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PETER GABRIEL Discografia

 
 

Nel 1975 Peter Gabriel chiude la sua avventura con i Genesis, lasciando dopo il tour successivo all’uscita del doppio album The Lamb Lies Down On Broadway, disco che annunciava al mondo la sua nuova sensibilità musicale molto urbana e lontana dalle regole del progressive rock.

  

La storia inizia con Peter Gabriel I (1976 - ***), album di discreto pop rock che propone, accanto a pallidi minidrammi in musica come Excuse Me, due brani che saranno destinati a restare tra le cose più belle di tutto il catalogo: la struggente Here Comes The Flood e la spensierata Solsbury Hill.


 

Peter Gabriel II (1978 - **1/2) vede Peter Gabriel collaborare con il mago della chitarra Robert Fripp. Il risultato non è esattamente la somma tra la musica dei Genesis e quella dei King Crimson, anche perché allora Fripp stava prestando la sua algida chitarra alla trilogia berlinese del duo Bowie – Eno. Album di spigolosa elettronica privo di brani dalla facile presa pop. Piace ricordare solo D.I.Y e Mother Of Violence.

 

Quando la carriera di Peter Gabriel sembra già in fase discendente, il nostro convoca in studio artisti del calibro di Paul Weller, Phil Collins, Kate Bush ed ancora Robert Fripp per realizzare Peter Gabriel III (1980 - ****1/2). Il risultato è stupefacente per la qualità dei brani (Biko e I Don’t Remember su tutte, ma anche l’elegante artigianato pop di Family Snapshot) e per il coraggio dimostrato nella ricerca musicale. Uno dei pochi album di inizio anni ’80 che non banalizza le nuove tecnologie (sentire per credere come sono ancora attuali i suoni di Games Without Frontiers o di Intruder) e che rimane l’insuperato livello di innovazione nella batteria rock: i piatti vengono praticamente banditi e Phil Collins si dimostra ancora una volta straordinario giocoliere ritmico con i tamburi.

Peter Gabriel IV / Security (1982 - ****) E’ il gemello estroverso del precedente. La musica non è mai troppo cervellotica o difficile ed anzi spesso si apre al puro divertissement dance (si pensi al fortunatissimo singolo funk Shock The Monkey). Belle soprattutto la possente The Rhythm Of The Heat e l’intima San Jacinto.

Conclusa la fase degli album che portano semplicemente il suo nome, Peter Gabriel decide di fissare su nastro i suoi straordinari concerti live. L’album Peter Plays Live (1983 - ***1/2), necessiterebbe purtroppo di un supporto visivo perché si tratta della testimonianza di uno dei live act più travolgenti della storia del rock.

Sulle tracce dell’amico David Byrne, Peter fonda la meritoria casa discografia Real World, che intende promuove le musiche “altre”, in particolare quelle di matrice africana. Il nostro comincia a diradare le uscite discografiche e mentre sta preparando un nuovo album che si annuncia meraviglioso, fa uscire la colonna sonora Birdy (1985 - ***), che si ricorda soprattutto per l’inserimento di alcune canzoni già comprese nel terzo e nel quarto album, mentre sono prescindibili gli inediti. Come autore di colonne sonore Peter saprà fare di meglio in futuro.

So (1986 - *****) è universalmente riconosciuto come il capolavoro dell’artista. Album praticamente perfetto dove ogni cosa sembra assolutamente nel posto giusto. Gabriel attacca duramente il governo britannico conservatore con Don’t Give Up (ancora con la collaborazione di Kate Bush, vera piccola “Gabriel in gonna”), recupera il funk con Sledgehammer e Big Time (che entrano nella rotazione dei video di MTV) e regala ai suoi fedeli fans alcuni dei brani più amati (Red Rain, In Your Eyes e Mercy Street). Continua il percorso di ricerca sull’uso delle percussioni iniziato con Peter Gabriel III: qui i piatti vengono usati e molto dal grande Stewart Copeland.

Passion (1990 - ***1/2) è la colonna sonora del controverso The Last Temptation Of Christ di Martin Scorsese. Si tratta di un album completamente strumentale che trascina l’ascoltatore in un’orgia di suggestioni medio – orientali. Inizia da qui il percorso più autenticamente spirituale di Peter Gabriel. The Feeling Begins e Zaar si candidano ad essere tra i migliori brani di “musica per film” mai scritti.

Nel 1992 esce Us (****1/2), album rivalutato solo in tempi recenti dalla critica, che vede la partecipazione di Sinead O’Connor, Peter Hammill e del redivivo John Paul Jones. Si tratta di un disco completo, solo per un pelo inferiore a So, del quale possiede la ricchezza espressiva, ma forse non l’immediatezza pop. Le canzoni si concentrano sulle difficoltà dei rapporti interpersonali (padre – figlio per Come Talk To Me e uomo – donna per The Blood Of Eden), o sulla ricerca della fede (Washing Of The Water e Secret World). Non mancano comunque i classici episodi ballabili come Steam o Kiss That Frog, comunque non all’altezza del recente passato. Quando quasi contemporaneamente i Genesis fanno uscire il loro singolo I Can’t Dance e Gabriel risponde con Digging In The Dirt, ci si chiede come queste persone abbiano potuto suonare insieme.

Secret World Live (1994 - ***1/2) è la testimonianza del più imponente tour della carriera dell’artista. Anche in questo caso valgono le stesse considerazioni effettuate per l’album dal vivo del 1983: grande musica; ma come si fa a non vedere la scena della cabina telefonica in Come Talk To Me, il Gabriel caronte di Across The River, o il balletto funk con il bassista Tony Levin nella scatenata Sledgehammer?

Ovo (2000 - **) non è un vero album di Gabriel, ma la colonna sonora di un musical sull’evoluzione dell’uomo che Gabriel ha portato in scena a Londra per festeggiare l’inizio del nuovo millennio. In realtà c’è veramente poco da festeggiare perché la musica ammicca con cattivo gusto ai ritmi spezzati dell’hip – hop e non presenta quella qualità omogenea che è stata per anni il marchio di fabbrica del cantante. Si salvano solo Father, Son e la fin troppo prolissa Make Tomorrow.

Per undici anni Gabriel lavora all’attesissimo Up (2003 - ****1/2), un disco sul quale è difficile avere giudizi sereni. La qualità delle canzoni non è certo eccelsa, ma l’album è stato realizzato con una cura maniacale e presenta una pulizia ed una grandiosità dei suoni a dir poco strabiliante. I fans non possono dunque che godere davanti al duetto di Signal To Noise con il cantante pakistano Nusrat Fateh Alì Khan, davanti ai suoni à la Nine Inch Nails di Darkness o alle trovate pop di More Than This e The Barry Williams Show. Forse il brano più bello è però quella Sky Blue che esplora lo stile gospel e ripesca dall’oblio la immaginifica sei corde blues di Peter Green.

Come molti altri artisti Peter Gabriel decide di documentare nella serie Summer 2003 (****) l’intero suo tour nord – americano di supporto ad Up. In questa serie è contenuto il concerto di Montreal del 6 luglio 2003, che è forse la più bella testimonianza audio di un concerto del cantante (con grandi versioni di San Jacinto, In Your Eyes e Growing Up).

Big Blue Ball (2008 - ***) è un progetto simile a Ovo anche se non si tratta di una colonna sonora. In questo caso Gabriel cerca di riunire in un solo album musicisti provenienti da varie zone del mondo. Collaborano attivamente Sinead O’Connor e Karl Wallinger (Waterboys, World Party). Il brano Burn You Up, Burn You Down era già uscito come singolo nel 2004.

La successiva mossa spiazzante di Peter Gabriel è un album realizzato con il solo ausilio di un’orchestra sinfonica.

Scratch My Back (2010 - ****) mette in fila dodici cover di artisti particolarmente stimati da Gabriel. Sembrerà strano, ma questo è un album che riassume perfettamente i temi cari alla carriera di Peter, come se le canzoni fossero state effettivamente scritte da lui. E’ un disco intimo pur nella grandiosità di alcuni arrangiamenti orchestrali, che mantiene un “mood” costante per tutta la sua durata. Non troverete né percussioni, né elettronica vintage; solo archi, fiati, un pianoforte e su tutto la magica voce di Gabriel, sicuramente limitata nell’estensione, ma illimitata nel regalare emozioni. Da segnalare in particolare le cover di Mirrorball (Elbow), Après Moi (Regina Spektor), Heroes (David Bowie), Listening Wind (Talking Heads) e The Power Of The Heart (Lou Reed). La votazione non è massima esclusivamente perché ogni tanto fa capolino un pizzico di noia.

 
 
  

Con New Blood (2011 - **1/2) Peter Gabriel applica lo stesso trattamento di Scratch My Back ai vecchi successi del suo repertorio. Giochino fin troppo facile poiché alcune canzoni sembrano essere state scritte apposta per essere suonate da un’orchestra sinfonica (In Your Eyes, Darkness).

Gabriel poi ci mette del suo gigioneggiando in stile crooner con arrangiamenti molto meno coraggiosi di quelli del disco di cover. Ovviamente non è tutto da buttare: Downside Up, San Jacinto, In Your Eyes e Red Rain per esempio sono ottime. Da dimenticare invece Don’t Give Up, Digging In The Dirt, Darkness, The Nest That Sailed The Sky, Solsbury Hill ed un intero cd di tronfie versioni strumentali dele stesse canzoni proposte in precedenza con l’ausilio della voce. A proposito di vocalità, il nuovo arrangiamento di Darkness, con tutta evidenza creato per permettere al vecchio leone di cantare senza cavarsi una tonsilla, non è nemmeno brutto, solo ridicolo.


 Dopo i due album orchestrali, a completare (speriamo) il progetto, ecco arrivare il doppio dal vivo Live Blood (2012 - **), un disco francamente del tutto superfluo poiché si limita a riproporre i medesimi arrangiamenti orchestrali evidenziati nei due precedenti album in studio.
Ovviamente non mancano i momenti di emozione o addirittura di estasi (The Boy In The Bubble, Intruder, San Jacinto, Downside Up, Blood Of Eden, Red Rain o Solsbury Hill su tutte con sorprendente citazione finale dell’Inno alla gioia di Beethoven), ma perché mai comprarlo?
                        Lorenzo Allori