On Air Stiamo trasmettendo:
Eightis

Parola di DJ

newsletter
Vuoi essere informato su tutte le novità di Radiogas?
Iscriviti alla nostra newsletter
Scrivi la tua email



PHISH Discografia

 

PHISH – DISCOGRAFIA

 

I Phish sono un quartetto rock di Burlington (Vermont) formatosi nel 1987. Fin dall’inizio della loro carriera la formazione è rimasta stabile con Trey Anastasio (chitarra, voce), Joe Fishman (batteria), Mike Gordon (basso, voce) e Page McConnell (tastiere, voce); si tratta di quattro strumentisti eccellenti che hanno nel virtuosismo e nella fantasia strumentale la loro migliore e più nota caratteristica. I generi di riferimento della loro musica sono il jazz, il progressive britannico degli anni ’70 e soprattutto la scena psichedelica californiana della fine degli anni ’60 (Grateful Dead, Spirit e Quicksilver Messenger Service).


Nel 1988 esce il primo episodio, Junta (****), album doppio di grande spessore musicale anche se di qualità non molto omogenea; ad una prima parte di eccelso livello, con alcune delle composizioni migliori del quartetto (la divertente You Enjoy Myself – dedicata alla nostra P.F.M., la grandiosa The Divided Sky, la quasi strumentale David Bowie, che niente ha a che fare con il grande cantante inglese, la jazzata Foam, ma anche la briosa canzoncina pop Fee, gli episodi migliori), si sussegue infatti una seconda parte piuttosto noiosa, catturata dal vivo ad Atlanta.

 

Il secondo album Lawn Boy (1990 - ***) continua il discorso musicale dei Phish con minore qualità generale. I brani migliori dell’album sono posti strategicamente all’inizio ed alla fine della scaletta: la pianistica The Squirming Coil ad iniziare e la poppeggiante Bouncing Around The Room a chiudere. Per il resto grande spazio ai devastanti interventi di chitarra del già leggendario Anastasio, che gioca a fare il “guitar hero” nella complicata Split Open And Melt, nell’irrisolta Reba ed in una Run Like An Antelope tirata allo spasimo. Molti azzardano per lui paragoni impegnativi come Jerry Garcia e Pat Metheny.

 

A Picture Of Nectar (1991 - ***1/2) può essere considerato il primo album “maturo” dei Phish, con composizioni che si staccano dall’improvvisazione pura per prendere l’aspetto di canzoni compiute. I Phish questa volta omaggiano il southern rock e piazzano la loro canzone più famosa, quella Chalkdust Torture che è celebre per essere il brano preferito in assoluto dal famoso anchorman americano David Letterman

 

Chalkdust Torture non è per niente indicativa del vero stile dei Phish, che qui sembrano una copia carbone dei primi Lynyrd Skynyrd. Altrove il disco però mostra i classici guizzi dei Phish, come nelle latineggianti Stash e The Landlady, dove Trey Anastasio svela tutto il proprio amore per lo stile di Carlos Santana. Qui troverete la versione in studio di Tweezer, la controversa “Dark Star” dei Phish. I tempi sono maturi perché i Phish realizzino il loro capolavoro in studio.

  

Questo si chiama Rift (1993 - ****1/2) ed è un concept album dedicato ai misteri / piaceri del sonno, con tanto di criptica copertina “picassiana”. Come spesso succede per i concept album si fa fatica ad individuare brani di livello superiore agli altri, ma è doveroso per lo meno segnalare il bluegrass indiavolato della title - track, il raffinato jazz di It’s Ice, con uno straordinario Page McConnell sugli scudi, l’omaggio a John McLaughlin intitolato Maze e la drammatica My Friend, My Friend.

I Phish tornano in classifica con la melensa ballata country Fast Enough For You, duramente contestata dai Phans della prima ora.

 

Hoist (1994 - **1/2) riporta purtroppo i Phish sulla terra con una musica troppo radiofonica (nel senso peggiore del termine) per essere vera. Gli antichi Phish si incontrano solo nella conclusiva jam Demand, per il resto si nota soprattutto una sezione fiati (i famosi Tower Of Power) piuttosto invadente, che non riesce a donare brio a brani pop classici come Julius o Wolfman’s Brother. Piacciono soprattutto le delicatezze folk della ballata If I Could.

Il momento è propizio per l’uscita del primo album ufficiale dal vivo. A Live One (1995 - *****). Si tratta di un disco superlativo, rilevatore della straordinaria creatività strumentale del quartetto del Vermont. Su dodici brani ben dieci superano i dieci minuti (You Enjoy Myself i venti di cui quasi la metà a cappella e Tweezer addirittura i trenta) mostrando continui cambi di tempo e stile che mandano in visibilio il pubblico. I Phish si permettono il lusso di presentare ben sei brani inediti tratti dall’opera rock mai pubblicata Gamenhedge, tra questi ultimi piace soprattutto la caraibica Harry Hood, chiusa da un assolo da antologia di Trey Anastasio.

A questo punto i Phish incontrano Steve Lillywhite, il produttore che tenterà di dare una forma compiuta ai loro album in studio.

 

La prova è ampiamente superata con il delicato ed intimista Billy Breathes (1996 - ***1/2), un album che sembra uscito dalla penna dei Traffic post Dave Mason. Molti scomoderanno i Grateful Dead di American Beauty, soprattutto per la sussurrata Theme From The Bottom. In mezzo a tutte queste suggestioni bucoliche piacciono però soprattutto l’energico rock senza fronzoli di Charalter Zero e l’unica jam Taste.

 

Altro album dal vivo, Slip, Stitch And Pass (1997 - ***1/2) è peculiare per la qualità diseguale del materiale e per la corta durata del programma (si tratta di un “set integrale” di un concerto del tour europeo, laddove i Phish sono abituati a suonare due set da circa un’ora e un quarto divisi da un intervallo più un bis di durata variabile). Il live inizia benissimo con la cover di Cities dei Talking Heads (stava su Fear Of Music) che senza soluzione di continuità sfocia in una rivitalizzata Wolfman’s Brother, per poi concludersi in una devastante versione di Jesus Just Left Chicago degli ZZ Top. Per il resto, in mezzo ad alcuni momenti da sbadigli, piacciono soprattutto le inedite Weekapaug Groove e Mike’s Song dove il protagonista diventa il bassista Mike Gordon con eccezionali pezzi di bravura. Mike’s Song in particolare supera i venti minuti inglobando continui accenni a The End dei Doors e Careful With That Axe, Eugene dei Pink Floyd.

Sconcertando i propri Phans, i Phish si danno alla black music con il deludente The Story Of The Ghost (1998 - **1/2). Sono infatti espliciti omaggi a Stevie Wonder, Prince e Curtis Mayfield brani come Ghost, Meat o Birds Of The Feather. Rialzano la media i tredici minuti di puro prog – rock intitolati Guyute.

Hampton Comes Alive (1999 - ****) saluta il nuovo millennio in modo bulimico. Si tratta dell’ennesimo album dal vivo (come si nota dallo scherzoso titolo omaggiante un famoso classico del genere degli anni ’70) registrato ad Hampton – Colorado durante due serate di musica vorticosa. I cd questa volta sono ben sei e mostrano che i Phish non sanno avere limite, soprattutto nella scelta delle cover. Accanto a splendide versioni dei classici della band trovano asilo politico (con intenti parodistici di stampo zappiano) imbarazzanti brani pop come Gettin’Jiggy With It di Willy Smith o Tubthumping dei Chumbawamba. Sarà giusto rovinare così la Sabotage dei Beastie Boys?

  

Nel 2000 i Phish realizzano un bell’album di country rock intitolato Farmhouse (***1/2). Sembra l’inizio di una nuova carriera ed invece si rivelerà un fuoco di paglia, con il gruppo sempre più impegnato a suonare dal vivo e sempre più annoiato in studio. E’ però bello godersi le riuscitissime Heavy Things e First Tube, che riportano ai fasti dell’inizio della loro carriera.

 

The Skeet Disc (2001 - **) è un album di scarti e sperimentazione per lo più strumentale (con pesanti dosi di elettronica e campionamenti anche dal passato della band), che niente aggiunge alla carriera già logora della band.

Peggio ancora si rivelerà Round Room (2002 - **), album completamente formato da tristi e caotiche jam in studio, né migliora la situazione una produzione a tratti imbarazzante. Si salva solo l’iniziale Pebbles And Marbles. Chissà perché la critica continua imperterrita ad osannarli.

Undermind (2004 - **1/2) è nei negozi quando ormai il quartetto non esiste più, con Joe Fishman impegnato nella nuova carriera di produttore, Mike Gordon perso nel mare del rock alternativo e Trey Anastasio orientato pesantemente verso il jazz puro. Il solo Page McConnell continuerà imperterrito a produrre musica simile a quella del quartetto.

Live In Brooklyn (2004 - ***) fotografa il quartetto poco prima dello scioglimento. I quattro dimostrano di essere poco ipirati e stanchi e si lasciano andare a lunghe progressioni dal sapore fusion. Alla fine una splendida The Divided Sky mette d'accordo tutti, mentre risplende di luce vivida l’articolata 46 Days.

Live At The Roxy (2008 - ***1/2) è un cofanetto che ci mostra i Phish impegnati in tre storici concerti integrali del 1993 in quel di Atlanta. Era il tour di Rift e lo si percepisce per il continuo saccheggio di brani tratti da quello splendido disco. Il programma risulta particolarmente ostico ed involuto nel primo concerto (che occupa i primi tre cd su otto del cofanetto). Per il resto solita perizia strumentale e grandi momenti di gloria concertistica con Ya Mar o Esther. Semplicemente spettacolare la jam che unisce, nel quarto cd, Silent In The Morning e Fluffhead.

 

Nel 2009 la storia riparte con l’attesissima reunion e lo splendido Joy (****), annunciato dal singolo Time Turns Elastic (oltre nove minuti di complesse tessiture strumentali). Steve Lillywhite è tornato dietro la consolle e la sua proverbiale pulizia della ritmica non fa che giovare alla limpida ispirazione rock di brani come Backwards Down The Number Line, Stealing Time From The Faulty Plan e Ocelot.

 
 

Live At Alpine Valley (2010 - ***) e Live In Utica (2011 - ****) sono due maratone concertistiche (entrambi due cd e due dvd) che confermano lo strapotere live dei Phish. Si fa preferire il secondo concerto, dove si può apprezzare una band in forma smagliante con la più bella versione di David Bowie della storia (unita in una grande jam con Wilson).


 
Presentato già nel tour del 2013, durante il consueto appuntamento di Halloween, Fuego (2014 - ***1/2) rappresenta testimonianza pregnante del buon stato di salute ritrovato dalla band dopo le tribolazione dello scorso decennio. Si tratta di un album classicamente rock, senza la grandeur prog / fusion che tanto piace ai "Phans", ma anche senza le perniciose derivazioni funky che tanto male hanno causato in passato.

Ci si trova pertanto a veleggiare dalle parti di Hoist, sulle onde di un rock più rilassato che emozionante. Certo è difficile restare insensibile di fronte alla solare melodia di The Line o all'ennesimo assolo capolavoro di Anastasio in Winterqueen.

Rispetto al precedente Fuego, Big Boat (2016 - ***1/2) ricalca le stesse caratteristiche, anche se con maggiore ambizione. Per la prima volta da molti anni a questa parte i Phish strizzano infatti di nuovo l'occhio al prog rock e lo fanno con la bella suite Petrichor.
 

Le sonorità qui sono classicamente Phish e dunque rimandano anche al periodo d'oro del progressive (i riferimenti a carte cose dei Genesis o dei Caravan è piuttosto evidente). Altrove c'è una lunga serie di canzoni di rock melodico (stile AOR, per capirci), che Anastasio e soci sembrano produrre con il pilota automatico (Friends, Breath And Burning, Things People Do) e che vengono spesso cantate dal tastierista Page McConnell. E' pertanto esercizio più stimolante soffermarsi sugli arrangiamenti più ricercati: una Home che sembra suonata dall'accoppiata Little Feat / Tower Of Power, sorretta com'è da una saporosa sezione fiati, o una I Always Wanted It This Way che sembra viceversa uscire dal canzoniere degli Yes anni '80 (e questo non è necessariamente un bene). E poi c'è Miss You, ovvero la migliore canzone realizzata dai Phish negli ultimi venti anni, nobilitata da un lungo assolo, al solito eccellente, di Trey Anastasio.

                                                                                             

  Lorenzo Allori