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John Lewis – Jazz Abstractions

 Le "pietre miliari jazz" di Radiogas
 Anno di pubblicazione: 1961

 

Brani: Abstraction, Piece For Guitar & Strings, Variants On A Theme Of John Lewis (Django) part I - III, Variants On A Theme Of Thelonious Monk (Criss Cross) part. I - IV

 


Musicisti:
John Lewis, Bill Evans (pianoforte), Jim Hall (chitarra), Scott La Faro, Alvin Brehm, George Duvivier (contrabbasso), Charles Libove, Roland Vamos (violino), Harry Zaratzian, Alfred Brown (viola), Joseph Tekula (violoncello), Ornette Coleman (sax contralto), Robert DiDomenica (flauto), Eddie Costa (vibrafono), Sticks Evans (batteria), Eric Dolphy (flauto, sax contralto, clarinetto basso)

Dopo Focus di Stan Getz tocca nuovamente ad un album di jazz orchestrale. Jazz Abstractions è un album entrato nella leggenda e caposaldo di quel genere che viene definito "Third Stream", ovvero una stimolante e coraggiosa commistione tra musica sinfonica scritta su spartito e musica improvvisata.

Era logico che a realizzare un tale disco rivoluzionario fosse John Lewis, pianista dal talento discreto e mai sopra le righe, per anni alla testa del Modern Jazz Quartet. Ascoltando a distanza di tanti anni i mitici album degli anni '50 del Quartet ci si interroga sull'incredibile equilibrio raggiunto dalla band nel suo testardo e monolitico "jazz da camera". Lewis è stato il direttore musicale di questa scelta stilistica, riuscendo a far convivere nello stesso contesto forme di scrittura classica e l'irruenza tutta blues di un grande solista jazz come il vibrafonista Milton Jackson. Il Modern Jazz Quartet, ben più dei dischi di Lennie Tristano, è il vero caposaldo del cool jazz: una freddezza sbandierata in copertina e nelle intenzioni, che però nasconde il fuoco e la lucidità della grande arte.

All'inizio degli anni '60 Lewis incontrò il compositore newyorkese Gunther Schuller, teorico del "Third Stream" e con lui decise di approntare un rivoluzionario progetto di jazz orchestrale che avesse la forza di mischiare la musica classica con la tradizione afroamericana. Già nel 1960 il sodalizio diede come frutto l'album Golden Striker, con musiche tutte scritte da Lewis e con uno stile pomposo e quasi "Wagneriano". L'anno seguente il tempo era già maturo per Jazz Abstractions, dove la composizione e gli arrangiamenti sono condivisi da Lewis con Schuller e con il chitarrista Jim Hall e dove si respira un'aria decisamente più avanguardista. Si avrebbe d'altronde un qualche imbarazzo nel catalogare questo album nelle fortunate correnti del "cool jazz" o del "jazz orchestrale", tra questi solchi soffiano veementi il furore del primo free jazz e le dissonanze delle avanguardie artistiche contemporanee.

Molti hanno voluto vedere in questo album il contraltare orchestrale del mitico Free Jazz: A Collective Improvvisation di Ornette Coleman, che solo l'anno precedente aveva scatenato una bagarre di polemiche all'interno della critica jazz. In effetti partecipano a queste sessions molti musicisti che trovavamo nell'altro (lo stesso Coleman, ma anche i geniali Dolphy e LaFaro, quest'ultimo all'ultima registrazione in studio prima della prematura morte per incidente automobilistico).
L'album si snoda per oltre settanta minuti intorno a sette variazioni di due classici del "nuovo jazz": Django del repertorio del Modern Jazz Quartet (proveniente dall'omonimo capolavoro del 1955) e Criss Cross di Monk. Risultano però molto più interessanti i contrappunti tra strumenti a corda e fiati dei primi due brani in scaletta: Abstraction di Gunther Schuller e soprattutto Piece For Guitar & Strings di Jim Hall. Musica sicuramente spigolosa, ma di dirompente innovazione anche a cinquanta anni di distanza. Cubismo e metafisica in un'unica prelibata pietanza.

  Lorenzo Allori