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Marco Monzali

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THE CURE Discografia

 

I Cure si formano alla fine degli anni ’70. Sono un trio guidato dal cantante e chitarrista Robert Smith, con l’aiuto degli amici Mike Dempsey (basso) e Lol Tolhrust (batteria). Inizialmente la loro musica è più rivolta alla classica forma canzone del punk rock, che al post punk che gli vedrà protagonisti indiscussi.

Il primo album si intitola Three Imaginary Boys (1978 - ***1/2) e gli mette subito in evidenza per un sound scarno ed arrangiamenti ridotti all’osso. Si tratta di una precisa scelta artistica o dell’imperizia dei musicisti? Sta di fatto che i “vuoti” sono significativi come i “pieni” in questo ottimo debutto.  

Da demandare ai posteri ci sono l’inquietante title track, la briosa Fire In Cairo, una cover stralunata di Foxy Lady di Jimi Hendrix e soprattutto la bellissima 10:15 Saturday Night, che rimarrà per sempre uno dei brani più riconoscibili del loro repertorio.

Lo stesso album esce negli Stati Uniti con il titolo di Boys Don’t Cry (1979 - ****1/2). L’edizione americana è maggiormente incisiva e sfiora il giudizio massimo grazie all’aggiunta dei primi tre singoli della band. Killing An Arab (che li renderà loro malgrado beniamini dell’estrema destra del National Front, anche se il brano è semplicemente ispirato dal romanzo Lo straniero di Albert Camus), Boys Don’t Cry e Jumping Someone Else’s Train sono tre signore canzoni e nel basso “parlante” della terza ci sono i segnali del futuro prossimo del gruppo.

Con i nuovi arrivi del bassista Simon Gallup e del tastierista Matt Hartley inizia il periodo cosiddetto della “trilogia dark”. Il primo episodio è il conturbante Seventeen Seconds (1980 - ****1/2), un album che riesce a spiccare anche nell’eccezionale panorama rock britannico del periodo. L’epopea di A Forest è forse l’apice della carriera e raggiungerà spesso in concerto minutaggi inusitati. In questo disco sono però contenuti altri avvincenti schizzi dark come In Your House, At Night e M. Se però avete bisogno di una canzone da cantare a squarciagola negli stadi, ecco a voi il singolo Play For Today.

La trilogia dark continua sempre più depressa (è interessante il parallelo in questo con la “trilogia del dolore” del Neil Young di metà anni ’70) con l’involuto album Faith (1981 - ***). I Cure portano quasi al collasso l’ascoltatore con l’incedere ipnotico dell’iniziale The Holy Hour e poi lo colpiscono con il singolo power pop Primary. Poi la disperazione avvolge tutto con titoli che sono tutto un programma come All Cats Are Grey e The Funeral Party. Con la title track si esplorano inaspettati elementi gospel che saranno ripresi qualche anno dopo.

Mentre Robert Smith diventa il chitarrista di Siuoxsie & The Banshees (che commercialmente all’epoca vendevano molto meglio dei Cure), decide di concludere la trilogia dark e forse l’intera carriera del gruppo con il grandioso Pornography (1982 - ****). Anche qui ci sono pochi barlumi di luce e di speranza, ma le canzoni sono molto più a fuoco del predecessore. The Figurehead e 100 Years sono tra le cose più belle incise dal gruppo. Il singolo The Hanging Garden scala le classifiche con un curioso andamento tribale, degno dei Virgin Prunes o dei Birthday Party.

Japanese Whispers (1983 - **1/2) non è un vero album dei Cure, ma solo una raccolta di singoli e b-side. I sintetizzatori sparati di The Walk rappresentano la prima incursione dei Cure nel filone pop e sono immediatamente doppiati dall’appiccicosa melodia di Let’s Go To Bed. Era dai primi due album che i Cure non dimostravano di divertirsi e dunque sconcerta molto il pubblico l’arrangiamento swingato di The Lovecats. A risollevare in parte il disco ci pensa Charlotte Sometimes: semplicemente una delle ballate gotiche più belle della storia.

Con Robert Smith sempre tentato dal chiudere la fortuna sigla sociale ed incapace di licenziare l’amico alcolizzato Lol Tolhrust (che però viene strategicamente spostato dalla batteria alle tastiere), esce The Top (1984 - **1/2). Non lasciatevi ingannare dal titolo, questo è un disco da evitare anche perché i Cure si cimentano con un suono debitore della New Wave Of British Heavy Metal che non è proprio nelle loro corde. Album suonato male e prodotto peggio dunque, ma che ha comunque il pregio di contenere tre canzoni che entreranno nella storia del gruppo: la potente Shake Dog Shake e le poppeggianti The Caterpillar e Dressing Up.

Curiosity – The Cure In Concert (1985 - ***1/2) è il primo di una lunga serie di live album. Il suono è orribile e certe esecuzioni sono approssimative, ma i Cure possiedono già un repertorio tale che questi diventano aspetti secondari. L’album esce in tre edizioni diverse tra vinile, cd e cassetta ed è proprio quest’ultimo bistrattato formato a farsi preferire grazie ad un buon numero di inediti e spezzoni delle Peel Sessions.

La migliore formazione dei Cure per competenza e tecnica (con Porl Thompson alla chitarra solista e Boris Williams alla batteria) dà vita al maggiore successo in fatto di vendite. The Head On The Door (1985 - ***1/2) è album che venne salutato con freddezza dai vecchi fans e che ne acquistò di molti nuovi. Adesso deve essere riabilitato certamente grazie a due singoli di grande pop come In Between Days e Close To Me, ma anche ad un “supporting cast” di notevole livello; sono infatti da non perdere il rock classico di A Night Like This, l’assalto power pop di Push, gli accenni orientali di Kyoto Song e, proprio in chiusura, l’incantevole sussulto dark di Sinking.

Il più bel live della storia del gruppo è stato edito solo su VHS ed è di difficile reperibilità. Si chiama Cure In Orange (1986 - ****) e testimonia un mini tour olandese a sostegno delle vendite già milionarie di The Head On The Door. Si può rintracciare su Internet ed è di gran lunga preferibile al live album dell’anno precedente.

Ormai archiviata l’esperienza con i Banshees (peraltro destinati al declino commerciale con l’indebolimento della formula post punk), Smith decide di esagerare regalando alle stampe il primo album doppio della carriera dei Cure.
  

La sintesi in effetti è sempre stato il tallone d’Achille del chitarrista inglese e anche Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me (1987 - ***1/2) non sfugge alla regola. Il disco avrebbe meritato un giudizio migliore se solo si fosse deciso di eliminare dalla scaletta qualche riempitivo di troppo. 

Si ricordano con piacere il fulminante inizio gotico intitolato The Kiss, il brioso pop di Catch e Just Like Heaven, le dolci ballate If Only Tonight We Could Sleep e One More Time (la seconda con ancora una volta elementi gospel). Sono invece francamente rivedibili certi eccessi di funk sintetico in stile Peter Gabriel come Why Can’t Be You?, Hot! Hot! Hot! e Like Cockatoos.

Mentre in Inghilterra sta esplodendo la moda delle droghe sintetiche, i Cure si immergono nell’uso degli oppiacei ed il naturale risultato è un ritorno ad atmosfere pesantemente narcotiche e dark. Disintegration (1989 - *****) è il capolavoro di tutta una vita in musica e vende perfino bene grazie al grazioso singolo Lovesong. Se solo però provate ad avvicinarvi troverete la marcia sintetica della title track, l’inquietante ballata barocca Lullaby e gli assalti sonici di Fascination Street e Last Dance. La palma d’oro della tristezza spetta però di diritto al trittico di disperate canzoni d’amore Plainsong / Pictures Of You / The Same Deep Water As You. Solo i nervi a pezzi hanno smascherato il pagliaccio con le labbra truccate ed i capelli sparati in aria.

Entreat (1990 - ***) è la tutto sommato inutile fotografia (molto parziale) di un trionfale concerto al Wembley Stadium di Londra, in cui i Cure suonano una parte della scaletta di Disintegration.

Mixed Up (1990 - **) è invece la rivisitazione in stile Happy Mondays / Primal Scream del repertorio pop del gruppo. Disco da dimenticare se non fosse per un curioso inedito, caratterizzato da un sound ultra – chitarristico, che si intitola Never Enough.

Mentre il pop inglese subisce con soggezione l’esplosione grunge che arriva dagli States, i Cure colpiscono ancora nel segno con l’ottimo Wish (1992 - ****1/2), forse l’unico dei dischi della band in cui la qualità media delle canzoni è davvero uniforme. Vengono rivisitati tutti gli stili affrontati dal gruppo in tutti i precedenti anni di carriera. Ecco dunque affrontata la materia gotica con Open, End e la lunghissima From The Edge Of The Deep Green Sea. Il pop trova nei singoli Cut, Friday I’m In Love ed A Letter To Elise (impreziosita da un bellissimo assolo di chitarra di Porl Thompson) i propri campioni. Le ballate lente ed evocative si chiamano invece Trust ed Apart. Il cuore si spezza irrimediabilmente allorché parte il violino sintetizzato nel finale di To Wish Impossible Things.

Lo stato di grazia di questa formazione dei Cure (Robert Smith, Simon Gallup, Boris Williams, Porl Thompson, Perry Bamonte) viene documentato con due album dal vivo che escono quasi contemporaneamente e che insieme rappresentano uno dei leggendari lunghissimi concerti della band. Cure Show (1993 - ****) è doppio ed indugia maggiormente sul repertorio pop (molto bello il medley acustico tra All Day And All Of The Night dei Kinks e Doing The Unstuck); Paris (1993 - ****) è singolo e ci presenta le canzoni più dark (l’album maggiormente gettonato è addirittura Seventeen Seconds con ben tre estratti). Al termine del tour Porl Thompson lascia il gruppo per unirsi alla band di Jimmy Page e Robert Plant. I Cure richiamano il tastierista Chris O’Donnell (che aveva suonato con loro da The Top a Disintegration) e promuovono Perry Bamonte alla chitarra. La difficoltà di sostituire la chitarra psichedelica di Thompson è però evidente nei singoli del periodo, tutti in odore di elettronica (Burn – colonna sonora del film The CrowWrong Number e la cover di Purple Haze di Jimi Hendrix).

Con queste premesse è perfino banale che Wild Mood Swings (1996 - **) sia uno degli album più brutti ed inutili della loro carriera. Si salvano solo l’ode iniziale alle droghe sintetiche intitolata Want e la struggente ballata Bare. Pessimi i due singoli (comunque di successo): The 13th che sfoggia addirittura delle trombe mariachi (sic!) e Mint Car che autoplagia in modo smaccato In Between Days.

Mai dare per morto Robert Smith. Dopo qualche anno di silenzio i Cure tornano con un album oscuro e pieno di lugubri riferimenti alla morte. Si intitola Bloodflowers (1999 - ***) ed è un ritorno alle sonorità che i fans amano di più: quelle della dark wave. La scaletta di Bloodflowers è talmente compatta che sono poche le canzoni che spiccano. Ci rimane l’obbligo comunque di segnalare gli oltre undici minuti della spettacolare Watching Me Fall e la ballata orchestrale The Last Day Of Summer.

La voglia di mostrare le radici della band porta i Cure a registrare a Berlino un live album memorabile intitolato Trilogy (2002 - ****), in cui vengono riletti in modo integrale gli album Pornography, Disintegration e Bloodflowers. Dalla scaletta vengono eliminati i due bis che poco c’entrano con questi tre dischi (A Forest e 10:15 Saturday Night).

The Cure (2004 - *) è semplicemente il punto più basso della carriera (e forse pure di tutto il rock inglese dello scorso decennio). Un album prolisso ed inutile in cui i Cure decidono di mettere in luce i debiti contratti verso di loro dai Nine Inch Nails e dall’ondata nu metal. Più che gothic, horror vietato ai minori.

Dopo l’annuncio ufficiale dello scioglimento, Robert Smith ci ripensa e torna ad una formula sonora con una sola chitarra. 4:13 Dream (2008 - ***) è almeno un disco gradevole, con un inizio fulminante e forse troppa noia in coda. Il pezzo forte è pop e si intitola The Only One.

 

Bestival Live 2011 (***1/2) è l’ennesima testimonianza dal vivo del gruppo. Doppio cd lunghissimo come da copione, registrato al Festival dell’Isola di Wight del 2011, in cui si sente troppo la mancanza di un grande chitarrista solista. 

 

 
Robert Smith, sempre più immobile e grasso non riesce a riempire del tutto i nostri padiglioni auricolari con la sua flaccida chitarra. Sorprendenti ed azzeccate alcune esecuzioni di canzoni minori come Push o Hot! Hot! Hot!.
Lorenzo Allori