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RED HOT CHILI PEPPERS Discografia

 Red Hot Chili Peppers - DISCOGRAFIA

 

  

Quattro cavalieri che cercano di mischiare punk, pop e funk: questi sono i californiani Red Hot Chili Peppers. La formazione iniziale della band vede spiccare la sezione ritmica con il talentuoso bassista Michael “Flea” Balzary e con l’ex batterista dei Big Audio Dynamite (e futuro Pearl Jam), Jack Irons. La composizione è invece saldamente nelle mani del chitarrista Hillel Slovak e del cantante Anthony Kiedis uno che, sia detto per inciso, ha frequentato più le palestre e le discoteche che i corsi di bel canto.

L’esordio The Red Hot Chili Peppers (1984 - ***) è una strana forma mutante di rock alternativo. I Peppers assoldano il produttore dei glaciali Gang Of Four e vorrebbero suonare come i Bad Brains di Rock For Light. Ne viene fuori un album che del punk ha la velocità e l’approssimazione tecnica e del funk l’irresistibile carica erotica. La canzone più bella (degna di stare accanto al miglior repertorio del gruppo) si chiama Buckle Down. Il resto non è esente da critiche, anche se True Men Don’t Kill Coyotes, Get Up And Jump e Out In L.A non sono affatto male.

 Il secondo album si intitola Freaky Stiley (1985 - ***) e vede la produzione del grande George Clinton, protagonista con Funkadelic e Parliament del più affascinante esperimento di fusion funk rock degli anni ’70. Effettivamente è l’album più black della carriera dei peperoncini con cover di valore come Hollywood (Africa) dei Meters e la strabiliante If You Want Me To Stay di Sly & The Family Stone.  

Altri esempi di puro funk sono le originali The Brothers Cup e Jungle Man, ma il gruppo sembra dare il meglio di sé quando decide di premere sull’acceleratore del punk rock (Catholic School Girls Rule) o si ammanta di psichedelia (Yertle The Turtle). Solo per questo album la batteria viene suonata da Cliff Martinez.

Il migliore album del primo periodo si giova del ritorno di Jack Irons dietro alle pelli. The Uplift Mofo Party Plan (1987 - ***) potrebbe essere l’ultimo della storia del gruppo poiché, poco dopo l’uscita, il chitarrista Hillel Slovak muore di overdose di eroina. Gli eccessi di tutti i tipi di cui si rendono protagonisti i quattro certo non aiutano la resa di un disco che ha punte bellissime (il rap di Fight Like A Brave, Behind The Sun e Me & My Friends), ma poi ha anche diverse canzoni molto deludenti. Tra le cose che non funzionano c’è la cover di Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan, che ha un suono ancora più caotico dell’originale.

Un picchiatore folle (Chad Smith) ed un chitarrista giovane e molto melodico (John Frusciante) si uniscono a Flea e Kiedis. Si tratta della formazione più longeva della band, quella capace di mietere successi di classifica inimmaginabili durante gli anni ’80. L’incontro con il produttore Rick Rubin è ancora più fondamentale. Rubin riesce per primo a convogliare l’energia dei concerti dei Peppers su disco. La prima testimonianza di questo connubio è il carino ed ironico ep Abbey Road (1990 - ***), che mette in fila alcuni brani vecchi ed altri che vedranno la luce nel successivo lp.

 Il quarto album, intitolato Mother’s Milk (1989 - ****) è la migliore testimonianza di uno dei rari gruppi rock a maturazione lenta. Già l’inizio di Good Time Boys è una sarabanda di cambi di tempo alla quale è impossibile resistere, ma è tutto l’insieme del disco a funzionare alla grande con canzoni imperdibili come Nobody Weird Like Me, Knock Me Down o Johnny Kick A Hole In The Sky.

Buono il risultato di classifica dei singoli Taste The Pain e Higher Ground (quest’ultima cover di un famoso classico di Stevie Wonder). La cover di Fire di Jimi Hendrix è utile solo per l’ego di John Frusciante.

Il grande successo arriva inaspettato con il singolo Show Me Your Soul, incluso nella colonna sonora del blockbuster Pretty Woman. Un successo che non è niente rispetto a quello incredibile di Blood Sugar Sex Magik (1991 - *****), album che, a distanza di venti anni, ancora stupisce per la sua perfezione. Il gruppo scopre che Kiedis sa anche cantare e che Frusciante è un “mago” della ballata (Under The Bridge, Breaking The Girl, I Could Have Lied). L’album vende tantissimo e batte il record di singoli estratti da un solo lp (ben nove). Oltre alle tre ballate sopra ricordate si deve aggiungere infatti la programmatica The Power Of Equality, le rappate Give It Away e Funky Monks, le anfetaminiche The Greeting Song e Suck My Kiss ed il grande riff rock della title track. Oltre ai singoli c’è spazio per altre grandi canzoni, a volte più funk (If You Have To Ask, Apache Rose Peacock), a volte invece più rock (la lunga Sir Psycho Sexy, My Lovely Man). Chiude a sorpresa una velocissima cover di They’re Red Hot di Robert Johnson. Semplicemente il miglior album crossover della storia insieme all’esordio dei Rage Against The Machine.

Durante il tour di Blood Sugar, John Frusciante abbandona la band e viene sostituito con poco costrutto dal chitarrista di area funk Arik Marshall. E’ un periodo piuttosto oscuro per il gruppo, capace di performance poco ispirate (su tutte quella disastrosa a Woodstock ’94) e di tirare però fuori dal cilindro la ballata più bella della carriera: il singolo Soul To Squeeze (anche colonna sonora di un film di serie B – Cunnheads – ambientato nel mondo del circo). Alla fine come nuovo chitarrista viene scelto il tecnicissimo Dave Navarro, ex axeman dei concittadini Jane’s Addiction.

Navarro porta la disciplina nel sound dei RHCP e l’album One Hot Minute (1995 - ****) ne è la piena testimonianza. Nonostante le scarse vendite (ma comunque si superano i cinque milioni di copie) si tratta di un album bellissimo con ballate (My Friends, Tearjerker e Trascending – quest’ultima dedicata al defunto attore River Phoenix), brani funk (Aeroplane, Falling Into Grace, Walkabout) e simil hardcore punk (Warped, Coffee Shop). Ovunque regna sovrano l’interplay tra la lancinante chitarra psichedelica di Navarro ed il basso rotondo di Flea. Bellissime Deep Kick (anche se parzialmente rovinata dal canto non impeccabile di Kiedis) e Pea (ironico brano contro l’omofobia basato esclusivamente sul basso).

Divergenze musicali sempre più forti tra Dave Navarro da un lato e Chad Smith ed Anthony Kiedis dall’altro, conducono il chitarrista ad abbandonare il gruppo per dedicarsi anima e corpo (soprattutto corpo) alla sua passione per la pornografia.

John Frusciante, concluso un lunghissimo periodo di disintossicazione dall’eroina, è pronto per rientrare nel gruppo e c’è grande attesa per l’uscita del settimo album che si intitolerà Californication (1999 - ****). Attesa ben ripagata poiché si tratta del quarto grande album consecutivo per il gruppo di Los Angeles.  

Frusciante si dimostra ancora una volta un maestro nella realizzazione delle ballate, che sembrano sgorgare dalla sua chitarra in modo praticamente spontaneo. Californication, Other Side, Porcelain, Road Trippin’ e Scar Tissue (in quest’ultima bellissimo il semplice ma suggestivo assolo di Frusciante) colpiscono i cuori di tutti i romantici amanti della musica alternativa. Ad eccezione dell’ottimo singolo Around The World, di Parallel Universe e di Emmit Remmus il grande assente è proprio il rock, in un album che oscilla solo tra gli estremi della ballata acustica e del funk danzereccio. Proprio in quest’ultimo campo Get On Top e Right On Time non sembrano a fuoco come certi episodi di Blood Sugar Sex Magik. I discoli sono diventati adulti.

By The Way (2002 - **) è il punto più basso della discografia fino a quel momento. I singoli ballabili come By The Way (carino, ma niente di più) e Can’t Stop (insulso) si alternano alla consueta cascata di ballate che ricalcano tutte il medesimo fortunato schema. Nonostante l’assenza di canzoni degne di nota (forse ad eccezione della title track e di Universally Speaking), l’album vende quasi dodici milioni di copie. Il successo è talmente copioso che i Peppers tornano in classifica dopo qualche mese con il singolo Fortune Faded (misteriosamente lasciato fuori dall’album, visto che è molto meglio della stragrande maggioranza dei brani ivi contenuti).

Live In Hyde Park (2004 - ***) è un doppio dal vivo che ha le pecche di essere registrato piuttosto male e di non prevedere canzoni precedenti al 1999 (se non i super classici come Give It Away o Under The Bridge). Belle comunque Other Side, Californication, Fortune Faded e soprattutto Easily. I nuovi Peppers di Frusciante si rifiutano di suonare i brani di One Hot Minute, però coverizzano I Feel Love di Donna Summer. Contenti loro!

Il doppio Stadium Arcadium (2006 - ***1/2) è come una sorta di raccolta con tutte canzoni nuove. Il gruppo condensa in due cd tutti gli stili che sono nelle proprie corde: rock psichedelico, hardcore punk, funk e cazzeggi assortiti. Il livello è più che buono anche se l’eccessivo numero di canzoni non aiuta (e le vendite languono). Spiccano il singolo Dani California (ma perché non si trasferiscono in Illinois se la California crea tutti questi problemi?) e Readymade, impreziosita da un assolo hendrixiano di Frusciante.

  

L’ennesimo abbandono di John Frusciante (sostituito dal Josh Klinghoffer) rimette il basso di Flea al centro del progetto RHCP. I’m With You (2011 - ***1/2) è album ritmicamente molto ricercato dove la chitarra si sente pochissimo e non ci sono poi così tante ballate (l’unica vera e propria si intitola Brendan’s Death Song). Factory Of Faith è una marca funky di quelle che si fanno ricordare, Monarchy Of Roses, con il suo caos psichedelico, rimanda al periodo One Hot Minute. Con Ethiopia i Peppers si lanciano perfino sul ritmo in levare. Spicca l’ottima Did I Let You Know? Per essere un nuovo inizio non è affatto male.

Con la stanchezza, ma anche con la brillantezza sonora propria dei grandi veterani della storia del rock, i Red Hot Chili Peppers portano avanti una carriera sempre più lontana dal crossover tra hardcore e funk degli esordi. The Getaway (2016 - **1/2), pur suonando splendidamente, rischia di essere uno dei peggiori album del 2016.
 

Perfino le parti di basso vengono messe in secondo piano e le numerose ballad, senza il talento di Frusciante, sembrano la brutta copia di quanto fatto in passato. Si segnalano come brani migliori We Turn Red, Sick Love (con il tocco glam rock del pianoforte di Elton John), Dreams Of A Samurai e soprattutto Goodbye Angels.

  Lorenzo Allori