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The Doors Discografia

 The Doors

Discografia

 

Jim Morrison è un giovane fissato con il cinema e la poesia francese, non sa cantare, ma ci mette molto entusiasmo. Ray Manzarek è un organista che avrebbe l’ambizione di coniugare la musica classica con il blues; è insomma la versione un po’ rincoglionita di Al Kooper. John Densmore è un batterista che vorrebbe diventare una stella del jazz, ma le sue limitate capacità tecniche lo fanno optare per il rock. Danny Krieger suona la chitarra flamenca e per tutta la vita si rifiuterà di suonare la chitarra elettrica con il plettro. Prima di incontrare Manzarek, nessuno degli altri tre aveva grande dimestichezza con i grandi album blues degli anni ’50. I quattro da soli non sono niente di speciale, ma insieme hanno fondato The Doors, una delle rock band più importanti della storia del rock americano.

L’esordio The Doors (1967 - ****1/2) è già il capolavoro del gruppo: un compendio ideale della forza delle esibizioni live dei Doors, che hanno incendiato il Sunset Strip di Los Angeles nel biennio 1966 – 67. The End è un ipnotico infinito mantra psichedelico (oltre dieci minuti) che unisce il mito di Edipo e l’LSD, Light My Fire è la canzone che li renderà famosi per l’eternità (e poco importa se l’assolo di organo non vuole finire più, mannaggia a Manzarek). Jim Morrison canta come un Elvis Presley dei bassifondi e spesso si esalta con urla sgraziate e belluine. Il blues viene esplorato con la splendida Soul Kitchen e con la cover di Back Door Man di Willie Dixon, il rock duro di qualche anno dopo viene annunciato dalle devastanti Break On Through (To The Other Side) e 20th Century Fox. I Doors mostrano fin dalle prime battute un malriuscito e confuso anelito verso la “cultura alta”. Sulla loro cover di Alabama Song (Whiskey Bar), proveniente dal cabaret di Weill e Brecht (Berlino anni ’30), David Bowie ha costruito ¾ di carriera.

 Il grande successo dell’album d’esordio spinge i Doors a replicare con l’energico Strange Days (1967 - ***1/2), un disco che replica gran parte delle felici intuizioni del precedente. Questa volta il brano lungo è l’inno hippie When The Music’s Over, populistico al punto giusto da chiamare alle armi gli sballati di tutta America

Per il resto l’album piace per la delicata Moonlight Drive (che era stata troppo frettolosamente esclusa dalla scaletta di The Doors), per la programmatica People Are Strange, per la sincopata Love Me Two Times (uno dei riff più geniali della storia) e per la title track, la quale dimostra ancora una volta che i quattro rockano che è un piacere. Morrison litiga con la casa discografica che non accetta di includere nel disco la recitazione integrale della sua lunga poesia simbolista Celebration Of The Lizard (il testo viene stampato sul retro della copertina).

Waiting For The Sun (1968 - **1/2) mostra le prime crepe nel progetto preferito dalla casa discografica Elektra. Il disco esce quando la band e Morrison sono al massimo della fama e contiene un sacco di riempitivi. Non sono male Spanish Caravan, Not To Touch The Earth e Five To One, mentre è addirittura da arresto immediato l’antimilitarista The Unknown Soldier. L’album vende comunque bene grazie al successo del singolo Hello, I Love You, che vorrebbe essere un omaggio a Elvis Presley ed invece risulta un’involontaria marchetta per il comico Andy Kaufman.

Con estrema leggerezza si riesce anche a fare peggio. The Soft Parade (1969 - **) è infatti il disco in cui i Doors tentano di suonare prog rock, utilizzando massicciamente pure un’orchestra sinfonica. Disco ridicolo. Il singolo Touch Me è la cartolina spedita da questo non luogo del rock n’roll.

Dopo vari problemi su cui non vale la pena soffermarsi poiché arcinoti agli edotti sulle eroiche gesta di Jim Morrison, esce finalmente un album discreto. Morrison Hotel (1970 - ***) riporta infatti i Doors nella strada maestra di un energico rock blues che ha pure tagli originali (nel bene e nel male la mancanza del basso, sostituito dalla mano sinistra di Ray Manzarek rende il suono del gruppo immediatamente riconoscibile). 

Roadhouse Blues è un capolavoro da destinare ai posteri ed anche se il resto del disco non è sullo stesso livello, brillano di luce propria You Make Me Real, Peace Frog ed Indian Summer (che però è un’outtake addirittura delle sessions del primo disco).

Absolutely Live (1970 - ***) è il tanto atteso primo album dal vivo del complesso e dovrebbe mostrarci il quartetto nel suo elemento preferito (il palco). Si tratta invece di una raccolta di esibizioni piuttosto confuse. C’è molto blues in Absolutely Live, ma quasi mai di buona qualità. Il disco si ricorda soprattutto per corrette versioni di Break On Through e When The Music’s Over e per la prima registrazione integrale di Celebration Of The Lizard. Il tanto decantato drumming di John Densmore è un passo indietro rispetto a quello degli altri batteristi dell’epoca influenzati dal jazz (Ginger Baker dei Cream, Mitch Mitchell degli Experience, Mike Shrieve dei Santana e Ed Cassidy degli Spirit).

L.A. Woman (1971 - ***1/2) chiude la vicenda terrena di Jim Morrison. L’album è molto meglio di quanto generalmente si dica. Innanzi tutto qui c’è la straordinaria Riders On The Storm, ma anche Love Her Medly e L.A. Woman (strepitosa la versione che ne darà Billy Idol alla fine degli anni ’80) sono appena un gradino sotto. Un disco di rock blues forte e chiaro, senza alcun presagio funereo. Morrison muore a Parigi da grasso turista barbuto fissato per l’alcol e la poesia.

Other Voices (1971 - *1/2) vede i Doors continuare senza Jim Morrison, con Manzarek (soprattutto) e Krieger che si alternano alla voce. La mia posizione è che non ci sono Doors senza Jim Morrison (Ian Astbury mi perdonerà). Il voto è una conseguenza naturale del concetto.

Full Circle (1972 - *) ancora i Doors in trio. Questo, lo confesso, non l’ho nemmeno ascoltato. Diciamo che il voto è di stima. Per fortuna dopo la smettono di tediarci.

An American Prayer (1978 - **) è un album in cui le registrazioni di Jim Morrison che legge le proprie poesie vengono accompagnate musicalmente dagli altri Doors. Lui sarebbe andato in sollucchero nel realizzare un progetto come questo. Verrebbe quasi da dire “meno male che è morto prima!”, se non fosse che poi gli altri ce l’anno propinato lo stesso. La title track è degna di una televendita di Wanna Marchi. Misteriosamente nella scaletta viene inserita la più leggendaria e devastante versione live di Roadhouse Blues che si conosca (mezzo voto in più). Nel 1998 è stata realizzata una versione del ventennale con l’ovviamente prescindibile inedito The Ghost Song.

  

Con Alive She Cried (1983 - ****) si inizia a mettere mano all’imponente archivio live. Queste registrazioni vedono i Doors impegnati sul palco alla fine degli anni ’60 e ci mostrano una strepitosa cover della Gloria dei Them e la partecipazione di John B. Sebastian dei Lovin’ Spoonful come armonicista aggiunto. Bella anche la cover di Little Red Rooster di Willie Dixon (i Rolling Stones da anni ne avevano fatto un loro cavallo di battaglia).

Live At The Hollywood Bowl (1987 - **) non è nient’altro che un brevissimo ep dal vivo. Da segnalare una bella versione di Light My Fire e qualche recitativo tratto da Celebration Of The Lizard.

I primi tre live dei Doors sono stati raccolti nel doppio cd In Concert (1991 - ***1/2). Nel corso degli anni sono poi usciti una miriade di nuovi doppi dal vivo, di cui il migliore è il sorprendente Live At The Matrix, San Francisco 1967 (****) che registra un’esibizione del gruppo prima dell’uscita dell’album d’esordio. In questo doppio cd è contenuta una versione di Moonlight Drive veramente da leccarsi i baffi.

 Lorenzo Allori