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Popol Vuh - Discografia

Fratelli delle tenebre, figli della luce: Popol Vuh

Guida all'ascolto a cura di Luca Perlini


Ascoltare un disco dei Popol Vuh rimane, ancora oggi, un'esperienza che lascia il segno. Gruppo "mito" degli anni Settanta, alfieri della "kosmische musik" tedesca, dovevano il loro fascino all'infinita naturalezza con cui fondevano elettronica "cosmica", psichedelia americana, tradizioni musicali di mezzo mondo e vari secoli di musica classica occidentale in un sound unico, arcano e visionario. Una musica spirituale per l'uomo moderno che prendeva il nome dal libro sacro dei Maya Quichè e aveva come nume tutelare Florian Fricke, one man band (o quasi) e tastierista di profonda classe e sensibilità. Dopo trent'anni di invidiabile carriera Fricke, purtroppo, ci ha lasciato nel 2001; nel corso dell'ultimo decennio, tuttavia, la SPV ha ristampato in CD, per la prima volta, il corpus quasi completo delle opere del gruppo.

Abbiamo quindi pensato a una guida all'ascolto, senza pretese di completezza o accuratezza cronologica, per orientarsi nella produzione labirintica di quello che, a parere di chi scrive, rimane il più grande gruppo della Germania anni '70 e una delle stelle più luminose dell'intera costellazione progressiva. Per dirla tutta, è un peccato (per lui!) che un qualsiasi appassionato dei Pink Floyd non conosca i Popol Vuh. E dunque...

Un disco da isola deserta

Duro trovarla al tempo dei reality e di "Lost", ma, se esistesse, uno di quei dischi da portarsi dietro sarebbe senz'altro Hosianna Mantra (***** e lode, 1973).

Terzo album del gruppo e primo a rinunciare all'elettronica e ai sintetizzatori, è una visione paradisiaca in musica come soltanto, forse, i padiglioni dei sogni di Harold Budd

Spirituals su nubi di vento che uniscono Oriente e Occidente nel flusso incantato del pianoforte di Fricke, delle romanze di oboe di Bob Eliscu (dei Between), della voce di cristallo della cantante lirica Djong Yun e della luminosa, lirica e splendida chitarra di Conny Veit, che ricama note come fossero arazzi e in qualche punto tra il Kyrie e la title track ci apre davvero le porte del Nirvana: anche a noi, laici incalliti. Più che un disco, un'epifania. Da regalare. A chiunque.

Per cominciare

Non va tuttavia dimenticato che la popolarità dei Popol Vuh si deve in buona parte alle colonne sonore per i film di Werner Herzog. La più bella è, per una volta, la più famosa,
ovvero Nosferatu (*****, 1978), che è inoltre un'introduzione ideale alla musica del gruppo in tutta la sua prodigiosa varietà. Mantra acustici ipnotici (Das Schloss des Irrtums, Die Umkehr, Morning Sun), brani elettronici oscuri e minacciosi (Die Nacht der Himmel, Der Ruh der Rohrflote), atmosfere indianeggianti per il sitar di Alois Gromer (Venus Principle) e, soprattutto, la meravigliosa Bruder des Schattens - Sohne des Lichts, che parte come un incubo gotico per coro e orchestra ma poi si scioglie in una serena e dolcissima melodia acustica guidata dal pianoforte e dalla chitarra di Daniel Fichelscher, ottimo sostituto di Conny Veit. Peccato soltanto che, nell'ultima ristampa SPV, il brano venga impietosamente sforbiciato dopo neanche 6 minuti su 16: chiunque voglia ascoltarlo in originale dovrà ricercare il CD omonimo, di difficile reperibilità, oppure affidarsi ai prodigi della rete...


Da avere assolutamente

Seligpreisung (**** ½ , 1973), Einsjager Und Siebenjager (**** ½, 1975) e Das Hohelied Salomos (**** ½, 1975) proseguono l'ispirazione spirituale di Hosianna Mantra mettendo in musica testi tratti dal Vangelo di Matteo e dai Salmi di Salomone. Rispetto al capolavoro del 1973 il sound perde in classicismo per venire delicatamente elettrificato: fino a sembrare, talvolta, un progressive trasognato e sfuggente (come nella suite Einsjager Und Siebenjager) eppure carico di mistero ed emotività, una specie di Mike Oldfield molto più raffinato. Invece Letzte Tage, Letzte Nachte (*****, 1976) segna il termine della fase più apertamente mistica e, allo stesso tempo, si caratterizza come il disco "rock" del gruppo. Forti della bella voce di Renate Knaup (dagli Amon Duul II) e spinti da una ritmica all'altezza, i brani non perdono un grammo di fascino e si collegano per certe vie misteriose con la psichedelia più immaginifica: canzoni maestose e di grande impatto come Dort ist der Weg e la title track sono senz'altro da inserire in una personalissima "Popol Vuh compilation".

 


 

 

Da avere

In den Garten Pharaos (****, 1972) è una delle pietre miliari della "musica cosmica" tedesca. Dopo l'esordio di Affenstunde Fricke continuava ad esplorare le nuove sonorità create con i sintetizzatori moog e collegava contemporaneità e ancestralità, nuova tecnologia e tradizioni antichissime. Più equilibrato e ascoltabile del predecessore, si compone di due lunghi brani, l'omonimo In der Garten Pharaos e Vuh, dei quali il primo si fa preferire per intensità di atmosfere e una liricissima coda di piano elettrico. Sei Still, Wisse Ich Bin (*** ½ , 1981) e Agape - Agape, Love - Love (*** ½ , 1983), considerati senza motivo apparente i dischi "new age" del gruppo, sono semplicemente due buoni lavori senza particolari sorprese, più corale e maestoso il primo (su tutte Wehe Khorazin), più quieto e sommesso il secondo (splendide Behold, the Drover Summonds e Why Do I Still Sleep?). Tra le colonne sonore da Herzog, da avere è Cobra Verde (****, 1987), che 15 anni dopo In der Garten... torna ad utilizzare l'elettronica (col Synclavier) in modo discreto ma efficace. Si potrebbe definire il disco ambient dei Popol Vuh e contiene il loro ultimo capolavoro, la meravigliosa e impronunciabile Hab Mut, bis Dass die Nacht mit Ruh' und Stille Kommt.


Solo per collezionisti

Affenstunde (**, 1971) è l'opera prima e un disco elettronico di importanza pionieristica. Tutto vero, però ragazzi... Sembra impossibile che questo sia lo stesso gruppo di Hosianna Mantra. Due stelle alla carriera (futura). Tra le altre soundtracks per Herzog, Herz Aus Glas (***, 1977) mantiene l'intensità elettrica del precedente Letzte Tage, Letzte Nachte e una marzialità gotica che tuttavia, essendo il disco strumentale, risulta alla fine un po' pesante. Aguirre (** ½ , 1975) vale per lo splendido brano omonimo, ripropostoci però in tre versioni solo marginalmente diverse, insieme a un lungo brano elettronico obiettivamente noioso e a due alternate version di brani da Seligpreisung ed Ensjager Und Siebenjager.
Ancor peggio Fitzcarraldo, (**, 1982) che presenta una selezione di arie d'opera e solo quattro brani dei nostri, peraltro già editi (soprattutto da Sei Still, Wisse Ich Bin).


Da evitare

For You and Me, City Raga e Shepherd's Symphony (*, 1991 - 1995 - 1997). Come fondere il Popol Vuh sound all'ambient-trance dei Novanta, facendo un po' la figura della signora imbellettata di Pirandello ma tanto ti produce tuo figlio e tu ne sei felice e i figli son piezz' e' ccore e allora chi se ne frega se questi sembrano, a tutti gli effetti, dischi degli Enigma...


Come tutte le storie che si rispettino, anche questa non finisce qui. Ci sono anche degnissime opere difficili da rintracciare (Die Nacht der Seele - Tantric Songs ****, 1979), o che aspettano la ristampa su CD (Spirit of Peace ****, 1985). Poi cosucce un po' più di frontiera come Yoga (***, 1976) realizzato da Fricke con musicisti indiani, oppure addirittura un Fricke Plays Mozart (** ½, 1992).
La strada, come dire, è aperta... Buon ascolto!

  Luca Perlini