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RYAN ADAMS Discografia

Ryan Adams è il leader del gruppo alternative country dei Whiskeytown (impedibile per gli amanti del genere il loro Strangers Almanac - **** del 1997). Mentre la band è impegnata nelle registrazioni di quello che sarà il loro ultimo disco (Pneumonia), Adams è già alle prese con una carriera solista che si annuncia piena di sorprese, soprattutto per l’indole ribelle ed imprevedibile del protagonista.

 

Nel 2000 esce il primo album, Heartbreaker (*****), e si parte subito con il piede giusto. A distanza di oltre dieci anni rimane il miglior episodio della sua ormai sterminata discografia. Quale cantautore legato alle radici inizierebbe la propria carriera con una conversazione sull’importanza di Morrissey nella musica moderna? Solo Adams, ma oltre ad avere la lingua sciolta e gusti non convenzionali, per fortuna sa anche scrivere canzoni che lasciano il segno. Come Pick Me Up è l’urlo d’amore lancinante che stiamo aspettando da Bob Dylan almeno dal 1976, Oh My Sweet Carolina riporta in vita Gram Parsons (con tanto di Emmylou Harris ai cori), il resto della scaletta si attesta su livelli di assoluta eccellenza. Le chitarre sono curate dal grande David Rawlings (scusate se è poco!) e partecipano anche Ethan Johns, Pat Sansone dei Wilco e Gillian Welch.

 

Nell’era in cui Steve Jobs ha cambiato profondamente il modo di fruire della musica, pochi album hanno scatenato un tale susseguirsi di polemiche come il successivo Gold (2001 - ****). Il disco esce il 15 settembre del 2001 e quindi è una delle ultime cartoline da un’America pre-nine / eleven, che adesso non c’è più.


I detrattori lo definiscono derivativo in modo disgustoso, i sostenitori lo eleggono a capolavoro epocale. La verità sta nel mezzo: il singolo New York, New York ha le classiche "pennate" di chitarra in stile Pete Townshend, Firecracker proviene di peso dal Dylan di John Wesley Harding, Answering Bell parte come The Weight di The Band e si evolve come una canzone di Harvest. Plagio? Siamo pericolosamente vicini, ma canzoni realmente eccezionali come La Ciniega Just Smiled, Enemy Fire e Harder Now That It's Over fanno ingurgitare qualsiasi pillola. Che colpa abbiamo se a noi piace da matti il rock n'roll?

Demolition (2002 - **) cerca di sfruttare il successo con una raccolta di scarti provenienti da precedenti sessions. Le canzoni sconcertano perché strizzano l’occhio in modo evidente al brit pop anni ’90 (soprattutto Verve, Sparklehorse ed i Radiohead di Pablo Honey). Si salvano i singoli Hallelujah e Nuclear. Una serie di esibizioni live poco professionali e le voci su uno stile di vita smodato non fanno che aumentare le polemiche sulla sua reale dimensione di musicista e cantautore.

La morte della fidanzata getta Ryan Adams nello sconforto e lui reagisce con una bulimia creativa della quale Rock N’Roll In Reverse (2003 - **) è il primo strano episodio. E’ superfluo ricordare l’influenza della musica di Paul Westemberg nel movimento alt country, ma questo disco è proprio una sfacciata rilettura di Let It Be dei Replacements. Rock molto energico (ai limiti del punk), ma anche fuori fuoco, di cui Luminol è l’esempio più eminente.

Love Is Hell (2004 - **1/2), originariamente pubblicato suddiviso su due ep e poi riunificato, mostra invece, senza pudore, la disperazione per la perdita non ancora elaborata. Lo strumento guida è il pianoforte, che serve per allineare sedici ballate notturne, senza alcun scarto laterale rispetto alla via maestra. This House Is Not For Sale e la cover di Wonderwall degli Oasis sono comunque da avere.

  

Adams mette insieme una band country rock con i fiocchi (i Cardinals) ed inizia un anno di attività frenetica. Cold Roses (2005 - ***) è un album doppio che deve molto, fin dalla copertina, ai Grateful Dead di American Beauty. Quando parte la title – track si sente immediatamente una chitarra scampanellante che non può non far pensare all’immenso Jerry Garcia; qui però alla chitarra c’è il cantautore Neal Casal e, con tutto il rispetto, non è proprio la stessa cosa.

 

Neanche il tempo di elaborare i diciotto episodi di Cold Roses, che Ryan Adams & The Cardinals tornano nei negozi con Jacksonville City Nights (2005 - ***1/2). Si tratta del disco più puramente country rock della carriera del nostro e si sente che la materia lo stimola a produrre il meglio. The End è una delle canzoni più suggestive del 2005.

 

Proprio alla fine del 2005 esce anche il terzo disco di quell’anno. Si chiama 29 (***1/2) poiché ha l’ambizione di raccontare la vita del cantautore fino ai 29 anni, attraverso nove canzoni (una per ciascuno degli ultimi nove anni). L’autoindulgenza in un personaggio come Adams è sempre dietro l’angolo, ma questa raccolta di canzoni (guidata dal pianoforte e senza i Cardinals) è molto più a fuoco di Love Is Hell, disco del quale ricalca le atmosfere. Lasciatevi dunque cullare dalla disperazione autentica di Blue Sky Blues. I più avveduti si accorgeranno dell’iniziale furto con destrezza perpetrato ai danni di Truckin’ dei Grateful Dead.

Songbird (2006 - **1/2) rappresenta l’incontro tra Ryan Adams e Willie Nelson, una leggenda del country tout court. Inizialmente doveva essere un incontro alla pari, poi in studio le cose si evolvono con Adams ed i Cardinals che si limitano a svolgere funzione da backing band. Ryan riesce comunque a donare al disco il brano migliore (Blue Hotel) mentre, come al solito, Nelson si concentra soprattutto sulle cover (un’orribile Stella Blue dei Grateful Dead grida ancora vendetta). Ryan Adams disconoscerà a ragione questo disco, che però inizialmente la critica, sempre poco obiettiva con Willie Nelson, scambierà per un capolavoro.

 

L’interesse del nostro si è ormai spostato sul rock minimalista dei Bright Eyes ed infatti sono molte le attinenze con il gruppo di Conor Oberst che si possono riscontrare in Easy Tiger (2007 - ***1/2), lp inizialmente edito esclusivamente su vinile e solo a distanza di diverse settimane anche su cd. Si tratta di un lavoro di livello leggermente inferiore rispetto alla precedente prova con i Cardinals (Jacksonville City Nights). Piace soprattutto la convulsa Halloweenhead.

 
 

A soli tre mesi di distanza da Easy Tiger, esce l’ep Follow The Lights (2007 - ***), figlio di un’urgenza comunicativa che ormai si stenta a comprendere. Comunque si ricorda perché appare come ospite l’incantevole Norah Jones e perché è qui contenuta una curiosa cover di Down In A Hole degli Alice In Chains.

Dopo molte prove buone, ma non eccezionali, Ryan Adams & The Cardinals pescano dal cilindro un album pressoché perfetto intitolato Cardinology (2008 - ****). La materia di partenza è sempre il country, ma qui è più corretto parlare di classic rock a tutto tondo. Ryan dimostra di non aver dimenticato come si scrivono le canzoni sopra la media (Fix It, Let Us Down Easy). Se volete iniziare a conoscerlo, questo album e Gold sono i cd più adatti allo scopo.


Due anni di silenzio sono veramente un’eternità per lui, ma ascoltando Orion (2010 - *) il rammarico è che l’attesa non sia stata ancora più lunga. Questo è un album di pura NWOBHM, né più, né meno. Io preferisco gli Angelwitch. Fate voi.

Cardinals III (2011 - **) aumenta la confusione con un guitar pop innocuo come un bicchiere d’acqua fresca (non gassata, mi raccomando). Siamo dalle parti dei Lemonheads e la cosa non ci lascia tranquilli per niente, anche perché il “solito” Adams decide di fare le cose in grande e fa uscire contemporaneamente, in un’unica confezione, anche Cardinals IV (2011 - **1/2). Il IV è disco quasi comico, che parte come farebbero i Kiss e si chiude con una coda strumentale degna dei Grateful Dead più psichedelici, passando per l’antica passione Replacements. Nel mezzo per fortuna ci sono anche alcune buone canzoni (la rabbiosa P.S. su tutte), ma tutto ciò non basta. Anzi forse basta davvero.

 

 

L’album Ashes & Fire (2011 - **1/2) riporta Ryan alla musica dei Whiskeytown. In effetti si tratta del suo disco più simile all’esordio solista Heartbreaker. Mentre però quell’album traboccava di passione e di idee, questo è involuto e banalotto. Si salvano giusto Do I Wait, Kindness e Lucky Now. Da segnalare comunque il bel lavoro di Benmont Tench (Tom Petty & The Heartbreakers) alle tastiere.

Ryan Adams (2014 - ***1/2) è album che rappresenta un nuovo inizio dopo la depressione e l'alcolismo. Vi sono contenute tredici canzoni di lucente rock n'roll, talvolta con brevi accenni quasi glam, che devono molto all'insegnamento di Tom Petty & Heartbreakers (il tastierista Benmont Tench è della partita). Colpisce la semplicità e l'incredibile compattezza di questo nuovo materiale.  

Un po' poco per continuare a considerare Ryan come un genio del rock americano, ma abbastanza per definirlo nuovamente come una penna di notevole talento. Il singolo Gimme Something Good, l'emozionante soul a cappella My Wrecking Ball, l'energica Feels Like Fire e soprattutto la bellissima Shadows ci restituiscono il nostro uomo, che resta negli anni il classico esempio di "croce e delizia".

 

Il primo album dal vivo della carriera del rocker di Jacksonville non è propriamente quello che sarebbe lecito aspettarsi. Si tratta di due esibizioni complete, realizzate nella prestigiosa cornice della Carnegie Hall, con il solo ausilio di chitarra ed armonica.
 
Live At Carnegie Hall (2015 - ***1/2) pecca appunto in questo (Adams, che non è un vero folk singer, non padroneggia affatto la tecnica del fingerpicking e le canzoni risultano sempre fin troppo scarne) ed in un repertorio fin troppo simile tra i due concerti (che è poi lo stesso nucleo di 20 - 30 canzoni che Ryan suona dal vivo negli ultimi 5 anni, il che è curioso per uno che ha scritto decine e decine di brani).

Resta il fatto che canzoni come Oh My Sweet Carolina, English Girls Approximately, Firecracker, Come Pick Me Up, My Winding Wheel o Gimme Something Good sono sempre un bel sentire e quanto di meglio ci ha regalato il cantautorato del nuovo millennio.

 
1989 (2015 - ***) è l'ennesimo scarto inaspettato nel percorso artistico del cantautore del North Carolina. Viene infatti ripreso per intero uno dei più grandi successi pop degli ultimi anni, quel 1989 di Taylor Swift, conosciuto a memoria da migliaia di adolescenti americani.

La cosa più interessante dell'album sta nella scelta dei suoni, che sono una miscellanea di quanto avveniva in ambito (alternative) rock nell'America del 1989. John Mellencamp, i Pixies ed i sempre adorati Replacements sono citati a più riprese, mentre le canzoni della Swift prendono nuova vita. Alla lunga affiora la noia, ma la ricetta non è malvagia; a patto naturalmente di recuperare qualche album di rock citato dal nostro chef.

Come nel recente passato, Ryan Adams dimostra tutta la propria infatuazione per le sonorità del glam rock. Prisoner (2017 - ***) è decadente e triste come si conviene, ma non riesce proprio a scaldare il cuore, se non in un paio di canzoni (Doomsday, Tightrope), di quelle che però il nostro ormai scrive con il pilota automatico inserito.

Personalmente vorrei tanto riavere indietro il Ryan Adams spaccone degli inizi di carriera o almeno quello che sapeva scrivere ottimi album country rock. Questo lo si ascolta volentieri, ma lo si dimentica anche presto. Il suo cuore è ormai prigioniero di un amore disperato e velenoso, che non fa che ripetersi all'infinito. Oggi il problema è il divorzio dalla moglie, domani chissà.

 

  Lorenzo Allori