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COUNTING CROWS Discografia

 

I Counting Crows si formano nella cittadina universitaria di Berkeley (California), intorno all’ugola preziosa del cantante Adam Duritz. La loro proposta musicale è un classic rock non privo di richiami al soul.

Il primo album si intitola August And Everything After (1993 - ****) ed è una forma mutante aliena nel panorama musicale di quegli anni. I Crows affascinano grazie ad una serie quasi eccessiva di introspettive ballate acustiche. I punti di riferimento sono Astral Weeks di Van Morrison e Born To Run di Bruce Springsteen e le carte sono già ampiamente in tavola con l’inizio commovente di Round Here. In Omaha fa capolino una fisarmonica quasi tex mex, mentre il tema della ballata malinconica viene eseguito alla perfezione anche con Raining In Baltimore, Sullivan Street e Perfect Blue Buildings. L’album entra nelle parti alte delle classifiche grazie al divertente singolo Mr. Jones, una canzone che vorrebbe essere una risposta aggiornata alla Ballad Of A Thin Man di Bob Dylan. Quando poi gli Americani ascoltano i capolavori classic rock Rain King ed A Murder Of One (forse l’unico vero “up tempo” dell’esordio), l’amore è garantito. Il disco in definitiva vende tre milioni di copie e li indica come capostipiti di un filone stilistico che ben presto vedrà il successo ancora superiore di Hootie & The Blowfish e Wallflowers.


 

La voglia di dimostrare le radici rock del gruppo fa ingaggiare Gil Norton (responsabile del successo dei Pixies) come produttore. I Counting Crows di Recovering The Satellites (1996 - ***) sono un gruppo che cerca testardamente di mettere in evidenza chitarre elettriche dal sapore quasi punk, intervallate da qualche ballata introspettiva.

Il pubblico è disorientato dagli estremi musicali espressi dai due singoli Angels Of The Silences (tirata allo spasimo) ed A Long December (una ballata in linea con il primo album) e decreta senza pietà il fiasco del disco. Tra le pieghe di una scaletta effettivamente involuta e fin troppo lunga ci sono comunque anche alcuni episodi convincenti: l’iniziale Catapult per prima, ma poi anche Children In Bloom, Goodnight Elizabeth (altra ballata triste), Have You Seen Me Lately? e la title track.

Delle poco simpatiche voci nell’ambiente musicale dipingono il gruppo ormai trasferitosi a Los Angeles, come incapace di suonare dal vivo. Per confutare queste cattiverie viene fatto uscire il doppio dal vivo Live Across The Wire In New York City (1998 - ***) suddiviso tra un cd elettrico ed uno unplugged. Non piace assolutamente la parte acustica, piena di arrangiamenti francamente cervellotici. Capita invece che la parte elettrica sia pressoché perfetta, con belle versioni di Recovering The Satellites, Children In Bloom e Sullivan Street.

Duritz si conferma autore poco prolifico facendo passare sempre molti anni tra un lavoro e l’altro. This Desert Life (1999 - ****) è disco splendido, fin dai singoli estratti: la ballata Colorblind, l’elettrica Hangingaround e la curiosa All My Friends. Purtroppo le vendite non premiano un lavoro eccezionale che ha il solo torto di non apparire particolarmente originale. Le solite ballate struggenti (Amy Hit The Atmosphere, I Wish I Was A Girl) non riescono a scaldare gli animi del grande pubblico. Qui è contenuta la canzone più bella del repertorio, quell’autentica maratona pianistica intitolata Mrs. Potter’s Lullaby.

Il gruppo di fatto si scioglie con This Desert Life e da ora in poi la formula diventa Duritz + session men. Il primo episodio dei rinnovati Crows è un disco pop intitolato Hard Candy (2002 - **1/2), che ha più di un punto di contatto con il coevo Reveal dei R.E.M.. Il tentativo è quello di trovare un sound solare e di lasciarsi alle spalle l’etichetta di band strappalacrime. Il compito viene demandato ai singoli American Girls, Holiday In Spain e ad una riuscitissima cover di Big Yellow Taxi di sua maestà Joni Mitchell.

Dopo un breve periodo di silenzio, in cui escono comunque l’inedito She Don’t Want Nobody Near e la cover di Friend Of The Devil dei Grateful Dead, il gruppo torna in pista con l’ottimo live New Amsterdam (2003 - ****1/2), vibrante ed elettrico così come piace ai veri amanti del rock n’roll. In questa veste rinnovata piacciono anche diversi brani minori del repertorio: dall’accorato omaggio a The Band di Richard Manuel Is Dead, alle semplicemente spettacolari Four White Stallions, Miami, Hazy, Saint Robinson In His Cadillac Dream e Perfect Blue Buildings. Chiude un gradito inedito in studio (Blues Run The Game).

Nel 2008 i Corvi tornano a commuovere i propri sostenitori con l’album bifronte Saturday Nights & Sunday Mornings (****), che allinea ad una “facciata” elettrica (talvolta anche piuttosto dura), una seconda parte formata esclusivamente da ballate. Il produttore è ancora una volta Gil Norton e lo si sente soprattutto nella prima parte del disco, nobilitata dalle bellissime Sundays e Cowboys.

 

Angustiati dalla consueta lentezza compositiva del leader, i Counting Crows ingannano l’attesa con l’ennesimo disco dal vivo. August And Everything After Live At Town Hall (2011 - ***) è proprio ciò che promette il titolo: una lettura integrale dal vivo del loro disco d’esordio.

 

Ancora una volta Duritz le combina grosse, stravolgendo troppo le canzoni e caricando in modo eccessivo la sua voce (che sarebbe ottima in condizioni più normali). Ne viene fuori un’operazione simile a quella che ha fatto recentemente Van Morrison con Astral Weeks, ma con classe infinitamente inferiore. Si segnala la sempre affascinante Rain King, ma anche il francamente prolisso medley iniziale tra Round Here e Raining In Baltimore (ovvero come rovinare in simultanea due splendide canzoni).

 

 Dopo tanti anni, ecco un nuovo disco in studio: Underwater Sunshine (2012  ***1/2) delude parzialmente le attese perché si tratta di un album di cover e non di composizioni originali. Il repertorio è comunque molto ricercato ed evita le riletture troppo abusate. Per questo piace segnalare Untitled (Love Song) dei Romany Rye, Like Teenage Gravity di Kasey Anderson, Four White Stallions dei Tender Mercies (ex band del tastierista Charlie Gillingham) e Jumping Jesus dei Sordid Humor (la precedente band di Adam Duritz).
Dal lato delle canzoni già note, particolarmente a fuoco le interpretazioni di Meet On The Ledge dei Fairport Convention e di You Ain’t Going Nowhere di Bob Dylan. La scaletta del disco mette in evidenza uno strano legame tra la Berkeley dei Counting Crows ed il pop scozzese (omaggiate ben tre band come Faces, Travis e Teenage Fanclub).
 
 
Fa sorridere che i Counting Crows siano stati un tempo una band dalla sinistra fama live. Adesso il gruppo dal vivo produce autentiche scintille ed il live album Echoes Of The Outlaw Roadshow (2013 - ****) ne è l'ennesimo esempio. Una scaletta tostissima fatta di brani autografi e diverse cover rivoltate tutte come altrettanti calzini.
 

L'inizio, con Girl From The North Country (Bob Dylan) ed una lunghissima Round Here è forse troppo enfatico, ma poi le cose si mettono al giusto posto. Spettacolari versioni di Four Days, Carriage, Untitled (Love Song), Mercury, I Wish I Was A Girl e dell'immancabile Rain King. I Crows si confermano una delle rock band migliori di tutti gli States.

 

   Somewhere Under Wonderland (2014 - ***1/2) gioca la carta di un rock n'roll brioso e privo quasi sempre della drammaticità tipica della band californiana. In effetti l'ispirazione dell'album è simile a quella che aveva partorito il deludente Hard Candy.

Qui le cose funzionano decisamente meglio, ma i Counting Crows che ci piacciono non sono quelli alle presi con appiccicosi motivetti pop, ma bensì quelli che riescono puntualmente a realizzare ballate emotivamente senza pari livello. Tra questi solchi ci sono le bellissime Palisades Park (che giuro non avrebbe sfigurato affatto all'interno di Born To Run di Bruce Springsteen; del resto uno dei punti di riferimento da sempre dichiarati da Duritz e soci) e God Of Ocean Tides e per adesso può bastare.

  Lorenzo Allori