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Bob Dylan & Mark Knopfler @ Mandela Forum

 Firenze 11 Novembre 2011
 

Wow Mark Knopfler e Bob Dylan insieme!” questo è stato il mio primo pensiero quando hanno iniziato a circolare le voci che i due artisti avrebbero diviso i palchi di mezza Europa. Il secondo pensiero, saltando i mesi intercorsi tra il primo e la sera del concerto, è stato “Ma che ci fanno questi due sul solito palco?”, e ora argomentiamo con calma il secondo pensiero a mente fredda dopo i due concerti (perché di due concerti distinti stiamo parlando!).

Io ero lì per Dylan con un po’ di curiosità per l’ex leader dei Dire Straits, ma nulla più; qualcuno erano solo per Knopfler, alcuni erano per entrambi, e giurerei che una mezza dozzina di persone non erano lì per nessuno dei due a vedere dalle facce annoiate.

Ma non divaghiamo, i due mostri sacri in questione hanno diviso equamente, o quasi, più di due ore di concerto, intervallate da una buona mezz’ora di cambio palco. Un’ora, o poco più, per Mark che con una coinvolgente versione di Whay It Is ha subito scaldato l’ambiente, per poi continuare con successi tratti sia dalla sua carriera solista (ben riuscita la versione di Sailing To Philadelphia) sia dal repertorio Dire Straits (da ricordare ovviamente Brothers in Arms) con arrangiamenti che però non spiegavano, e non giustificavano, il numero di polistrumentisti sul palco, né l’enorme quantità di strumenti usati per dare alla serata un tocco irish- folk. Ovvio, Knopfler è un virtuoso della chitarra, rigorosamente senza plettro, ma forse lo è anche troppo tanto da risultare pesante e un po’ ripetitivo. Nel complesso, come aperitivo non ci si può assolutamente lamentare, ma è quando Dylan sale sul palco che il pubblico esplode e Knopfler resta poco più che un ricordo già archiviato nella memoria. Bob, cappello in testa, completo nero e camicia verde, sembra una via di mezzo tra un folletto allegro e sorridente, e un satiro beffardo. Per tre canzoni Mark si ferma sul palco e mette la sua chitarra al servizio di Leopard Skin Pill-Box Hat e Girl From The North Country, ma fra i due non c’è interazione né intesa, tanto da non accorgersi quasi che di punto in bianco Knopfler se ne è andato. Finalmente Bob resta unico e indiscusso padrone della scena, e allora ecco la magia, la band è affiatata, pronta a seguire Dylan in ogni sua idea o repentino cambiamento, e perché no, anche stonatura o fuori tempo; si inanellano salti temporali che vanno da Spirit On The Water, Thunder On The Mountain e la cover di When The Leeve Breaks da Modern Times (2006) a vecchie glorie come Tangled Up In Blue, Desolation Row, Highway 61 Revisited e Ballad Of A Thin Man, riarrangiate per l’occasione e rese quasi irriconoscibili dalla voce roca di Dylan, che pur restando solo un ricordo dei tempi passati, non delude, continuando ad emozionare oggi come ieri. Peccato che un’ora e mezza passi troppo alla svelta, e niente può consolare il pubblico quando Dylan presenta i suoi compagni d’avventura, s’inchina e scende dal palco. Le luci che si accendono non lasciano dubbi: in puro stile dylaniano non ci sarà neppure un bis.

Quindi torniamo ad argomentare “Ma che ci fanno questi due sul solito palco?”, a fine concerto io non l’ho capito, non ho visto un vero concerto di Knopfler e neppure uno di Dylan, ho visto due mezzi concerti -certo uno con un Dylan in stato di grazia (che non è poco!) - ma dopo tre ore (alle quali aggiungiamo altre tre ore di coda) mi è rimasto un po’ di amaro in bocca, qualcosa mancava, un’intesa, un segno di complicità, un gesto qualsiasi che potesse giustificare un tour del genere. Certo per alcuni uscendo a deludere sarà stato Dylan col suo modo di cantare approssimativo, i suoi arrangiamenti blues monotoni, o il suo modo schietto e senza fronzoli di portare avanti lo spettacolo, ma non è il mio caso; resto dell’idea che i concerti di Dylan sono per i suoi fans che non saranno mai delusi vendendolo salire sul palco, però ammetto, e non me ne vogliate, che su Knopfler avrei scommesso di più.

 Francesca Ferrari