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TORI AMOS Discografia

 Tori Amos  DISCOGRAFIA
 

La cantautrice e pianista statunitense Tori Amos è già alle soglia dei trenta anni quando firma il suo sorprendente disco d’esordio. L’album Little Earthquakers (1992 - ***1/2) mette a nudo la fragilità di una donna che ha avuto diversi problemi nella sua vita. La critica plaude il suo stile classicheggiante, che risplende di luce insolita nelle ambientazioni pop del singolo Crucify (Myself) e della bellissima Precious Things. La scena però viene quasi del tutto occupata dall’agghiacciante Me And A Gun: la cronistoria di uno stupro raccontata da una vittima (Tori ha effettivamente subito uno stupro durante gli anni ’80 da parte di un suo sedicente fan dopo un concerto).

Under The Pink (1994 - ***1/2) non fa che rinnovare il successo. Il pubblico maschile di mezzo mondo rimane turbato dalla sua chioma rossa, dai suoi occhi verdi e soprattutto dalla sua vestaglia da camera trasparente nel video di Pretty Good Year. Il successo arriva però con l’affascinante singolo Cornflake Girl. Per il resto si fanno notare Bells For Her ed Icicle, dotate di un particolarissimo stile cameristico.

L’ambizione e le lodi iniziano a nuocere alla carriera della fascinosa pianista fin dal successivo Boys For Pele (1996 - ***), album che ingloba suggestioni molto composite e spesso non a fuoco. Il pianoforte viene spesso affiancato da tastiere elettroniche e fender rhodes, fino all’autentico massacro del remix del singolo Professional Widow.  

Mentre la critica la elegge come “nuova Kate Bush” ci si trova pertanto a rimpiangere la misurata eleganza del modello. I brani maggiormente degni di nota rispondono ai nomi di Hey Jupiter e Mr. Zebra.

Dopo Boys For Pele Tori Amos diventa un’autrice un po’ di nicchia ed è un peccato perché From The Choirgirl Hotel (1998 - ****) è l’album più pop e meglio riuscito del suo repertorio. In questo caso il punto di riferimento è l’intensità emotiva di Up di Peter Gabriel, uno dei più grandi dischi degli anni ’80 nel quale, non a caso, era fondamentale la partecipazione proprio di Kate Bush. Belli arrangiamenti e sezione ritmica sempre in evidenza per canzoni struggenti che rispondono ai nomi di Spark (il primo singolo estratto), Liquid Diamonds e Northern Lad.

Nel 1999 Tori fa uscire due album in un’unica confezione. Si tratta del pessimo To Venus And Back (*) in studio e dell’ottimo Live Still Orbiting (****) dal vivo. Del primo, quasi in stile trip hop, si ricorda solo il brano Glory Of The ‘80s; del secondo invece rimane impressa l’intensità di una performance degna di una fuoriclasse. Precious Things, Cruel, Cornflake Girl, Cloud On My Tongue, Space Dog e Waitress i punti di forza di una scaletta priva di elettronica e molto pop rock (non a caso il tour fotografato è quello di From The Choirgirl Hotel).

Fin dagli esordi Tori Amos ha sempre infarcito le proprie esibizioni dal vivo di improbabili cover di brani rock rivisitate con il solo ausilio del pianoforte e della voce (leggendarie le sue versioni di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin e Smells Like Teen Spirit dei Nirvana). Ecco che con Strange Little Girls (2001 - **) prova a dosare questi ingredienti su disco, non riuscendoci peraltro quasi per niente. Belle Happiness Is A Warm Gun dei Beatles ed Enjoy The Silence dei Depeche Mode, non convincenti d’altro canto ’97 Bonnie & Clyde di Eminem, Raining Blood degli Slayer e Heart Of Gold di Neil Young. Il titolo dell’album è ripreso da una canzone non certo famosissima degli Stranglers.

 

L’album Scarlet’s Walk (2002 - ***) racconta il viaggio della rossa Scarlet, attraverso gli States, dalla East Coast a Los Angeles. Non certo un tema originale, eppure alcune canzoni sono molto convincenti (Strange, Your Cloud, Taxi Ride). La scaletta è comunque troppo lunga e ricorda talvolta certe saccenti opere mature di Joni Mitchell.

The Beekeeper (2005 - **1/2) riporta Tori sui territori pop rock di From The Choirgirl Hotel. Il disco però non è di grande qualità poiché lei sembra essersi troppo innamorata delle proprie qualità. Pochi cantautori possono permettersi il lusso di far durare un album più di 79 minuti. Estenuante.

Il tema delle varie incarnazioni della femminilità già affrontato con Boys For Pele e Strange Little Girls viene riproposto con American Doll Posse (2007 - **1/2), album in cui la pianista dà vita alle voci di donne molto diverse tra loro. Si chiamano Isabel, Clyde, Santa, perfino Tori. Anche questo disco è però prolisso (73 minuti) e non aggiunge pressoché niente alla storia dell’artista.

Tori Amos si presenta con una faccia nuova (letteralmente, dopo costosa plastica facciale) per il successivo Abnormally Attracted To Sin (2009 - **1/2). Qui c’è qualche timido segno di ripresa con brani come Ophelia o Welcome England. Manco a dirlo il disco dura altri 72 minuti. Difficile evitare i riempitivi in questo modo.

Gli Americani, si sa, sono praticamente ossessionati dal Natale. Moltissimi artisti hanno inciso interi album di classici natalizi. Anche Tori Amos non è da meno con il prescindibilissimo Midwinter Graces (2009 - *).

Quando tutti (me compreso) la danno per spacciata, ecco che la cantautrice tira fuori dal cilindro il colpo ad effetto Night Of Hunters (2011 - ***1/2), in cui si dimostra perfettamente a proprio agio nel rileggere in chiave pop alcuni motivi di musica classica (Bach, Chopin, Schubert, Satie e Debussy tra gli altri). Si segnalano tra le cose più riuscite Cactus Practice, Star Whisperer e la title track. L’album esce con il marchio della prestigiosa Deutsch Grammophon ben stampigliato in copertina.

 
 La sbornia classicista si compie con il live album Gold Dust (2012 - ***), con il quale Tori rilegge con orchestra alcune sue composizioni storiche. E' incredibile come la carriera di questa donna sia sempre stata ispirata (fin troppo) da Peter Gabriel e Kate Bush, fino a seguire i passi dell'ex Genesis in questa mezza follia studio / live orchestrale.

Non piace per niente la scelta di togliere gli applausi dalle esibizioni (come succede nelle registrazioni di musica classica e come purtroppo ha fatto recentemente anche Antony Hagarty per il suo Cut The World). Si giovano particolarmente dei nuovi arrangiamenti vecchi pezzi da museo come Yes, Anastasia e Cloud In My Tongue. L'album costa moltissimo per la consueta benevola politica dei prezzi adottata dalla Deutsche Grammophon.

 

Dopo le ultime scelte neoclassiciste pensavamo di aver perso per sempre la vecchia Tori, invece lei con Unrepentant Geraldines (2014 - ***), ritorna sui propri passi, rispolverando un pop raffinato e dai mutevoli accenti, che è facile far risalire direttamente al periodo di Boys For Pele.  

Il guaio è che il tempo è passato anche per lei e, come spesso accade, il tempo tende a non prendere prigionieri. L'album è pure gradevole, ma soffre dall'essere evidentemente già sentito in passato. Tori è più a suo agio nelle ballate come la notevole Wild Way.

  Lorenzo Allori