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THE DECEMBERISTS Discografia

 

Guidati dalla personalità gigantesca del cantante e chitarrista Colin Meloy (dotato di una voce molto nasale che lo fa sembrare un Elvis Costello capace di controllare le sfumature della voce), i Decemberists si formano a Portland (Oregon) alla fine degli anni ’90. Ben presto diventano, insieme ai concittadini Shins, gli alfieri del movimento indie folk americano.

Il primo album, Castaways And Cutouts (2002 - ***), mostra una band ancora acerba che si limita al compitino facile, facile, limitandosi ad attingere a piene mani dal grande patrimonio musicale americano. Resta il fatto che Grace Cathedral Hill è una ballata che possiede già la tipica struggente impronta di Meloy.

Her Majesty (2003 - ***) segue ad appena un anno di distanza e mostra decisi miglioramenti. La band inizia a lasciare da parte la tradizione folk per gettarsi a capofitto in un divertente ed ironico indie pop, moderno nelle intenzioni ed antico negli arrangiamenti. The Bachelor And The Bride è la canzone più convincente, mentre The Soldiering Life è il primo grande classico dei Decemberists.

  La trasformazione dei Decemberists in geniale gruppo pop è completa con Picaresque (2005 - ***1/2). L’album scorre che è una meraviglia tra melodie avvincenti, ritmi ballabili e qualche sporadica ballata. I pezzi forti sono il singolo The Sporting Life, The Bagman’s Gambit e soprattutto la strepitosa Sixsteen Military Wives.

 

I ragazzi stanno mettendo la freccia per superare gli Shins nelle classifiche e nei cuori degli appassionati di neofolk di tutto il mondo.

I tempi sono maturi per il capolavoro della discografia. The Crane Wife (2006 - *****) è un bizzarro concept album dal tema marinaresco che ingloba elementi prog e british folk. I pezzi forti dell’album sono le suites The Crane Wife (part I – III) e The Island (part I – III), mentre la vena pop viene comunque soddisfatta dal trascinante singolo O Valencia. Il sorpasso è ormai completato.

L’amore viscerale dei Decemberists per i Fairport Convention viene confermato dal successivo The Hazards Of Love (2009 - ****), ovvero il disco di dark folk che la band britannica avrebbe potuto incidere se Richard Thompson e Sandy Danny fossero rimasti nei suoi ranghi più a lungo. Ci sono molti elementi gothic ed addirittura metal in questo nuovo concept compattissimo ed affascinante, che cala l’asso vincente con The Wanting Comes In Waves / Repaid. Bellissimo, ma piuttosto ostico.

I Decemberists sono pur sempre un gruppo americano e quindi, abbandonate (per un po’, ne sono certo) le leggende del Mare del Nord, si rimettono a riascoltare il grande repertorio di Bob Dylan e The Band. The King Is Dead (2010 - ***1/2) è discendente diretto di John Wesley Harding di Dylan ed è semplicemente una raccolta (senza filo conduttore) di grandi canzoni folk rock. Calamity Song, June Hymn, All Arise! e This Is Why We Fight sono battagliere ed ispirate come si conviene. Manca però lo stupore della novità che aveva contraddistinto le tre precedenti uscite discografiche.

Dopo diversi ep live, i Decemberists sono pronti per la consacrazione di performer, che avviene puntualmente con il doppio album We All Raise Our Voices To The Air (2012 - ***).  La scaletta è stata assemblata con le stesse intenzioni dei grandi dischi live degli anni ’70, ma risulta spesso prolissa. C’è una distanza abissale tra i mega palchi in cui ormai si esibiscono queste nuove rockstar e l’intimità necessaria a certe loro composizioni. Molto bella la resa delle canzoni dell’album The King Is Dead e di Sons And Daughters; da preferire comunque le prove in studio, anche se si percepisce benissimo l’eccitazione e l’energia del pubblico quando partono le prime note di O Valencia.

Atteso in modo spasmodico dagli ormai numerosissimi estimatori della band di Portland, What A Terrible World, What A Beautiful World (2015 - ***1/2) sancisce forse il definitivo riscatto dalla formula indie folk degli esordi della band. Le canzoni in stile indie sono situate tutte all'inizio della scaletta e, guarda un po', sono proprio le più deludenti.  

Dalla bellissima Lake Song in poi, si cambia completamente registro, inseguendo il classic rock del Van Morrison "pacificato" della seconda metà degli anni '70, inedite vibrazioni country rock (Carolina Low, Anti - Summersong) e gli ormai consueti profumi d'Irlanda (Better Not Wake The Baby). I Decemberists hanno ormai raggiunto lo status di superclassici del nostro tempo (solo dei tipi così in effetti potrebbero chiudere un album con una A Beginning Song, che profuma sia di passato folk, sia di radioso futuro) ed essendo un tempo tipicamente sprovvisto di grandi punti di riferimento, si tratta sicuramente di un grandissimo merito.

L'ep Florasongs (2015 - ***) mette insieme cinque inediti provenienti dalle sessions di What A Terrible World, What A Beautiful World. Colin Meloy non ha la capacità di scrivere canzoni brutte, ma occorre dire che queste non cambiano minimamente il giudizio consolidato che già si ha sui Decemberists.
Sarebbe comunque stato un autentico delitto lasciare inedita una canzone dello spessore della struggente ballata Riverswim.
  Lorenzo Allori