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BOB DYLAN Discografia anni ’60 e ‘70

 

Per prima cosa una premessa: la presente discografia non tratta tutta la miriade di bootleg (anche ufficiali) che hanno nel corso degli anni documentato la prima parte della carriera del nostro. Di questi sono stati selezionati solo i più significativi. Deve dunque essere considerata alla stregua di una discografia di base.

Cresciuto a Duluth (Minnesota), Robert Zimmermann è solo uno dei tanti ragazzini che sogna di ripetere le gesta di Elvis Presley allorché, nel 1959, si imbatte al college nella musica di Woody Guthrie. Da quell'incontro nascerà Bob Dylan, il più grande cantautore della storia ed uno dei più grandi artisti del ‘900 americano.

Il primo album, Bob Dylan (1962 - ***), è ancora acerbo, ma mostra il curioso andamento quasi rock n'roll delle ballate folk suonate dal nostro. Dylan non è un chitarrista provetto, ma sa come costruire una canzone basandosi solo sulla chitarra, recuperando qualche vecchio trucco blues. Altre caratteristiche salienti sono la voce ineducata e tagliente ed una notevole abilità all'armonica (che non sempre gli verrà riconosciuta). Qui si trovano le sue due prime canzoni autografe: Song To Woody e Talkin' New York.

 

Passano solo pochi mesi e Bobby è già la stella di prima grandezza della scena folk revival del Greenwich Village di New York City. I progressi musicali rappresentati da The Frewheelin' Bob Dylan (1963 - ****) sono a dir poco stupefacenti. Nessuna stellina folk, nemmeno la tanto decantata Joan Baez, può permettersi un album con inni politici così incisivi eppure così accattivanti come Blowin' In The Wind, Masters Of War, Girl From The North Country, A Hard Rain's A-Gonna Fall e Don't Think Twice, It's Alright. Alcune di queste canzoni saranno portate al successo dal trio Peter, Paul & Mary, altre da Joan Baez. La grandezza dell'autore si trova però anche nelle pieghe ironiche di Bob Dylan's Blues o di I Shall Be Free.

Il disco più politico di Bob Dylan, The Times They Are A-Changin' (1963 - ***1/2) rappresenta anche un leggero passo indietro dal punto di vista qualitativo. Certo è che la title track è indimenticabile, così come With God On Our Side, The Lonesome Death Of Hattie Carroll o When The Ship Comes In. L'America progressista è ai suoi piedi, ma lui capisce che i tempi stanno cambiando davvero.

Registrato in una sola notte, Another Side Of Bob Dylan (1964 - ****), è considerato giustamente il primo disco cantautorale della storia. Dylan smette di fare inni politici e ci parla, con sublime introspezione, della sua visione dell'amore. Semplicemente strepitose All I Really Want To Do, Spanish Harlem Incident e To Ramona; mentre My Back Pages ed It Ain't Me, Babe mettono in chiaro che a lui, il ruolo di capopopolo di sinistra, sta piuttosto stretto. L'unica tardiva concessione all'impegno per i diritti civili arriva con la comunque ottima Chimes Of Freedom. Questo tumultuoso periodo viene benissimo documentato dal bootleg ufficiale Live 1964: Live At Philharmonic Hall (****).

L'irresistibile ascesa dei Beatles riporta Dylan sulle tracce del rock n'roll. Prime tracce di questa conversione elettrica si hanno nel controverso Bring It All Back Home / Subterranean Homesick Blues (1965 - ***1/2), in cui si uniscono una facciata elettrica ed una acustica. Quasi punk la veemenza elettrica di canzoni come Maggie's Farm e Subterranean Homesick Blues, mentre è nella facciate acustica che si trovano i brani più belli: Mr. Tambourine Man, Gates Of Eden, It's Alright Ma (I'm Only Bleeding) e It's All Over Now Baby Blue.
Il tradimento è completo: Dylan si è venduto al pop e alle leggi del mercato

Highway 61 Revisited (1965 - *****) inaugura alla grande il momento migliore della carriera del nostro. Il singolo Like A Rolling Stone staziona nelle parti altissime delle classifiche, ma tutto l'album risulta pressoché perfetto: dalle suggestioni acustiche della chilometrica Desolation Row, fino all'inquietudine ironica di Ballad Of A Thin Man. Nel mezzo tanto tagliente rock n'roll con Queen Jane Approximately, Just Like Tom Thumb's Blues, It Takes A Lot To Laugh It Takes A Train To Cry e la title track.

Live 1966: "The Royal Albert Hall Concert" (1966 - *****) è la registrazione di uno strepitoso concerto avvenuto a Manchester (la Royal Albert Hall sta a Londra, ma l'errore ha continuato ad etichettare il bootleg), durante un leggendario tour inglese insieme agli Hawks (poi The Band) privi del batterista Levon Helm. Nel primo cd Dylan dimostra di essere ancora il numero uno nel suonare in solitaria le proprie canzoni acustiche; nel secondo cd ecco invece scatenarsi la sarabanda elettrica con Tell Me Momma, Baby Let Me Follow You Down, One Too Many Mornings, Like A Rolling Stone (prima della quale il pubblico lo insulta chiamandolo "Judas" e lui dice ai suoi di suonare fottutamente forte) ed una strepitosa Ballad Of A Thin Man. Per molti questo è il disco dal vivo più bello della storia del rock. Se non lo è, sicuramente ci va piuttosto vicino.

Per pochi giorni Dylan vince la gara a distanza con Frank Zappa per la realizzazione del primo lp doppio della storia del rock. Blonde On Blonde (1966 - ****1/2) è il luogo in cui il sound elettrico del primo Dylan trova il suo compimento. La verbosità poetica del cantautore non ha limiti in testi surreali e fantasiosi come Rainy Day Women #12 & 35, Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again, Leopard Skin Pill-Box Hat, Temporary Like Achilles e Absolutely Sweet Mary. La leggenda viene però toccata con la lunghissima Sad Eyed Lady Of The Lowlands e con canzoni d'amore dal sapore quasi pop come Visions Of Johanna, I Want You e Just Like A Woman. L'anello di congiunzione tra il folk rock e la psichedelica; più ancora di 5th Dimension dei Byrds.

No Direction Home (****) è la pregevole colonna sonora di un recente documentario di Martin Scorsese che racconta retrospettivamente il pazzesco triennio 1964 - 1966. Ci sono due cd pieni zeppi di brani live e versioni alternative ed anche la leggendaria performance elettrica (più mitica che bella) al Newport Folk Festival del 1965 in compagnia della Paul Butterfield Blues Band.

La sovraesposizione mediatica e l'abuso di droghe stressano talmente tanto Bob da consigliarlo a prendersi un lungo periodo di relax con la famiglia in quel di Woodstock. Ufficialmente deve riprendersi da un brutto incidente motociclistico (l'incidente c'è stato, ma le conseguenze sono state lievissime). In quel periodo Dylan riscopre la grande tradizione musicale americana in compagnia di The Band, nei cosiddetti The Basement Tapes, che per anni circoleranno solo sul bootleg Great White Wonder.

Il 1968 lo vede invece di ritorno con uno strano album acustico, intitolato John Wesley Harding (***1/2), dal taglio insolitamente religioso. Non si tratta di un disco da buttare, ma solo All Along The Watchtower, The Ballad Of Frankie Lee And Judas Priest e The Wicked Messenger hanno resistito (molto bene peraltro) all'inclemenza dello scorrere del tempo. La già citata All Along The Watchtower, la title track, I Dreamed I Saw Saint Augustine, Dear Landlord ed I Pity The Poor Immigrant sono i primi esempi della scrittura religiosa di Dylan, che tanto farà parlare di sé tra la fine degli anni '70 e l'inizio del decennio successivo.

La conversione al country rock, come già accaduto agli amici Byrds, avviene con Nashville Skyline (1969 - **1/2), album che si apre con la bellissima rilettura in salsa country del classico Girl From The North Country, realizzata insieme a Johnny Cash. Nashville Skyline all'epoca scatenò moltissime polemiche, ma vendette comunque benone grazie al singolo country pop Lay Lady Lay. Poco altro da segnalare, se non la bella I Threw It All Away.

Per anni considerato il peggiore disco di Bob Dylan, il doppio Self - Portrait (1970 - **) allinea diverse cover a qualche brano recuperato qua e là nella carriera (anche la famosa I Shall Be Released, già conosciuta nell'interpretazione data da The Band nel 1968). Un pasticcio bello e buono, ma non certo il delitto perfetto di cui si parla spesso.

Anche lui si rende conto del passo falso e per questo fa uscire in fretta e furia New Morning (1970 - **1/2), un prescindibile lavoro di canonico rock blues. Chissà perché, in questo periodo, le migliori canzoni Dylan le regala ad altri interpreti.

Con la colonna sonora del film western crepuscolare Pat Garrett & Billy The Kid (1973 - ***), in cui recita nel ruolo di un bandito, Dylan riesce a rimettersi parzialmente in carreggiata. Diversi brani strumentali dal sapore country e la stupefacente ballata Knockin' On Heaven's Door formano il menù dell'album.

Dylan (1973 - *) è un album, ancora una volta diviso tra cover e pochi brani autografi, che viene addirittura compilato con alcuni scarti del già deludente Self Portrait. E' il punto più basso della carriera, pubblicato peraltro dalla casa discografica Columbia senza l'autorizzazione del cantautore.

Bob si rimette insieme a The Band per cercare di risollevare la carriera di entrambe le entità. Planet Waves (1974 - ***) è disco che risente forse di un'eccessiva pulizia dei suoni (è uno dei pallini di Robbie Robertson che hanno, nel corso degli anni, snaturato la musica del combo canadese). Risplendono il commosso inno Forever Young, che Dylan dedica al nascituro figlio Jacob (quasi una premonizione sul futuro di musicista di quest'ultimo), e la bella ballata tastieristica intitolata Dirge.

 

La tournéè di Bob Dylan + The Band del 1974 viene immortalata da un attesissimo doppio dal vivo intitolato Before The Flood (1974 - ****). La scaletta è divisa equamente tra il repertorio di Dylan, quello comune e quello della sola The Band e ne esce uno dei grandi live album degli anni '70. C'è grande distanza tra questa musica celebrativa e la forza del Live 1966 realizzato dagli stessi musicisti meno di un decennio prima, ma del resto Lester Bangs diceva che il rock era morto nel 1971 a causa del primo scioglimento degli Stooges. I momenti migliori dello show sono Knockin' On Heaven's Door, Up On Cripple Creek, I Shall Be Released, Just Like A Woman e soprattutto la vecchissima Don't Think Twice, It's Alright.

Il momento è propizio per fare uscire finalmente il doppio album The Basement Tapes (1975 - ***1/2) con il succo delle registrazioni effettuate da Bob Dylan & The Band nel 1967. A penalizzare l'album c'è la scaletta ridotta ed una produzione approssimativa, ma canzoni come Million Dollar Bash, Tears Of Rage, Crash On The Levee (Down In the Flood), You Ain't Goin' Nowhere, Don't Ya Tell Henry, Long Distance Operator o This Wheel's On Fire non si trovano tanto facilmente nei classici album country rock.

Le vicissitudini della separazione dalla moglie Sarah spingono Dylan a realizzare un dolorosissimo album acustico di auto terapia. Blood On The Tracks (1975 - *****) è il luogo dove joker getta la maschera e mostra la fragilità di tutti noi mortali. Per me rimane il disco più bello della carriera, più ancora degli storici e rivoluzionari lavori degli anni '60. Le prime quattro canzoni (Tangled Up In Blue, Simple Twist Of Fate, You're A Big Girl Now e Idiot Wind) non si battono. Poi occorre ricordare che ci sono anche cosucce del livello di If You See Her Say Hello, Shelter From The Storm e Buckets Of Rain. Spettacoloso!

Dall'incontro con il paroliere Jacques Levy e dalla collaborazione con Roger McGuinn dei Byrds e con la sconosciuta violinista Scarlet Rivera, scaturiscono le idee di Desire (1976 - ***1/2), uno dei dischi più venduti della sua carriera. Quella che Dylan ha in testa è una musica nomadica e carnevalesca che restituisca intatta la fragranza del vero folk. Si tratta peraltro di intuizioni che sono alla base del fenomeno indie folk a noi contemporaneo. Ritorna l'impegno politico (anche se di stampo populista) con le controverse Hurricane e Joey. Si riprende il tema della fine del matrimonio con la rivelatrice ballata Sarah, ma alla fine, a rimanere maggiormente in testa, sono le atmosfere tzigane di One More Cup Of Coffee e Romance In Durango, o l'ermetico testo di Isis.

Con l'aiuto di diversi amici (Roger McGuinn, Bob Neuwirth, Joni Mitchell, Joan Baez, Robbie Robertson, Scarlet Rivera, Levon Helm ecc.), Dylan crea uno strambo circo itinerante chiamato "Rolling Thunder Revue", con il quale dà voce alla sua nuova idea di musica popolare. Da quella leggendaria Tournée viene estratto l'album dal vivo Hard Rain (1976 - ****), che ha il solo torto di essere eccessivamente corto. Molto convincenti One Too Many Mornings, Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again ed I Threw It All Away. Il capolavoro è però nascosto alla fine della scaletta: la versione definitive di Idiot Wind, trasfigurata ben oltre i suoi nove minuti di durata.

Dallo stesso tour è tratto il più completo doppio Live 1975: The Rolling Thunder Revue (1976 - *****), che piace soprattutto grazie agli arrangiamenti rinnovati di brani storici come A Hard Rain's A - Gonna Fall, It Ain't Me Babe o Just Like A Woman. Si chiude con una Knockin' On Heaven's Door cantata in coro da Dylan con tutti gli ospiti.

La fine degli anni '70 vede una decisa sbandata di Bob per la black music ed il soul in particolare. L'album in studio Street Legal (1978 - ***1/2) è la prima avvisaglia di questa tendenza, che non sarà mai amata da pubblico e critica. Rimane il fatto che in questa scaletta ci sono alcune canzoni molto gradevoli come Changing Of The Guards, New Pony e Senor (Tales Of Yankee Power).

Con il doppio dal vivo At Budokan (1978 - **1/2), Dylan escogita raffinati arrangiamenti fiatistici per il suo repertorio storico. Il disco è stato recentemente rivalutato dalla critica, ma io non riesco proprio a farmelo piacere, anche se la versione ivi contenuta di It's Alright Ma (I'm Only Bleeding) è una vera forza.

In seguito ad una pubblicizzata conversione al cristianesimo radicale (la setta dei Born Again Christians), Dylan abbandona il pop per immergersi totalmente nella musica gospel. Ne uscirà una contestata trilogia a tema religioso, che ha in Slow Train Coming (1979 - ***1/2), il suo punto più alto. Gotta Serve Somebody e Slow Train sono tra le canzoni più avvincenti degli anni '70 di Dylan. L'ultima canzone in programma si intitola When He Returns: si parla di Dio o del Dylan profano?

  
  Lorenzo Allori