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Blue Note Records: La biografia – Richard Cook

 

Autori: Richard Cook

Editore: Minimum Fax, Roma - 2011

Pagine: 299

Prezzo di copertina: € 16,50

 

Un agile volume di circa trecento pagine, copertina elegante come la grafica di molti dei dischi che ci hanno fatto sognare, racconta la storia dell’etichetta jazz Blue Note, con intenti, lo diciamo subito, meno celebrativi di quelli che hanno contraddistinto qualche anno fa il volume dedicato alla Impulse da Ashley Kahn (The House That Trane Built – Il saggiatore, Milano 2006).

La Blue Note fu fondata a New York City nel 1939 da parte dell’immigrato berlinese Alfred Lion. Ben presto (1941) a Lion si affiancò un altro immigrato tedesco di nome Francis Wolff. I due condividevano le origini ebraiche e dunque era comune il motivo del loro precipitoso trasferimento a New York. Fin dagli anni ’20 ascoltavano jazz in patria, divorando qualsiasi incisione che riportasse lo stile originario di New Orleans. In effetti il nome Blue Note evoca immediatamente il blues e quindi un genere jazzistico che all’epoca della fondazione dell’etichetta era superato e surclassato dalle fortune commerciali delle grandi orchestre swing. Eppure questa strada di revival fu proprio quella che portò fortuna all’etichetta, la quale, senza accorgersene fondò, negli anni ’50, uno stile musicale che sarebbe divenuto il nuovo mainstream del jazz.

Lion e Wolff non si entusiasmarono mai troppo all’epopea del be-bop, che avrebbe cambiato il volto del jazz sull’onda emotiva degli acrobatici assoli di Bird o Diz; i due non furono nemmeno i grandi sostenitori del “cool jazz”; loro continuarono a preferire l’hot jazz degli esordi e chiesero sempre ai musicisti bop di inserire composizioni blues nelle loro registrazioni. Quello che venne fuori era un “be bop” certo meno astratto e più legato alle radici popolari del jazz. Venne chiamato “hard bop” o talvolta “soul jazz” ed il successo non tardò ad essere significativo.

Non aspettiamoci vendite in milioni di pezzi, ma una costante ascesa, anche e soprattutto di tipo artistico con la constatazione stupefatta che praticamente qualsiasi session Blue Note del periodo 1953 – 1966 è un mezzo capolavoro.

Il libro si sofferma su molti gustosi aneddoti che ritraggono “dal vero” i grandi protagonisti di quella stagione irripetibile del jazz, non tralasciando alcuni interessanti commenti tecnici ed inaspettate critiche spietate verso album che l’ascoltatore medio ritiene dei capisaldi. E’ il coraggio di Cook, critico colto, sensibile ed esperto, che può permettersi anche di stroncare ferocemente Thelonious Monk, John Coltrane o Sonny Rollins. Dunque si tratta di una lettura utile, istruttiva e mai eccessivamente complicata.

A me piace ricordare, della Blue Note, soprattutto l’incredibile abilità del fonico Rudy Van Gelder. Comprate i cd Blue Note che riportano sul lato la scritta “The Rudy Van Gelder Edition”, godrete di una lucentezza e pulizia del suono che, per esempio, gli album Riverside del periodo non possono assolutamente vantare.

Concludo riportando una playlist dei brani Blue Note che personalmente preferisco (indipendentemente dalle opinioni di Cook):

 

Thelonious Monk – Well You Needn’t (tratto da Genius Of Modern Music, 1947);

Bud Powell – Sure Thing (tratto da The Amazing Bud Powell, 1953);

Clifford Brown – Wail Bait (tratto da Memorial Album, 1953);

J.J. Johnson – Pennies For Heaven (tratto da The Eminent Vol. II, 1954);

Kenny Dorham – Basheer’s Dream (tratto da Afro-Cuban, 1955);

Johnny Griffin – Mil Dew (tratto da Introducing Johnny Griffin, 1956);

Sonny Rollins – Misterioso (tratto da Sonny Rollins Vol. II, 1956);

 

Chet Baker – There Will Never Be Another You (tratto da Chet Baker Sings, 1956);

John Coltrane – Blue Train (tratto da Blue Train, 1957);

Clifford Jordan & John Gilmore – Bo-Till (tratto da Blowing In From Chicago, 1957);

Herbie Nichols – Every Cloud (tratto da The Gig, 1957);

Sonny Clark – Deep Night (tratto da Cool Struttin’, 1958);

Jimmy Smith – Dark Eyes (tratto da Cool Blues, 1958);

Julian “Cannonball” Adderley – Autumn Leaves (tratto da Somethin’ Else, 1958);

Donald Byrd – Funky Mama (tratto da Fuego!, 1959);

Art Blakey & Jazz Messengers – It’s Only A Paper Moon (tratto da The Big Beat, 1960);

Hank Mobley – Three Coins In A Fountain (tratto da Workout, 1961);

Freddie Hubbard – Weaver Of Dreams (tratto da Ready For Freddie, 1962);

Jackie McLean – I’ll Keep Loving You (tratto da Let Freedom Ring, 1962);

Joe Henderson – Blue Bossa (tratto da Page One, 1963);

Dexter Gordon – Willow Weep For Me (tratto da Our Man In Paris, 1963);

Andrew Hill – Spectrum (tratto da Point Of Departure, 1964);

Lee Morgan – Search For A New Land (tratto da Search For A New Land, 1964);

Horace Silver – The Natives Are Restless Tonight (tratto da Song For My Father, 1964);

Eric Dolphy – Hat And Beard (tratto da Out Of Lunch, 1964);

Sam Rivers – Cyclic Episode (tratto da Fuchsia Swing Song, 1964);

Larry Young – The Moontrane (tratto da Unity, 1965);

Ornette Coleman – European Echoes (tratto da At The Golden Circle, Stockholm, 1965);

Bobby Hutcherson – 8/4 Beat (tratto da Stick-Up!, 1966);

Wayne Shorter – Footprints (tratto da Adam’s Apple, 1966);

Don Cherry – Symphony For Improvisers (tratto da Symphony For Improvisers, 1966);

Cecil Taylor – Conquistador! (tratto da Conquistador!, 1966);

Stanley Turrentine – La Fiesta (tratto da The Spoiler, 1967);

McCoy Tyner – Contemplation (tratto da The Real McCoy, 1967);

Kenny Burrell – Saturday Night Blues (tratto da Midnight Blue, 1967);

Bill Evans – Nardis (tratto da The Paris Concert, 1979).

 

 

Buona lettura e buon ascolto.

 
 Lorenzo Allori