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Marco Monzali

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RADIOHEAD Discografia

 

I Radiohead si formano all’inizio degli anni ’90 nella cittadina universitaria di Oxford. Fin dal principio la loro formazione si è basata su cinque musicisti stabili: Thom E. Yorke (voce, tastiere, chitarra), Johnny Greenwood (chitarra), Colin Greenwood (basso), Ed O’Brein (chitarra), Phil Selway (batteria). Inizialmente i loro punti di riferimento sono U2 e Smiths. Il loro ep di debutto (ma in realtà si tratta di qualche demo registrato per strappare un contratto discografico) viene inaspettatamente trasmesso da un dj della BBC e lascia di stucco moltissimi appassionati di alternative rock inglesi, ormai quasi orfani della moda passeggera dello shoegazing. Oggi Drill (1992 - **1/2) è una rarità e ci dice veramente poco o niente del futuro di questo gruppo. Molto più indicativo è il successivo singolo Pop Is Dead, in cui per la prima volta Thom E. Yorke mette in mostra il proprio riottoso estrosismo. E’ lui il John Lydon della nuova generazione?

Pablo Honey (1993 - ***) non vende bene come potrebbe perché non è né carne, né pesce. I Radiohead lo hanno evidentemente registrato avendo in mente The Unforgettable Fire degli U2, ma il risultato finale non è al livello del modello. Certo è che qui si può ascoltare la loro canzone ancora oggi più nota, quella Creep in cui Johnny Greenwood dimostra per la prima volta la propria geniale essenzialità alla chitarra solista. Poi ci sono anche il rock roboante di You, il delizioso motivetto pop di Stop Whispering e poco altro.

L’interesse di Greenwood per la scena noise americana ed in particolare per lo stile dei Royal Trux porta alla realizzazione di un ep sconvolgente intitolato My Iron Lung (1994 - ****). Già la title track, minacciosa canzone priva di ritornello, è indicativa della strada rumoristica che intende perseguire il gruppo. Le altre canzoni, tra cui spicca la spettacolare Lewis, sono schizofreniche e potenti al punto giusto. Chiude un’inaspettata rilettura acustica di Creep: un’oasi di pace dopo la dittatura del distorsore.

Chi scopre i Radiohead nel 1995, rimane immediatamente convinto di aver scovato “il” gruppo del futuro.
The Bends (1995 - *****) è infatti album di una bellezza stordente. Il quintetto alterna brani molto rumorosi (la già nota My Iron Lung, l’urticante Bones, ma anche la title track e la strepitosa Just – con uno degli assoli di chitarra più belli e concisi dell’intera storia del rock) a struggenti ballate acustiche (High N’Dry, Fake Plastic Trees, Nice Dream, Bullet Proof…. I Wish I Was).  

Uno dei punti di forza è proprio questa alternanza tra atmosfere completamente diverse. L’altro punto di forza è invece la capacità di realizzare grandi canzoni di classic rock con ritornelli killer (Planet Telex, Black Star, Sulk). La conclusiva ed eterea Street Spirit (Fade Out) indica la strada per il futuro più prossimo, che viene anche profetato dalle canzoni Talk Show Host ed Exit Music (For A Film), contenute nella colonna sonora del film Romeo + Juliet.

OK Computer (1997 - *****), atteso in modo spasmodico dai fans di un gruppo in piena crescita, è semplicemente l’album rock più importante degli anni ’90. I Radiohead piegano perfettamente le possibilità dell’elettronica ai voleri del proprio istinto pop e realizzano il manifesto della società del futuro (ma forse già del presente) con l’agghiacciante voce campionata di Fitter Happier. Quasi contemporaneamente gli U2 fanno uscire il loro Pop, ovvero la costosa visione delle possibilità dell’elettronica da parte di un manipolo di rockstar di mezza età; ebbene il confronto con la profondità anche concettuale di OK Computer è impietoso. Il gruppo di Oxford si permette di rendere successi di classifica la lunga suite Paranoid Android, l’inquietante carillon di No Surprises ed il disperato urlo di sottomissione di Karma Police. Se anche ci fossero solo queste tre canzoni l’album meriterebbe le cinque stelle, ma ci sono pure l’iniziale Airbag (cioè quello che avrebbero potuto fare i Pink Floyd negli anni ’90 se fossero rimasti insieme a Syd Barrett), la potente Electioneering e le già note Lucky (uscita nel 1996 come singolo per raccogliere fondi a favore delle vittime della guerra in Bosnia) e Exit Music (For A Film). Climbing Up The Walls, The Tourist e Subterranean Homesick Alien hanno la stessa grazia incorporea di certi quadri di Renoir.

L’ep Airbag: How Am I Driving? (1998 - **) mette in evidenza il disagio della band nel cercare una strada da battere dopo il clamoroso successo ed un infinito tour mondiale. Sentire tutte le sere migliaia di persone che urlano “Few for a minute there, I lost myself, I lost myself” deve essere stato un vero trauma per un timido antidivo come Thom E. Yorke. Qui si ricorda solo la gradevole Polyethylene (part I – II), già b-side del singolo Paranoid Android.

Pochissimi nella storia della musica popolare sono riusciti ad allineare tre capolavori (leggasi dischi da cinque stelle) consecutivi. Mi vengono in mente sicuramente Bob Dylan, i Beatles ed i Rolling Stones. Ebbene i Radiohead entrano in questo esclusivo club con l’album Kid A (2000 - *****), un disco che inizia alla grande il nuovo millennio, ma che sarà una pietra di paragone troppo ingombrante per i nuovi gruppi nati dopo di esso. Per la prima volta ai fini della promozione viene usato internet in modo coscienzioso e la scaletta è davvero una fotografia (invero inquietante) del nuovo mondo globalizzato ed iper tecnologico. I Radiohead rinunciano agli strumenti tradizionali ed alla forma canzone e si immergono in suoni ambient e drums n’bass. Thom E. Yorke non ha però l’aria di un entusiasta dell’elettronica, tutto sommato rimane sempre il solito “sfigato” (creep). Non c’è tensione fideistica verso il futuro in queste tracce, semmai c’è alienazione e terrore. Pezzi come Everything In Its Right Place, Optimistic, In Limbo, Idioteque devono far parte del patrimonio di qualsiasi appassionato di elettronica che si rispetti, ma ogni tanto l’istinto pop torna a colpire nel segno e così piacciono soprattutto quei brani che assomigliano di più a canzoni. The National Anthem parte come una marcia trance e poi si evolve in un paio di minuti di delirio free jazz, How To Disappear Completely è una ballata orchestrale filtrata dalle macchine (e già il titolo dice molto dell’attitudine da antidivi del quintetto di Oxford), infine il capolavoro Morning Bell (part I) mette in mostra una delle ritmiche più interessanti del decennio.

Dopo appena un anno, i Radiohead tornano sul luogo del delitto pubblicando ulteriori estratti dalle tumultuose sessions di Kid A.
  Benché Amnesiac (2001 - ****) sia artisticamente inferiore al predecessore, non si tratta assolutamente di una raccolta di scarti, anzi ci sono diversi ottimi brani. Il mood del disco è sempre legato all’elettronica anche se in questo caso viene ancora più accentuata la componente malinconica ed ambient (si pensi al pianoforte desolato del singolo Pyramid Song).

Gli apici del disco sono Packt Like Sardines In A Crushd Tin Box, Pyramid Song, I Might Be Wrong, Knives Out, Morning Bell (part II) / Amnesiac e Like Spinning Plates. Gli Sigur Ros hano costruito un’intera carriera su questi solchi.

Mentre si favoleggia intorno alla grande intensità dei live del gruppo esce un piccolo ep dal vivo intitolato I Might Be Wrong: Live Recordings (2001 - ***1/2). Sette glaciali brani tratti dagli ultimi due album ed una non eccezionale ballata acustica intitolata True Love Waits (in cui peraltro la voce di Yorke si scompone più del lecito). Tutto sommato piuttosto inutile.

Rocks Germany 2001 (2001 - ***) è un doppio dal vivo semi ufficiale che mostra l’impaccio del gruppo nel destreggiarsi tra due tipologie di repertorio ormai quasi inconciliabili: quello rock e quello elettronico. La sequenza My Iron Lung / Packt Like Sardines In A Crushd Tin Box / Exit Music (For A Film) è l’esempio lampante di quanto stavo dicendo.

Dopo la sbornia di elettronica e sperimentazione è logico un ritorno al rock suonato. Se non ci fossero stati i tragici avvenimenti dell’11 settembre 2001 probabilmente Hail To The Thief (2003 - **1/2) sarebbe stato profondamente diverso (ma d’altronde tutto è stato diverso dopo quel giorno). Il ladro del titolo è George W. Bush, la copertina rappresenta una strana riproduzione dell’isola di Manhattan ed in generale l’intero disco è incentrato sui temi dell’insicurezza e della denuncia della globalizzazione e dell’imperialismo americano. Peccato che le canzoni non siano indimenticabili. A mio giudizio ce ne sono solo quattro degne di nota (2+2=5, Go To Sleep, There There e A Punch Up At A Wedding); un po’ pochino per un disco dei Radiohead.

Com Lag (2004 - **1/2) è la dimostrazione lampante dell’ormai raggiunto status di superstar da parte della band. Si tratta di un ep con spezzoni live, scarti e remix uscito inizialmente solo per il mercato giapponese ed australiano. Ebbene l’ep riesce, pur di pura importazione, ad entrare in classifica in tutto il mondo occidentale. Comunque niente di indimenticabile.

Con un’innovativa mossa commerciale i Radiohead lasciano scaricare gratuitamente a chi lo desidera il loro nuovo disco. Gli utenti ovviamente possono scegliere di lasciare un’offerta gratuita. Ad eccezione dei paesi latini (sempre i più furbi) il giochino funziona alla grande perché In Rainbows (2007 - **) incassa più dei precedenti tre dischi ed ha una diffusione mostruosa. Dopo qualche mese il gruppo si accorda con una casa discografica e l’album esce anche in modo tradizionale. Gloria meritata? Secondo me no, perché in realtà si tratta di qualche volgare scarto di precedenti sessions, di quelli che definire canzoni è veramente un insulto all’intelligenza del pubblico. In questo modo hanno fatto bella figura praticamente gratis e mezzo mondo c’è cascato. Occorre sempre diffidare di chi non attribuisce un valore predefinito al proprio lavoro. Nel mezzo alla sporcizia appare però la gemma di Jigsaw Falling Into Place, addirittura una delle canzoni più belle dell’intero repertorio.

Dopo qualche anno di silenzio, i Radiohead tornano con convinzione sulla strada elettronica. Si vocifera di rapporti sempre più tesi tra i tre leader del gruppo: il cantante Thom E. Yorke da una parte e la coppia formata dal chitarrista Johnny Greenwood e dal batterista Phil Selway dall’altra. In effetti la musica elettronica riduce di molto lo spazio concesso ai musicisti, che viceversa dal vivo restano la spina dorsale del gruppo. Comunque se tensione c’è di certo non traspare nell’ottimo The King Of Limbs (2011 - ****), un disco che è sicuramente meno estremista di Kid A o Amnesiac e riporta i Radiohead in ambito più pop rispetto al recente passato. Nonostante questo, canzoni come Little By Little, Feral o Lotus Flower non convincono tutta la critica. O lo ami o lo odi.

 

TKOL RMX 1 2 3 4 5 6 7 (2011 - ***1/2) è, come si evince dal titolo, un doppio cd di remix delle canzoni di The King Of Limbs. I giovani remixes (tutti più o meno sconosciuti ad eccezione del post rocker Caribou) fanno sembrare il disco originale il prodotto canonico di un gruppo di alternative rock. Trattamenti radicali che spesso portano le canzoni dei Radiohead in sconosciuti ambiti dance ed acid house. Molto riuscito in particolare il remix di Codex.

 
 
Messo insieme partendo da scarti di album precedenti e da rifacimenti di vecchi brani usciti con veste diversa (emblematico il nuovo arrangiamento di True Love Waits), A Moon Shaped Pool (2016 - ****) sembrava non nascere sotto una buona stella. Invece si tratta di un signor album, con un mood molto introspettivo che lo pone vicino ad Amnesiac.

Più che le macchine, comunque sempre utilizzate con maestria, i due strumenti principali del disco sono il pianoforte e la voce salmodiante di Thom E. Yorke. Le trascinanti Burn The Witch e Glass Eyes (quest'ultima con strani accenni gospel) rappresentano infatti soltanto una delle facce (e nemmeno quella predominante) del "dado" A Moon Shaped Pool. I Radiohead viceversa riescono ancora a stupire con l'elegante mestizia di Daydreaming e con la loro eccezionale versione della psichedelia (The Numbers). Ho sempre pensato che i Radiohead sotto sotto fossero una band psichedelica ed in questo senso A Moon Shaped Pool chiude un cerchio iniziato tanti anni fa con OK Computer.

 

 Lorenzo Allori