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GRAN TURISMO VELOCE Di carne, di anima

 

Casa discografica: Lizard

Genere: prog rock

Anno di pubblicazione: 2011-03-19

Voto: ***1/2

Brani migliori: Quantocàmia, L'estgremo viaggiatore, La paura

 

 

Sono toscani i Gran Turismo Veloce ed hanno il coraggio di proporre nel 2011 un prog rock all'italiano assolutamente alieno da ogni moda del momento. Assomigliano al Banco del Mutuo Soccorso ed alle Orme, con l'aggiunta di una decisa propensione rock, che i due gruppi di cui sopra decisamente non avevano negli anni '70 e che deriva sicuramente da altre esperienze musicali del quartetto (che siano appassionati dei Rush?).

Partiamo dalle note liete: gli intrecci strumentali sono impeccabili e forse anche qualcosa in più. Rimarrete stupiti dalla qualità tecnica di tutti gli strumentisti, ma in particolare dall'originalità dell'approccio prog delle parti di basso e di tastiere. Cose così non si improvvisano, ma richiedono o il grande dono del talento (badate bene, quello con la "T" maiuscola, quello cioè che capita in sorte ad un musicista ogni diecimila), o anni ed anni di sacrifici e di studio, per raggiungere un livello in cui si è credibili a prescindere da cosa venga suonato: una tarantella metalizzatta, una suite simil Bach o una ballata pianistica è lo stesso. Le note dolenti riguardano invece parti vocali e testi. Questi ultimi sono poco espliciti. Le velleità letterarie fanno tanto anni '70, ma forse in questo ambito sarebbe lecito osare di più. Basterebbe applicare alla materia lo stesso coraggio dimostrato nelle fughe strumentali. La voce invece dovrebbe essere meno educata, infatti piace soprattutto quando (raramente) si evolve in qualcosa di più appassionato del bel compitino di bella calligrafia. Inoltre il cantante ha uno stile molto "italiano", ma canta versi che non rispettano in pieno, con la metrica, l'andamento delle canzoni. Ciò costringe all'allungamento delle sillabe finali che io considero una delle grandi "piaghe" del rock anglofobo cantato nel nostro idioma.

Finché non partono le fughe strumentali le canzoni non sembrano avere un grande senso; questo è il caso, per esempio, de L'artista, che vorrebbe essere un brano pop, ma del pop manca proprio la capacità di essere mandata a memoria dall'ascoltatore. D'altronde si tratta proprio della caratteristica principale del prog: se diventa troppo fruibile, si arriva alla snaturazione completa del genere. C'è chi è partito con Musical Box e si è trovato a cantare Follow You, Follow Me davanti a migliaia di poppettari urlanti. Alla larga. Altrove si respira l'ispirazione della grande musica. E' il caso della strumentale Quantocamìa (tipica cavalcata prog anni '70 con solo qualche decibel in più) o della coda di Sorgente sonora (un tango - metal molto convincente).

L'estremo viaggiatore ricorda i Dream Teather di Scenes From A Memory, forse il disco meno cervellotico della band americana. La canzone si chiude in modo brusco, lasciando l'ascoltatore in attesa di un'evoluzione strumentale che non arriverà mai (è probabile che un tempo ci fosse). La paura è il miglior brano del disco. Armonicamente convincente e con una costruzione che non ha niente di artificioso. La musica scorre fluida e corale, facendo venire voglia di riascoltare la canzone non appena questa si conclude.

L'album arriva alla fine in un crescendo di buon livello e c'è spazio, dopo l'incantevole L'indice e l'occhio, per una ghost track dal sapore fusion. Speriamo non si perdano dietro le bollette o le rate del mutuo da pagare.

 Lorenzo Allori