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GATO BARBIERI - Last tango in Paris

Come disse qualcuno, questa è la musica definitiva per un uomo e una donna. L’istantanea, sonora, della passione. L’esplosione, torrida, e poi il decadimento, e lo struggimento di vederla decadere perché, semplicemente, non c’è modo di mantenere lo slancio che l’aveva resa unica.
 E poi… milioni di parole sono state dette e scritte su Ultimo tango a Parigi, sullo scandalo che provocò, sul suo potenziale (allora) quasi eversivo. Bene, provate a cambiargli la colonna sonora. Poi ditemi. Perché Ultimo tango è Parigi, è Bertolucci, è l’allucinata intensità di Brando e la scena del burro, è il tango, o addirittura è Jean Pierre Leaud. Ma soprattutto, passatemela, e soprattutto oggi, è Gato Barbieri.
 
Leandro “el Gato” Barbieri, sassofonista argentino, era già un caso, nel 1972, nei circoli del jazz più appassionato. Aveva lambito il free, si era messo a coniugare il jazz con le musiche della natìa America Latina, e aveva registrato alcuni dischi tra i più belli e viscerali (The Third World, El Pampero, Fenix) di un periodo comunque indimenticabile del jazz. Ritrovava Bertolucci dopo essere timidamente apparso, qualche anno prima, nella colonna sonora di Prima della rivoluzione; ma che differenza...

E infatti, la musica di Ultimo tango lascia sbalorditi. Per la bellezza delle melodie, intanto, agevolata (anche stavolta) da quel mago delle orchestrazioni che è Oliver Nelson. Per lo splendido incrocio tra jazz e tango, mai ripetuto a un simile livello di intensità. E poi la presenza sicura, assertiva, del sax, e gli assoli mozzafiato (alla Coltrane, per intenderci). Soprattutto, infine, la capacità di filtrare da ogni nota desiderio, struggimento e nostalgia. Come nel tema, famosissimo, del film, Last Tango in Paris (qui presente in tre versioni, tango, ballad e valzer jazz). Come nella nostalgica La Vuelta, in Goodbye e nella meravigliosa Why did she choose you?

In sintesi, la migliore jazz soundtrack ogni epoca.

Luca Perlini