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DARK DARK DARK Wild Go

 

Anno di pubblicazione: USA (Ottobre 2010) EU (Marzo 2011)

Edichetta: Melodic

Genere: Indie folk

Voto: ***1/2

Brani Migliori: Celebrate, Say The World, Robert.

 

 

In un periodo in cui gli Stati Uniti sembrano esportare per lo più (ottima) musica indie - folk, l'ennesimo album di un gruppo afferente a questa variegata corrente non dovrebbe stupirci poi tanto. Ma i Dark Dark Dark se ne vanno in realtà dritti per la loro strada solitaria. Ben conscio di parentele più o meno lontane con loro connazionali e con colleghi d'oltreoceano, il sestetto di Minneapolis ha un'idea molto chiara di come si costruisce un buon album e lo avevamo già presagito con The Snow Magic (2008) e con l'EP Bright Bright Bright (2010).

Wild Go sarebbe la perfetta colonna sonora per un film d'autore anni Trenta. Ma forse, già di per se quest'album è un film, che ci racconta una storia nelle sue infinite sfaccettature, che rispecchiano le varie personalità del gruppo, prime fra tutte quelle di Nona Marie Invie e Marshall LoCount.

I testi sono criptici, a volte al di là della comprensione dell'ascoltatore medio, che però non per questo perde nulla, perchè è l'atmosfera stessa delle canzoni a trascinarci in un ricordo, in un tableau vivant nitido e nostalgico.

A guidarci attraverso le dieci tracce di questo lavoro è la voce, non come portatrice di significato, ma in quanto suono, che sia quella di Nona Marie con le sue sfumature soul, o quella più mesta di LoCount.

Il sound è assolutamente retrò, merito forse anche del produttore Tom Herbers. Le stratificazioni sonore, in cui molto spesso spicca la fisarmonica a dare un tocco “zingaro” più che “etnico”, sono sempre la base per mettere in risalto il sottile ricamo del pianoforte.

Daydreaming è letteralmente un sogno ad occhi aperti in bianco e nero, mentre nel tempo ternario di Celebrate c'è un che di solare e trionfale. Right Path travolge all'ascolto portando al limite di un terreno di sperimentazione, mentre Robert potrebbe essere classificato come un lamento barocco, affascinante e triste nella sua ridondanza. In Nobody Knows qualcosa si spezza e si sente il sapore di cose irrimediabilmente perdute e forse la spiegazione è nel finale di Say the World in cui la Invie continua a ripetere “All of my dreams are gone”. E poi, alla fine, tutto si spegne nell'incedere maestoso di Wild Go, perfetta title track, che, con la semplicità di pianoforte e voce, riassume in sé la malinconia tragica che aleggia su tutto l'album.

 Francesca Ferrari