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LOU REED Discografia

E’ un Lou Reed a pezzi quello che lascia i Velvet Underground all’indomani dell’uscita dell’album Loaded (1970) a causa di pesanti dissidi con il bassista Doug Yale. Inizia una carriera solista ricca di soddisfazioni che ha in Lou Reed (1971 - ***) un esordio non proprio irreprensibile. I musicisti coinvolti nelle registrazioni (anche Steve Howe e Rick Wakeman degli Yes) non sembrano adatti ad assecondare l’estro del nostro. Reed così se la cava con il mestiere ripescando un brano dal passato recente dei Velvet (Berlin) e regalando due buone canzoni come I Can’t Stand It e Wild Child.

Le due rockstar del momento, David Bowie e Mick Ronson degli Spiders From Mars, indicano i Velvet Underground come il loro grande punto di riferimento ed ecco che si prestano a produrre il secondo lavoro solista di Lou. Sarà un successo clamoroso ed ancora rinverdito dalle varie ristampe.

Transformer

(1972 -****1/2), con la sua decadente ambiguità, passa come un tornado nel panorama glam rock di quegli anni. Qui sono contenute quattro tra le canzoni più famose di tutto il repertorio di Lou Reed: la tristissima Perfect Day, le dolciastre Vicious (“vizioso, tu mi colpisci con un fiore…….”) e Satellite Of Love ed il cabaret jazz di Walk On The Wild Side, che racconta l’epopea gay della Factory di Andy Warhol. 

 

Per ammirare in pieno il sound del Reed glam ci si può rivolgere anche al live album (uscito abbastanza recentemente) American Poet (1972 - ***).

Il grande successo ottenuto da Lou Reed aumenta il rimpianto per l’insuccesso ottenuto con la straordinaria musica dei Velvet Underground. Lou decide di seppellire momentaneamente l’ascia di guerra con John Cale e Nico durante un leggendario concerto parigino. Il resoconto della serata viene documentato con l’album Le Bataclan ’72 (1972 - ***1/2), in cui però la solita carogna che abbiamo imparato a conoscere fa di tutto per mettere in secondo piano i due solidali compagni di palco.

Con il primo di una serie infinita di colpi di scena, Lou si svincola dalla tutela di Bowie mettendosi alla testa di una super band con i fiocchi (ancora una volta Howe, Wakeman e Ronson, ma anche l’ex Cream Jack Bruce ed un inaspettato Steve Winwood dai Traffic). Ne esce un concept album oscuro e depravato che pone una storia di tossicodipendenza all’interno del dramma del nazismo e della guerra mondiale. Il disco prende il titolo dalla canzone Berlin (1973 - ****1/2) che Reed incide per la terza volta. Sono però altri i gioielli contenuti tra i solchi di questo lp: la lunghissima e vibrante The Kids (dalla quale i Waterboys prenderanno il proprio nome di battesimo), la minacciosa How Do You Think It Feels, ma anche momenti più glam rock come le due parti di Caroline Says, Lady Day o Men Of Good Fortune. La tragica ballata The Bed è in corsa per il titolo di canzone più triste della storia del rock.

Con le sferraglianti chitarre soliste di Dick Wagner e Steve Hunter, Lou Reed riveste di hard rock il proprio repertorio e licenzia il suo primo album dal vivo. Rock N’Roll Animal (1974 - ***1/2) è una pietra miliare degli anni ’70, ma non convince in pieno per la rilettura al testosterone di quattro classici dei Velvet (Sweet Jane, Rock N’Roll, Heroin e White Light / White Heat) che meritavano forse trattamento più raffinato. L’unica canzone tratta da un disco solista è Lady Day.

Sally Can’t Dance (1974 - ***) rappresenta un’inaspettata virata in ambito soul e funky. Il disco non è un granché, ma riporta Lou Reed nella parte alta delle classifiche americane dopo il mezzo fiasco commerciale di Berlin. Sono degne di nota la title track, New York Stars e Billy.

Per battere il ferro finché è caldo esce anche un Lou Reed Live (1975 - ***) che altro non è che un disco live tratto dagli stessi concerti di Rock N’Roll Animal. Qui a venire messi in subbuglio ormonale sono soprattutto i brani di Tranformer.

Dopo una serie imbarazzante di dichiarazioni provocatorie e filo – naziste, Lou Reed approda ad un doppio album di “musica classica per sola chitarra elettrica”. Metal Machine Music (1975 - *) non è musica e questo basta ed avanza per il voto finale. Ovviamente ci sono anche degli estimatori. Come possono mancare i fanatici del “famolo strano”?.

Dopo una lunga guerra contro la dipendenza da anfetamine, Lou Reed ritrova la serenità con una relazione sentimentale con il travestito Rachel (il quale appare nella foto di copertina della coeva raccolta Walk On The Wild Side: The Best Of). Ne esce lo splendido Coney Island Baby (1976 - ****) disco dedicato all’amato dall’inizio alla fine. Come dimenticarsi del fulminante incipit della title track (quando ero al college, giocavo a football solo per il coach) e di brani speciali come la frenetica Kicks, A Gift e Ooooooh Baby?

Dopo il successo artistico arriva la caduta di Rock N’Roll Heart (1976 - **), uno dei peggiori lavori del Lou Reed anni ’70. Evitatelo.

Quando Lou Reed si sposta sulla Bowery (come ai vecchi tempi) e scopre la nascente scena punk e new wave, decide di dimostrare al mondo che lui la sa lunga sulla rabbia e l’emarginazione. Ecco a voi Street Hassle (1978 - ***1/2), un disco sboccato e coraggioso che è punk nelle parole più che nella musica. La title track e I Wanna Be Black sono irriverenti e unpolitically correct proprio come è lecito aspettarsi da un disco di Lou Reed.

La passione per il cabaret di Lou Reed si esplica nel pregevole doppio album Live: Take No Prisoners (1978 - ***1/2) un lavoro in cui si cerca di ferire tutti con le parole. Lou non è un moralizzatore dei costumi, anzi sembra quasi un fustigatore della virtù e mentre fa i suoi sketch in sottofondo si agita una sarabanda funk con i fiati in bella evidenza. Sweet Jane e Street Hassle i punti forti del programma.

  

Arrivato al punk prima degli altri, Reed registra tra i primi anche un disco di puro post punk. The Bells (1979 - ***1/2) è album spigoloso ed affascinante, in cui non manca qualche piccola tentazione tecnologica. Da segnalare l’intervento del grande trombettista free jazz Don Cherry, che proprio in quegli anni partecipa anche al secondo album di un gruppo new wave sperimentale (i Rip, Rig And Panic formati dalla figlia Neneh con alcuni membri del Pop Group).

Ancora una volta Lou delude i propri fans con un disco molto scadente intitolato Growing Up In Public (1980 - **). Si tratta del fratello minore di Rock N’Roll Heart e quindi si è detto praticamente tutto.

Vengono ingaggiati due musicisti fondamentali per il futuro di Lou: il chitarrista dei Voidoids Robert Quine ed il bassista Fernando Saunders. Il punto di riferimento è la poetica tagliente di Richard Hell, il vero inventore del look e della teoria del “No Future”. Con questa formazione molto coesa (mai Lou Reed nella sua carriera solista ha dato l’impressione di suonare in una vera band come in questo periodo) vengono incisi tre dischi: The Blue Mask (1982 - ***), Legendary Hearts (1983 - ***1/2) e Live In Italy (1984 - ***). Non si tratta di certo di tre capolavori, ma comunque Lou dimostra di vivere gli anni ’80 molto meglio di altri “dinosauri” del classic rock. Legendary Hearts regala peraltro qualche ottima canzone come Martial Law e Home Of The Brave, mentre la chitarra di Quine furoreggia nel disco registrato in Italia in canzoni perverse come Waves Of Fear, Kill Your Sons o nelle sempre attuali White Light / White Heat e I’m Waiting For The Man dei Velvet Underground.

Licenziato Quine e sposatosi con una donna, Lou Reed aumenta di poco il proprio spettro sonoro con il poco riuscito New Sensations (1984 - **1/2). Che dire? Ormai è talmente intrappolato nel personaggio dell’antipatico dalla lingua lunga che la serenità familiare non gli si addice affatto. Da segnalare solo la bella title track.

Come il Neil Young di Trans, anche Lou Reed alla fine cede alla moda dell’elettronica anni ’80. Ecco perché Mistrial (1986 - *1/2) è disco da evitare con cura. I sintetizzatori di quegli anni spesso sembrano far provenire direttamente dal paleolitico anche qualche canzone non male.

Quando ormai la carriera di Lou Reed sembra in fase calante ecco che invece inizia un nuovo periodo d’oro inaugurato dal capolavoro New York (1989 - *****). Trattasi di un’opera corale di puro rock n’roll che racconta la città di New York e le sue molte contraddizioni, con lo stesso spirito che aveva reso immortale I’m Waiting For The Man. Così se la storia dei Capuleti e dei Montecchi viene traslata nel Lower East Side chicano, ecco la meravigliosa Romeo And Juliette; la storia dello spacciatore che fa quel lavoro solo per permettere al fratellino di studiare, rende un capolavoro il secco riffing di Dirty Boulevard. C’è poi una serie impressionante di grandi classici: Halloween Parade, Last Great American Whale, Busload Of Faith, Xmas In February. E’ il miglior disco dell’intera carriera solista.

La morte dell’antico mentore Andy Warhol spinge Lou Reed e John Cale a tornare insieme come ai tempi dei primi due album dei Velvet Underground. Songs For Drella (1990 - *****) è capolavoro di minimalismo, in cui Cale dona la propria voce baritonale e l’eccezionale abilità di polistrumentista alla viola elettrica, al basso elettrico ed al pianoforte, mentre Lou Reed replica con i suoi testi abrasivi e la sua chitarra profondamente rock. Solo loro due e non manca niente. La vita di Warhol viene raccontata dall’inizio alla fine (Drella era il suo azzeccato soprannome: un po’ Dracula ed un po’ Cenerentola) con i punti forti rappresentati da Hello It’s Me e Smalltown.

La morte del grande autore e produttore rock n’roll Doc Pomus getta Lou nella disperazione. Magic And Loss (1991 - ***1/2) è album funereo fin dalla copertina e ricalca curiosamente le stesse atmosfere del contemporaneo Bone Machine di Tom Waits. Anche qui non mancano i capolavori: What’s Good (che fa anche parte della colonna sonora di Fino alla fine del mondo di Wim Wenders), Sword Of Damocles e Harry’s Circumcision.

La nuova New York City, ripulita dalla cura d’urto dell’amministrazione repubblicana del sindaco Giuliani, non piace per niente ad un vecchio progressista come Lou.
 Set The Twilight Reeling (1996 - ****) rappresenta appunto la difesa dei bassifondi di Manhattan in fase di scomparsa. Il nuovo matrimonio, questa volta con la musicista Laurie Anderson, non sembra aver sopito la grinta del nostro che è pronto ad ipotizzare che alcuni repubblicani, dietro la loro facciata perbenista, abusino dei propri figli (Sex With Your Parents part II), oppure racconta la sua New York in cui non era proibito perfino accendersi una sigaretta in un parco (New York City Man). 

Altre canzoni forti sono le ballate Set The Twilight Reeling e Hang On To Your Emotions e le energiche Egg Cream, Trade In e Riptide.

La moda dell’unplugged coinvolge anche Lou Reed, ma lo fa assolutamente alle sue condizioni. In Perfect Night: Live In London (1997 - ****) Lou Reed rilegge il proprio sterminato repertorio dai Velvet di I’ll Be Your Mirror, fino alle recentissime Riptide e Sex With Your Parents (part II), ma le chitarre acustiche hanno uno stranissimo suono che sembra…..elettrico. L’album si ricorda anche per quattro inediti di discreto livello: Talking Book, Into The Divine, Why Do You Talk? e Original Wrapper.

L’ascesa di Lou Reed continua poi con l’eccellente Ecstasy (2000 - ****), uno dei migliori album della carriera. Che non si abbia affatto voglia di appendere la chitarra elettrica al chiodo lo si capisce già dall’iniziale Paranoia In Key Of E, cioè la canzone che i Rolling Stones non riescono più a fare dal 1975. Il disco vive sulle stesse atmosfere del predecessore, alternando convincenti ballate (Mystic Child, Ecstasy, Rock Minuet) a polemici momenti di pura potenza rock (Tatters, Future Farmers Of America). Quasi alla fine sbucano i diciotto minuti di Like A Possum, un peana rumoristico, che finalmente fa capire l’idea che doveva esserci in origine dietro a Metal Machine Music.

Il momento magico si interrompe con il progetto di The Raven (2003 - **). Lou Reed sembra effettivamente la persona adatta per musicare i poemi di Edgar Allan Poe, anche perché il parterre di ospiti è veramente stimolante (Blind Boys Of Alabama, Laurie Anderson, David Bowie e Ornette Coleman, tra gli altri). Invece la musica stenta a decollare e se non fosse per la presenza dell’ancora sconosciuto Antony, incredibile talento dalla voce soul androgina scovato chissà dove dalla Anderson, l’album non verrebbe ricordato per niente di rilevante. Produce qualche emozione il ritorno in studio della coppia Reed – Bowie a trent’anni da Transformer, con il brano Who Am I? (Tripitena’s Song).

Animal Serenade (2004 - ***1/2) è un disco dal vivo all’insegna del minimalismo. Reed decide di fare a meno della batteria, sostituita da una semplice gran cassa suonata a pedale che fa tanto Maureen Tucker per il suo essenziale ritmo marziale. Antony giganteggia in Set The Twilight Feeling mentre Lou Reed dimostra di essere sempre il solito vecchio bastardo rock con versioni al fulmicotone di Dirty Boulevard e How Do You Think It Feels.

The Stone Third Issue (2007 - *) è un’inascoltabile progetto rumoristico che vede uniti Lou e la moglie con l’ex cantante dei Faith No More Mike Patton e con il leggendario sassofonista John Zorn. La location dell’incontro è il locale The Stone che Zorn ha aperto nell’East Village. Da evitare con cura anche visto il prezzo esorbitante con il quale si può acquistare su ebay.

Hudson River Wind Meditations (2007 - **) è invece un lavoro in bilico tra ambient e new age. Quattro brani di cui due molto lunghi e pochi rimpianti se non avrete mai la possibilità di ascoltarlo meditando.

Berlin: Live At Saint Ann’s Warehouse (2008 - ***1/2) è la giusta (ma anche un po’ tronfia) celebrazione del trentacinquennale dell’album Berlin. Dopo l’esecuzione dell’intera scaletta del disco originale vengono poi eseguite Rock Minuet e due brani dei Velvet Underground (Candy Says e Sweet Jane).

Riguardo a Metal Machine Music avrete già capito la mia opinione negativa, ma il live The Creation Of The Universe (2009 - **1/2), in cui Reed rivisita in trio (basso, chitarra e batteria) la musica spigolosa di quel disco lontano nel tempo, non è sicuramente la sua cosa peggiore.

 Dopo anni di attesa nel 2011 esce, in formato doppio cd, l’album Lulu (***1/2), che documenta l’incontro in studio tra Lou Reed ed i Metallica. Non c’è traccia di thrash metal in queste canzoni, ma i Metallica rockano da par loro, come potrebbe fare un gruppo di classic heavy metal. Sembrerebbe improbabile, ma l’unione tra la potenza squassante della musica e l’arrogante parlantina di Lou Reed funziona alla grande. Molto meglio dell’incontro tra Neil Young ed i Pearl Jam di qualche anno fa, tanto per fare un esempio noto ai più.

Da segnalare in particolare Cheat On Me, Iced Honey, la chilometrica Junior Dad ed il singolo The View. Questo è comunque uno dei casi in cui l’insieme è talmente monolitico da non lasciare molto spazio alle singole canzoni.

  Lorenzo Allori