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Song Traveling Stevie Wonder @ Arena di Verona

 Quando Stevie Wonder si ferma in Italia per una (sola) data del suo tour è sempre una notizia. Anche il 5 luglio scorso resterà nella storia dei concerti italiani, e a Verona si ricorderanno sicuramente a lungo la presenza di Stevie e dei suoi musicisti che si sono presi una brevissima vacanza per visitare le bellezze della città scaligera.
Così potevi incontrare i vari Stanley Randall, Nathan Watts, Keith John, Dejah Gomez, Victoria Theodore, a giro attorno all'Arena, in piazza Bra o in piazza delle Erbe, come semplici turisti. Io ho avuto la fortuna, insieme con pochi altri, di parlare con tutti loro, con una sola, sfortunata eccezione: Stevie Wonder. Il genio di Saginaw è arrivato intorno alle sette di sera all'Arena per il sound-check, e si è trattenuto pochi minuti, lasciandosi però fotografare mentre risaliva sull'autobus speciale messogli a disposizione per la mancanza di stanze adeguate all'interno dell'Arena (che come sappiamo non è stata ovviamente concepita dagli antichi romani come albergo a cinque stelle...). Ed è stato proprio in questa occasione che ci è capitata la cosa più bella, e sicuramente la più singolare: mentre Stevie passava, a non più di un metro da me, ho intonato con voce stentorea il suo capolavoro ("You are the sunshine of my life") insieme a qualche decina di fan; poco prima di salire sul bus Stevie si è girato verso di noi ed ci ha accompagnato nella canzone per qualche secondo!
 Venendo al concerto: Stevie è entrato in scena alla grande, cantando la sua "My eyes don't cry" da lui stesso suonata con la singolare tastiera "a tracolla" e con un numero finale che ha lasciato i fan sbigottiti (e preoccupati!): si è infatti sdraiato a terra, come un rocker istrione consumato che si agita con la sua chitarra.

Poi subito una incredibile carrellata di alcuni dei suoi successi: Masterbalster, la canzone dedicata a Bob Marley, tanto per infiammare il pubblico, e poi di seguito senza fiato si è potuto ascoltare la celebre versione di Stevie di "We can work it out", e cioè per la serie: quando i Beatles vengono virati in funky; è stata poi la volta di una ritmatissima "As if you read my mind", e di una lunghissima versione di "If you really love me" eseguita al piano con una brava e sexy Dejah Gomez (forse in questo caso però sua moglie Kai Milla potrebbe avere qualcosa da ridire!), poi senza sosta è stato il turno di una versione molto toccante del capolavoro di Nat King Cole "When I fall in love". Non poteva mancare una delle canzoni più eseguite in assoluto nei suoi live: "Ribbon in the sky", e poi, da grande gigione ha fatto un' accenno nientemeno che di "Nel blu dipinto di blu" (tutto il pubblico ha cantato "Volare" a squarciagola) dicendo che l'Italia è la sua seconda casa...

Mi ha emozionato tantissimo anche una bella interpretazione di una delle sue canzoni preferite in assoluto (come ha dichiarato alcune volte in intervista) è cioè la splendida "Just the way you are" di Billy Joel (una canzone e un cantante che anch'io apprezzo assai).
Stevie ha spiegato poi il senso di "Song traveling", e cioè il titolo dato al concerto: le canzoni che avrebbe eseguito racchiudevano in loro il potere magico di riportarci a ricordi della nostra fanciullezza (e a momenti magici della sua carriera), e così, dopo che qualcuno gli aveva porto una pozione magica da bere, Stevie ha cantato il suo primo hit "Fingertips" con la voce dei suoi tredici anni di età. Il concerto ha avuto anche un momento molto toccante, con una dedica a Michael Jackson, quando il bravo Keith John ha eseguito "Human nature", con Stevie all'armonica a bocca. Da ricordare infine una versione particolare di "Living for the city", con immagini sul video wall riguardanti la lotta per i diritti civili delle popolazioni di colore.

Sul finire tutti i suoi più grandi successi, bagnati da una pioggia scrosciante che non ha intimidito per niente il pubblico - anzi lo ha esaltato ulteriormente -, da "Sir Duke", a "I Wish", "I just called to say I love you" e la mitica "Superstition". Il live si è poi chiuso con una vibrante versione di "Another star", conclusa da uno stuolo di fior fiore di percussionisti da tutto il mondo, quasi a ricordare e a raccordarsi alla sua recente "A time to love".


Gian Paolo Braga