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Un sentiero verso le stelle. Sulla strada con Bob Dylan PAOLO VITES

 

Autore: Paolo Vites

Pacini Editore 2011

Prezzo 18.00 euro

 

 

C'era veramente bisogno dell'ennesimo libro su Dylan? Vale la pena chiederselo e la risposta corale e definitiva deve essere NO! Risposta diretta, secca e univoca, non un'opinione ma un dato di fatto. Un no spontaneo, senza pensarci troppo perchè ce n'è già per tutti i gusti: dalla prima pubblicazione di Antony Scaduto, a quella di Robert Shelton, per arrivare all'opera (per ora) incompiuta di Chronicles, passando per la biografia di Howard Sounes e la monografia dedicata a Like a Rolling Stone di Greil Marcus.

Certo questa potrebbe non essere la migliore introduzione a un libro che si chiama Un sentiero verso le stelle – Sulla strada con Bob Dylan, se non fosse che questa ennesima fatica letteraria di Paolo Vites NON è un libro su his Bobness, ma una sorta di diario retrospettivo su un Dylan-addicted che voltandosi indietro rivede la propria vita attraverso una serie di concerti, tra loro diversi per spirito e per location, più o meno rock, a tratti in pieno spirito punk, pessimi o memorabili, ma che in fondo sono tutte sfaccettature di uno dei personaggi più grandi e inafferrabili del nostro tempo: Robert Allen Zimmerman, al secolo Bob Dylan.

Si parte dal tour europeo del 1984 per arrivare al 2009 (anno di grazia ventunesimo del Never Ending Tour), passando per sale affollate, concerti all'aperto, palasport dai nomi in continuo cambiamento e backstage popolati di strani personaggi. Ci sono Milano, Bologna, Zurigo e Londra, concerti riusciti misti a vere e proprie delusioni. Ci sono nottate in bianco ad aspettare un treno che non passa (per Vites e compagni di viaggio, ovviamente non per Dylan) ed estenuanti trasferte in macchina. Momenti fugaci in cui Bob sembra non essere un alieno caduto per sbaglio a Duluth (un abbraccio da Dylan chi non lo vorrebbe?!), e altri in cui sembra non accorgersi del mondo che gli gira intorno al di fuori del palco. È un racconto autobiografico, in cui Dylan appare filtrato dagli occhi di un fan di lunga data, un po' di parte ovviamente, che ha la fortuna di intravederlo da una prospettiva privilegiata, quella del critico e giornalista musicale.

Si torna sempre al solito discorso: Bob Dylan o lo ami o lo odi, senza mezze misure, c'è solo bianco o nero, nessuna tonalità di grigio in mezzo. E per capire fino in fondo questo libro bisogna amare Dylan, amarlo profondamente e senza riserve, per com'è (scontroso, irascibile, introverso e sprezzante) e per la sua musica, ma solo un dylanista convinto può comprendere e condividere le emozioni del Vites-fan, certo magari invidiandolo un po', ma capendo quel brivido d'emozione che arriva giusto un attimo prima che il concerto abbia inizio, quando le luci si accendono (o per lo meno dovrebbero accendersi), il fiato sospeso su arrangiamenti improbabili o su parole appena borbottate sotto voce.

Il pensiero di fondo resta sempre il solito, ossia che “non siamo noi a dover giustificare perché siamo ossessionati da Dylan. Sono gli altri che dovrebbero spiegare come mai non sono ossessionati loro”.

 

 Francesca Ferrari