scenari oscuri che a tratti sembrano aprire a brevi attimi di tranquillità, che continuano comunque ad avere un sapore sinistro. Il nuovo disco dei Porcupine Tree ha un ospite illustre, un certo Robert Fripp, che si paleserà nei soundscapes della delicata My Ashes, che andrà a confluire nella suite Anesthetize, quasi diciotto minuti di completa immersione in flussi sonori sempre diversi, con richiami a generi e gruppi musicali diversi (all'inizio del brano non si fatica a riconoscere i Joy Division). Brano che si sviluppa in tre parti ben distinte: crescendo iniziale che si svilupperà in una sezione centrale caratterizzata anch'essa da un crescendo, ma di tutt'altro genere, intriso di metal; la terza sezione è la chiusura del cerchio, la quiete dopo la tempesta, come è giusto che sia. Il titolo Sentimental è una sorta di depistaggio visto il testo disilluso e non proprio ottimista della canzone, ma testo a parte, il brano rappresenta il lato geniale del gruppo; quasi ogni album dei Porcupine contiene una stella più luminosa delle altre, che ha alla base arrangiamenti semplici e riesce a funzionare alla perfezione senza l'ausilio di nessuna sovrastruttura.

 Quanti fan della cosiddetta prima ora avranno continuato ad acquistare dischi della band fino a Fear Of A Blank Planet? Forse non moltissimi, di sicuro c'è che se siete arrivati fino al suddetto album, tappandovi le orecchie per non sentire suoni che secondo voi appartengono ad una altra band, The Incident (**1/2) potrebbe essere la pietra tombale che posizionerete sopra buona parte della produzione Porcupine Tree.
 

Concept che si sviluppa in un unico disco più un secondo cd contenente pezzi completamente slegati rispetto alla storia principale. Gli arrangiamenti si ancora più sofisticati ma l'album a tratti sembra davvero un disco frutto di un'altra band. Pezzi per lo più brevi se si tiene conto dei tempi dei Porcupine, eccezion fatta per gli undici minuti di Time Flies che non nasconde un debito chitarristico nei confronti della Floydiana Dogs, ma che risulta essere anche il momento più interessante di tutto il lavoro. La title track invece il suo debito lo ha con alcune campionature Gabrieliana memoria. A ricordare che si tratta di un concept, oltre alla storia che c'è alla base della creazione del disco (l'attesa in coda a causa di un incidente stradale è stata la scintilla che ha innescato l'ispirazione di Wilson), troviamo anche diverse trame musicali che vengono riproposte in più di un brano, vedi per esempio quella di Occam's Razor che ritorna in Degree Zero Of Liberty o Octane Twisted che ritroviamo in The Seance. L'album racchiude storie diverse di – appunto – incidenti, ma si tratta di storie appena accennate, che lasciano spazio a molte interpretazioni. Il sound della band sposta ulteriormente la propria bussola e il singolo Drowing The Line ne è l'esempio più lampante.

Con questo disco, alla corte dell' “Albero di Porcospino” saranno arrivati sicuramente nuovi – e probabilmente più giovani – fan; molti altri si saranno rintanati nella propria stanza, nella speranza che il nastro di Tarquin's Seaweed Farm resista all'usura del tempo (ma soprattutto all'inclemenza dell'impianto stereo). Sfortunatamente per loro non ci sarà nessuna macchina del tempo che possa riportare i loro (ex)beniamini indietro, Wilson ha fatto le sue scelte, è prendere o lasciare.

 Chiara Felice