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MY MORNING JACKET - Discografia

 My Morning Jacket - DISCOGRAFIA
 

I My Morning Jacket nascono a Louisville (Kentucky) intorno al talentuoso chitarrista e cantante Jim James (talvolta anche Yim Yames) che si occupa anche della scrittura di quasi tutte le canzoni. Il loro esordio, Tennesse Fire (1999 - ****) è un album che cerca una nuova strada per il country rock. Ancora non ci sono i furiosi passaggi chitarristici che caratterizzeranno un certo periodo della band. C’è già però l’inconfondibile e magica voce di James, che quasi sempre indugia nei difficili territori del falsetto. Le storie sudiste del gruppo si sublimano nella splendida The Bear, una delle migliori canzoni da loro scritta.

  

At Dawn (2001 - ***1/2) è album meno melodico che li pone nel calderone dei gruppi che ricercano un suono prettamente sudista. Il loro punto di partenza non è però giammai il blues del Delta, ma semmai il soul di Memphis, che viene stravolto in stralunate atmosfere moderne. At Dawn è piuttosto ostico all’ascolto, ma regala una gemma di grande immediatezza intitolata Honest Man.

 

La ricerca sudista del gruppo trova il suo apice creativo nel terzo album. It Still Moves (2003 - ****1/2) è lavoro pressoché perfetto ed è a tutt’oggi il loro miglior disco. Paradigma dello stile maturo del gruppo del Kentucky è il brano Dancefloors, che parte come un vorticoso mid tempo in stile Black Crowes e si chiude con una carnevalesca sezione di fiati a scompaginare il muro di chitarre elettriche. Con Golden i My Morning Jacket centrano anche il loro primo (relativo) successo di classifica.

La grande fama delle loro jam chitarristiche tende a mettere in secondo piano la qualità di scrittura del leader. Eco perché è importante l’ep dal vivo Acoustic Gitsuoga (2004 - ***1/2), in cui il gruppo si cimenta in un breve concerto unplugged, con versioni affascinanti di The Bear e Golden e con un divertente omaggio agli America intitolato Bermuda Highway (Jim James sarà anche produttore del loro rientro sulle scene con l’album Here & Now del 2007).

 La partecipazione al film Elizabethtown di Cameron Crowe (in cui la band interpretava un’appassionata cover band dei Lynyrd Skynyrd) e l’uscita dell’album Z (2006 - ****) danno finalmente la meritata fama internazionale. Z è disco però molto particolare, in cui il gruppo esce dal grande alveo del southern rock per interpretare un indie rock moderno e psichedelico.  
 

I pezzi forti di questo disco sono Wordless Chorus, Dondante e l’eccezionale Gideon, un grido lanciato verso il cielo. In questo periodo viene registrata anche la loro strepitosa cover di It Makes No Difference di The Band. Il falsetto di Jim James è senz’altro meglio di quello di Richard Manuel.

Okonokos (2006 - *****) è un micidiale doppio cd dal vivo registrato al Fillmore di San Francisco (come succedeva una volta). I My Morning Jacket sono uno spettacolo quando le loro due chitarre soliste suonano all’unisono e le lunghe chiome si muovono a tempo. I Will Sing You Songs sfiora i nove minuti, mentre Dondante e Steam Engine superano di slancio gli undici. Indiavolati.

Dopo il trionfo di critica dell’album dal vivo il gruppo inizia a smarrirsi con lo spiazzante Evil Urges! (2008 - ***1/2), album caratterizzato da un funky futuristico molto urbano. All’inizio il disco non piace affatto poi, dopo ripetuti ascolti, si apprezza la scrittura di James, al solito superba. I brani migliori sono la title track e Smokin’ From Shootin’.

La bontà delle canzoni di Evil Urges! viene sottolineata da un nuovo ep dal vivo intitolato Celebration De La Ciudad Natal (2009 - ***1/2). Belle versioni concise di Gideon, Evil Urges, Where To Begin e Librarian.

  

Nel 2011, dopo insistenti voci di scioglimento, i My Morning Jacket tornano con Circuital (**1/2), che viene annunciato come un ritorno al rock chitarristico dopo gli ultimi due dischi molto sperimentali. Invece si tratta di una vera delusione, con brutti arrangiamenti elettronici che sinceramente non vanno da nessuna parte. Nel loro disco peggiore c’è però lo spiraglio di luce della bellissima Circuital, che sembra uscire dalle sessions di uno degli ultimi capolavori modernisti dei Wilco.

Salutato da certa critica conservatrice come l'ennesimo passo falso del gruppo, The Waterfall (2015 - ***) mostra invece qualche segno di ravvedimento rispetto ai passi falsi del recente passato. Sicuramente l'iniziale ballata pop / psichedelica Believe (Nobody Knows) sembra un'outtake da Z, poi però ci sono i consueti passaggi funk e talvolta così languidi da sfiorare la lounge music.
 

Per fortuna James e soci qui si ricordano più spesso di essere una rock band e se non si può più parlare di southern rock modernista, di sicuro fa piacere ascoltare la psichedelia dal sapore "adulto" di In Its Infancy (The Waterfall) o di Tropics (Erase Traces). Da preferire la versione de luxe del disco perché ci sono tre brani in più (ed anche il demo dell'irrisolta Only Memories Remain), spesso meno laccati e più ruspanti (talvolta addirittura acustici od orientati al country rock).

  Lorenzo Allori