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GOMEZ - A new tide

 Anno di pubblicazione: 2009

Provenienza: Gran Bretagna

Genere: classic rock

Voto: ***

Brano migliore: Bone Tired


I Gomez sono uno dei gruppi che hanno segnato la storia del rock negli anni '90. Hanno realizzato sublimi album di pop colto come Bring It On (1998), Liquid Skin (1999) e In Our Gun (2002), ma hanno anche inciampato sonoramente sulla povertà di idee tecnologiche di Machismo (2000) e sul rock iper - chitarroso di Split The Difference (2004). Le coordinate del loro sound sono più o meno sempre state le stesse: rock californiano anni '70 (il che è molto sorprendente per un gruppo britannico), mischiato con un senso della melodia tipico della "swingin' London" e con inserti di rumorismo e/o discreta elettronica. Quando la miscela è ben calibrata nessun gruppo sa sorprendere l'ascoltatore come questo quintetto di "Harry Potter della canzone"; quando invece le idee latitano nascono diversi problemi. Questo nuovo album era stato annunciato come un ritorno ai fasti elettro - blues di In Our Gun, ma invece si tratta di un disco di rock piuttosto convenzionale dove ci sono delle grandi canzoni (l'iniziale rock alla Rolling Stones di Mix, la dance raffinata di Win Park Slope o la citazione folk di Bone Tired), ma anche troppi episodi senza infamia e senza lode o addirittura brani banalotti.
Sembra che le due teste pensanti del gruppo, il cantante e chitarrista Ian Ball (principale autore delle canzoni) ed il polistrumentista Tom Gray (principale responsabile degli arrangiamenti) abbiano un poco perso la rotta. Rimangono invece su livelli di assoluta eccellenza il cantante principale Ben Ottewell (sorta di Tom Waits giovane però meno ubriaco) e l'ottimo batterista Olly Peacock. Forse il problema principale dei Gomez è la troppo alta opinione dei propri mezzi, che li porta a cercare sempre nuove rotte, magari lasciando fuori dagli album ufficiali brani più belli di quelli pubblicati (e le due raccolte di inediti fino ad oggi pubblicate sono lì a dimostrarlo). In definitiva un passo indietro rispetto al precedente How We Operate (2006).
 Lorenzo Allori