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Viaggio A Flatlandia - Teatro Metastasio Prato - 18/1/2010

 

E’ stata una serata magica quella nella quale David Riondino e Piergiorgio Odifreddi, i due “nocchieri”, ci hanno portato nel fantastico mondo di Flatlandia, così come fu descritto dall’abate  Edwin Abbott più di un secolo fa.


La voce affabulante di David esplorava quei territori sconosciuti ai più in sala, rendendoli partecipi di un mondo pieno di metafore e messaggi più o meno evidenti. Il professor Odifreddi, dal canto suo, interveniva con preziose spiegazioni e puntualizzazioni che abbracciavano più campi del sapere, come è solito fare anche nei suoi libri. Insomma, una serata da gustare e da ricordare nei più piccoli particolari, poiché ogni parola detta da entrambi i conduttori era piena di significato e di rimandi di ogni tipo. Il racconto comincia con i dettagli della vita nel mondo a due dimensioni di Flatlandia: una moltitudine di figure geometriche più o meno regolari, più o meno complesse, secondo le uguaglianze:  maggior numero di lati=regolarità di angoli e lati=importanza. In sostanza una metafora della società vittoriana del tempo, con le donne relegate ad un importanza meno che marginale e con una scala sociale molto rigida e formale. Un viaggio in una società quasi distopica quindi, per certi versi simile a quello di “Alice nel paese delle meraviglie”,  di un altro visionario, Lewis Carroll, questo sì, a differenza di Abbott, un matematico. Il rimando è anche però al passato filosofico (e viene subito in mente Pitagora) e alle idee (eidos, contrapposte - da una differenza “ontologica” - all’ente, con il quale hanno un unico rapporto di “mimesi” )  di Platone, con i personaggi della realtà che sono appunto solo proiezioni imperfette del mondo dell’iperuranio, oppure, per venire a tempi già più vicini all’autore, a Kant, con le sue teorizzazioni sulla “non oggettività” del tempo (e le conseguenti e per certi versi necessarie interiorizzazioni della realtà esterna in modo cronologicamente ordinato).  Ma nella seconda parte (con l’intuizione del quadrato protagonista sulla eventualità, anzi la quasi necessità dell’esistenza di altre più complesse realtà dimensionali)  vi è un rimando e un presagio anche a idee venute solo molto dopo, con le “visioni”  letterarie di Borges e le speculazioni teoretiche dei grandi fisici e matematici Minkowski (il cui nome è stato recentemente ripreso dal serial TV  “Lost”), C.H. Hinton e John Wheeler sulla realtà e la sua interpretazione, con i concetti di Buco nero (che adesso ci è quasi familiare!), di cunicoli spazio temporali e soprattutto quella stupenda metafora -ripresa dal buddismo- dell’universo come “schiuma quantica” come sostrato della realtà (idea poi mutuata anche dal grande fisico Stephen Hawking); questo concetto di schiuma e di bolle, che mi ricorda il celeberrrimo quadro dell’artista giapponese Hokusai, è intimamente connesso con la moltitudine di “monadi” – la Puntlandia ad una dimensione descrittaci da Abbott- ognuna delle quali contiene un universo che non è (forse) in nessun modo in correlazione con altri universi-monadi, ognuno, chissà, con regole fisiche diverse e soprattutto caratterizzato da un numero diverso di dimensioni (e qui arriviamo anche al concetto fisico di “brana”). Ma, ci ammonisce Abbott, Puntlandia, costituita solo da un punto, non ha certamente molto valore ed importanza, a differenza di quello che ne possa pensare il suo monarca, unico abitante. L’intuizione del quadrato sulle ulteriori dimensioni ed il modo di apparire della sfera in Flatlandia ci vogliono far pensare alla possibilità dell’esistenza di mondi a più dimensioni, in cui la super-sfera a quattro dimensioni appare  nella nostra realtà tridimensionale non come proiezione di cerchi più o meno grandi, a seconda di dove viene intersecata dal piano (come fa in Flatlandia), ma come una sfera che aumenta o diminuisce di volume, e l’ipercubo (o “tesseratto”, come fu definito da Hinton) può allora essere rappresentato (analogamente allo “svolgimento” di un cubo tridimensionale) come una croce formata da cubi tridimensionali, così come il celeberrimo quadro della Crocifissione di Dalì (definito dallo stesso autore “metafisico, trascendente, cubico”)  ci suggerisce: a questo riguardo il chiarissimo Professor Odifreddi ci ha ricordato che anche l’arte si è interessata a questa problematica, non solo con il cubismo di Picasso e Braque, ma anche con i vari movimenti di “De Stijl” e “Bauhaus”. Inoltre non è un caso che alcune edizioni del libro “Flatlandia” abbiano in copertina dipinti di Kandinskij. Insomma, in conclusione, come ho accennato al Professor Odifreddi in un breve colloquio prima dello spettacolo, ho provocatoriamente (ma non tanto…) proposto che si potrebbe adottare “Flatlandia” come libro di testo nelle medie superiori, e comunque sarebbe bene farlo conoscere ai ragazzi, perché è una lettura gradevole (e non certo per bambini, come si potrebbe pensare con una lettura superficiale della trama) che può davvero aprire la mente (e il Professor Odifreddi credo proprio che concordi su ciò!).

                                                                                      Gian Paolo Braga