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Duke Ellington - Black, Brown And Beige

 Le "pietre miliari jazz" di Radiogas
 
Anno di pubblicazione: 1958

Brani: Part I (Work Song) - Part II (Come Sunday) - Part III (Work Song + Come Sunday) - Part IV (Come Sunday featuring Mahalia Jackson) - Part V (Come Sunday Interlude featuring Ray Nance solo violin) - Part VI (23rd Psalm featuring Mahalia Jackson)

Musicisti: Duke Ellington (piano); Cat Anderson, Harold Baker, Clark Terry (trumpet); Ray Nance (trumpet, violin); Quentin Jackson, Britt Woodman, John Sanders (trombone); Jimmy Hamilton, Bill Graham, Russell Procope, Paul Gonsalves, Harry Carney (saxophone); Jimmy Woode (bass); Sam Woodjard (drums); Mahalia Jackson (vocal).


Basterebbero due, tre titoli. Take The A-Train, ad esempio. O Sophisticated Lady. O magari Solitude e In A Sentimental Mood. Basterebbe questo per dare ad Edward Kennedy "Duke" Ellington il ruolo che gli spetta: grande pianista, ottimo band leader, fantastico compositore e, in sintesi, uno dei musicisti più importanti dell'intera storia del jazz e della musica americana del Novecento. Duke metteva d'accordo tutti, bianchi e neri, uomini e donne, puristi jazz ed abitués delle sale da concerto, bluesofili accaniti ed amanti dello swing. Poteva farlo perché nella musica chiaramente e fieramente jazz della sua orchestra c'era un po' di tutto questo, e molto altro ancora. C'erano le radici ben piantate nella tradizione, ma anche la voglia di abbracciare nel suo jazz le linfe musicali di mezzo mondo. C'erano l'abilità compositiva di Billy Strayhorn e le prodigiose voci strumentali di Johnny Hodges, Paul Gonsalves, Ben Webster, Harry Carney, Quentin Jackson... C'erano la canzone e la sinfonia, la vita pulsante e irrequieta della comunità afroamericana e la capacità di trascendere il jazz in una forma artistica capace di parlare a un pubblico più ampio e diversificato. Cinquant'anni di attività ad alto livello, con pochissime cadute di tono e tante, davvero tante, "milestones". Che scegliere, allora? Compito davvero improbo. Se non che...
Se non che esiste Black, Brown And Beige.

Che, anche in una discografia sterminata come quella di Ellington, assume un valore non comune di ricerca e sintesi. E' un'opera ambiziosa, innanzitutto, che va dritta verso le radici più profonde della musica afroamericana: una ‘sinfonia jazz' che ha per tema la storia dei neri d'America, dalla schiavitù (‘black') alla progressiva e mai fino in fondo conclusa integrazione (‘brown' and ‘beige') nella società statunitense. Ebbe, tuttavia, una storia tormentata. Eseguita per la prima volta in forma completa il 23 gennaio 1943 a New York, non venne praticamente più ripresa in tale veste e sopportò mille rimaneggiamenti prima di passare, nel 1958, in sala d'incisione. Dei cinquanta minuti originali ne rimasero trenta, ma c'era una novità capace, da sola, di consegnare, definitivamente, il disco alla storia del jazz.

La suite si concentra su due temi, uno gioioso e ritmato, Work Song, e l'altro, Come Sunday, lento e nostalgico, basato su un'atmosfera di spiritual. I due temi vengono introdotti, modulati, sviluppati e mescolati con sapienza dall'orchestra di Ellington e dai suoi solisti nei vari movimenti dell'opera. Fino al decollo. E alla quarta parte, che ospita l'inedita interpretazione vocale di Come Sunday da parte della grande cantante di gospel e spiritual Mahalia Jackson. Come Sunday, nelle parole di Ellington, doveva descrivere "il movimento all'interno e all'esterno della chiesa così come era visto dai lavoratori che stavano in piedi, fuori dalla porta, guardavano ed ascoltavano, ma non erano ammessi all'interno". Il sentimento religioso degli afroamericani si univa dunque al dolore per la coscienza della propria esclusione, e Mahalia lo tirava fuori, quel dolore, nota per nota, con un'interpretazione magistrale che eleva Come Sunday al rango di più grande spiritual moderno. Per poi raddoppiare, poco dopo, e chiudere alla grande l'opera con una versione altrettanto appassionata del Salmo Ventitreesimo, in cui sembrano risuonare addirittura anticipazioni del Tim Buckley più visionario, quello di Starsailor...

Un disco fuori dal tempo, Black, Brown And Beige, di cui vi invito a procurarvi senza indugi ogni versione, da questa, l'originale del 1958, fino ad altre rimasterizzate ed ampliate uscite negli ultimi anni. Per poi magari tirare un respirone e cominciare ad esplorare, da questo invidiabile punto di partenza, l'immensa galassia del Duca.

 Luca Perlini