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DAVID BOWIE Discografia anni '60-'70

David Robert Jones, in arte David Bowie, nato in un sobborgo londinese nel 1947, all'età di 20 anni si lancia nel vortice del pop beat con l'album David Bowie (1967 - **). Il disco è molto acerbo e non riesce minimamente a fare breccia nelle affollatissime classifiche britanniche del periodo. I singoli Rubber Band e Love You ‘Till Tuesday sono dei mezzi fiaschi.

L'esempio di folk psichedelico dato dal cantautore scozzese Donovan, porta Bowie sulla retta via. Space Oddity (1969 - ***1/2) è album essenzialmente acustico che mette in mostra i primi grandi brani scritti da David (la title track su tutte, ma anche Memory Of A Free Festival e la più briosa Wild Eyed Boy From Freecloud). E' curioso notare come il percorso dei due grandi protagonisti dell'epopea glam rock, Bowie e Marc Bolan dei T-Rex, abbia preso le prime mosse dall'acid folk degli anni '60.

 

Il glam rock è alle porte e viene profetizzato da The Man Who Sold The World (1970 - ***), con una copertina che vede Bowie steso su un divano con eloquenti abiti femminili. L'album non è particolarmente riuscito (anche se la title track è bellissima), ma qui dentro ci sono già tutti gli ingredienti del futuro successo planetario.

Hunky Dory (1971 - ****) approfondisce il discorso dell'ambiguità sessuale e risulta l'album melodicamente più potente dell'intera carriera di Mr. Jones. Changes e Life On Mars? diventano dei tormentoni radiofonici, ma forse la bellezza pura del disco risiede altrove: nella scandalosa Queen Bitch o nella folkeggiante The Bewlay Brothers. Bowie con Hunky Dory rivela al mondo la sua straordinaria curiosità intellettuale, riuscendo nell'impresa di omaggiare in un solo album Andy Warhol, i Velvet Underground, Bob Dylan e Marlene Dietrich.

Partendo da Life On Mars? e Space Oddity, che già mostravano un notevole interesse per la fantascienza, David si inventa il personaggio ermafrodito di Ziggy Stardust, alieno caduto sulla terra per insegnare agli umani il rock n'roll. The Rise And Fall Of Ziggy Stardust & The Spiders From Mars (1972 - *****) è uno degli album iconici degli anni '70 e vende pure benissimo. Molto lo si deve alla carica super rock degli Spiders From Mars, gruppo di accompagnamento leggendario, guidato dal guitar hero Mick Ronson. Il resto lo fanno canzoni bellissime come Five Years, Moonage Daydream, Starman, Hang On To Yourself, Ziggy Stardust (con il suo riff perfetto), Suffragette City e Rock N'Roll Suicide. Il pubblico vorrebbe Ziggy sul trono del rock a lungo, ma il suo creatore lo fa morire appena un anno dopo durante uno storico concerto all'Hammersmith Oden di Londra.

L'eccitazione del tour americano del 1972 viene fotografata nell'album live Santa Monica '72 (***), che nasce come bootleg e poi viene pubblicato ufficialmente, ma del bootleg mantiene una certa sporcizia sonora. Qui è presente la più bella Moonage Daydream di sempre.

L'agonia di Ziggy appare evidente ascoltando il successivo album Alladin Sane (1973 - ***) che sembra quasi una raccolta di b-side dal disco precedente. Nonostante questo anche qui ci sono alcune canzoni niente male (Panic In Detroit, The Prettiest Star, The Jean Genie ed una vitaminizzata cover di Let's Spend The Night Together dei Rolling Stones). E' il momento davvero di voltare pagina.

C'è però ancora il tempo di mostrare la capigliatura leonina dell'alieno sulla copertina di Pin Ups (1973 - **1/2), album interamente composto da cover, che poco aggiunge alla vicenda Bowieana. Sorprende un po' la scelta di citare gli Irlandesi Them (Here Comes The Night) ed i primissimi Pink Floyd (See Emily Play), per il resto tante prelibatezze mod reintepretate dalla caratteristica voce sottile del nostro.

Ziggy Stardust: The Motion Picture (1973 - ****1/2) è la cronistoria dell'incredibile concerto in cui Ziggy muore. Mick Ronson qui è il grande protagonista e realizza la più bella cover di sempre della White Light / White Heat dei Velvet Underground.

Morto e sepolto Ziggy Stardust, Bowie si lancia deciso verso la produzione di un musical dedicato al romanzo 1984 di George Orwell. Il musical non sarà mai portato in scena, ma l'album Diamond Dogs (1974 - ***1/2) contiene comunque alcune delle canzoni composte per l'occasione. La title track e Rebel Rebel riportano l'autore ai fasti di Ziggy Stardust, mentre 1984 mostra per la prima volta una certa infatuazione per il pop soul Motown, che influenzerà pesantemente la produzione successiva.

Ecco a voi "The White Duke". La copertina di David Live (1974 - ***) ci mostra Bowie trasformato in un raffinato interprete di northern soul. In questo disco dal vivo ampiamente prescindibile viene addirittura coverizzato un classico del soul come Knock On Wood.

Young Americans (1975 - ***) riporta in alto le quotazioni commerciali del nostro, ma lo fa con un funky robotico (pilotato dalla chitarra di Carlos Alomar) che non mi ha mai convinto fino in fondo. I pezzi forti del disco sono la title track e naturalmente il super singolo Fame, scritto a quattro mani con John Lennon; due esuli inglesi sulla East Coast.

L'espressione black music + kraut rock = duca bianco ha ancora più fondamento se si ascolta Station To Station (1976 - ***1/2), album molto spigoloso e robotico, che ha i propri apici artistici nella chilometrica title track, nel "singolo" (oggi sarebbe impossibile definirlo così) TVC 15 e nell'accorata cover di Wild Is The Wind di Nina Simone. 

L'infatuazione per la Germania e gli incontri con l'ex Roxy Music Brian Eno e con l'idolo di gioventù Iggy Pop, creano le premesse per il quarto periodo della carriera di Bowie. Il nostro si trasferisce a Berlino Ovest e realizza una trilogia giustamente celebre per la sua cupezza, glacialità ed innovazione.

Si inizia con lo straordinario Low (1977 - *****), che si potrebbe quasi definire un album ambient in puro stile Eno (Warszawa, Subterraneans), se non avesse un lato A formato da canzoni comunque certo non gioiose e rassicuranti (Sound And Vision, Always Crashing In The Same Car).

 

I concetti che stanno dietro un'opera epocale come Low, sono addirittura approfonditi nel successivo episodio. Heroes (1977 - ****1/2) è una nuova mossa senza paura, che innanzi tutto contiene la bellissima title track (una di quelle rare canzoni che suscitano invidia vera in tutti coloro che hanno provato a scrivere musica qualche volta nella vita) e poi getta sul tavolo la solita sfilata di suggestioni ambient ed il simil funk di Beauty And The Beast.

L'album live più sperimentale della carriera di David Bowie si chiama Stage (1978 - ***) e vede David aiutato dal crimsoniano Adrian Belew alla chitarra. Ovviamente luccicano le canzoni dei recenti sviluppi tedeschi, mentre deludono i classici del periodo Ziggy Stardust (Five Years, Hang On To Yourself, Ziggy Stardust).

La trilogia berlinese si chiude con Lodger (1979 - ***), che porta Bowie di peso negli anni '80 e vede la fine del rapporto simbiotico con Brian Eno. Qui si ritorna sui passi del pop e la cosa è ampiamente testimoniata dall'andamento frenetico di D.J. o di Boys Keep Swinging.

  Lorenzo Allori