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Horace Silver – The United States Of Mind

 Le "pietre miliari jazz" di Radiogas
 
Anno di pubblicazione: 1972

Brani: Phase 1: That Healin' Feelin': That Healin' Feelin' / The Happy Medium / The Show Has Begun / Love Vibrations / Peace / Permit Me To Introduce You To Yourself / Wipe Away The Evil / Nobody Knows / There's Much To Be Done /

Phase 2: Total Response / Acid, Pot Or Pills / What Kind Of Animal Am I? / Won't You Open Up Your Senses / I've Had A Little Talk / Soul Searchin' / Big Business / I'm Aware Of The Animals Whitin Me / Old Mother Nature Calls / Total Response /

Phase 3: All / The Merger Of The Minds / Cause And Effect / Forever Is A Long Long Time / My Soul Is My Computer / How Much Does Matter Really Matter? / Horn Of Life / Who Has The Answer? / From The Heart Through The Mind / All / Summary

Musicisti: Horace Silver (tastiere), Randy Brecker (tromba, flicorno), Cecil Bridgewater (tromba, flicorno), George Coleman, Houston Person, Harold Vick (sassofono tenore), Richie Resnicoff (chitarra), Bob Cranshaw, Jimmy Lewis (basso), Mickey Rocker, Idris Muhammad (batteria), Andy Bey, Salome Bey, Gail Nelson (voce)


Per anni la critica jazz mondiale ha dibattuto se la trilogia di The United States Of Mind fosse o meno da considerarsi un capolavoro. Per sgombrare immediatamente il campo a possibili equivoci, chiarisco subito che, pur avendo tuttora alcuni dubbi sulla questione, propendo decisamente per la prima ipotesi. Troppo sincero e competente mi sembra il tentativo di Silver di sintetizzare in due ore scarse l'intero universo della "black music". E' però anche vero che questa passione quasi filiologica verso il soul, il blues e il jazz, mette talvolta in secondo piano la pura ispirazione artistica, in favore di un atteggiamento talvolta quasi didattico ed impersonale.

Horace Silver, egregio pianista con uno stile dal taglio gospel quasi percussivo, sulle orme di grandi solisti bop come Bud Powell e Thelonious Monk, fu tra i maggiori esponenti di quella corrente jazz che, nata dalle ceneri del be - bop, fu denominata "hard - bop" o "soul jazz". Insieme al batterista Art Blakey, Silver fondò alla fine degli anni '50 i Jazz Messengers, formazione dalla fama immortale nel panorama jazz moderno, diventandone il leader silenzioso ed autorevole. Dopo essere stato sostituito da Bobby Timmons come pianista ed arrangiatore dei Jazz Messengers, accentuò la propria passione per il soul e il gospel con un'impeccabile carriera solista, culminata nel 1964 con l'uscita del capolavoro Song For My Father.

In The United States Of Mind vanno a compiersi tutte le varie suggestioni musicali esercitate da Silver nel precedente quindicennio di attività discografica. Una raccolta dall'essenza composita, che ha influenzato legioni di contaminatori musicali nei decenni successivi (si pensi ai fenomeni "acid jazz", "nu jazz" o "lounge" degli anni '90).
La trilogia si apre con l'album That Healin' Feelin', pubblicato in origine nel 1970: un disco che vede Silver sulle orme delle grandi interpreti di jazz vocale dei decenni precedenti. In particolare in questo caso viene subito in mente il riferimento a Nina Simone, pianista ma soprattutto cantante di immenso talento, che aveva realizzato apprezzatissimi album in bilico tra soul e jazz nel corso degli anni '60.

 Se si tiene conto del fatto che Nina Simone è stata grandemente ispirata da Billie Holiday, una leggenda del canto afroamericano, capace di realizzare indimenticabili pagine di intenso jazz e blues negli anni '30 e '40, la chiusura del cerchio delle ispirazioni di Silver diviene evidente. That Healin' Feelin' è l'album probabilmente più emozionante e riuscito della trilogia, un'opera di grande omogeneità artistica, nella quale forse si innalza sopra le altre la struggente There's Much To Be Done.

Nel 1971 Silver pubblicò il successivo lavoro Total Response. In questo caso il tentativo fu quello di omaggiare i maggiori interpreti di soul music. Fin dalle prime note dell'iniziale Acid, Pot Or Pills il pensiero corre infatti alle incisioni di James Brown, peraltro un artista che riscuoteva grande ammirazione in ambito fusion (si pensi a Miles Davis che volle il bassista di James Brown, Michael Henderson, per incidere il suo album On The Corner nel 1972). Altrove l'album sembra omaggiare ora il panismo ritmico di Ray Charles, ora le raffinatezze chitarristiche di Curtis Mayfield, ora presenta interessanti reminescenze brasiliane. Il brano che svetta in questa seconda fatica della trilogia è il rhythm n'blues scatenato di What Kind Of Animal Am I?.

Nel 1972 la trilogia si chiude con l'album All, sicuramente il più riflessivo ed introverso del lotto. Il disco inizia con la strumentale The Merger Of The Minds, ponte ideale tra il "soul jazz" organistico dei vari Jimmy Smith, Lonnie Smith o Larry Young e la scena "nu jazz" di New York City, per poi proseguire con pochi sussulti tra atmosfere da cocktail e rari inserti acidi di matrice funk.

Nel suo insieme, per il suo onnivorismo musicale, The United States Of Mind rimanda al grande capolavoro della musica nera degli anni '70: Songs In The Key Of Life (1975) di Stevie Wonder. L'impressione è che Wonder, nel comporre i brani del suo masterpiece avesse bene in mente la trilogia di Horace Silver, anche nella sua filosofia non musicale, che tratta i temi della fratellanza universale pur nel rispetto dell'identità culturale della comunità afroamericana. Un messaggio di ecumenismo musicale e culturale, quello di The United States Of Mind, in fiera antitesi verso l'isolazionismo estremo professato da certi musicisti funk ed in seguito dal movimento culturale "hip - hop". L'edizione in cd ha riunito i tre album in un unico doppio dall'irripetibile fascino, rendendo giustizia all'ispirazione di Silver che li aveva concepiti

 Lorenzo Allori