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GUNS’N’ROSES - Chinese Democracy

Sono le 21.00 del 22 novembre 2008, mi trovo seduto davanti al pc per scrivere a proposito del ritorno dei Guns'N'Roses, o di ciò che ne resta, un momento che aspettavo dalla prima metà degli anni '90.

Arriva "Chinese Democracy", il disco più in ritardo della storia del rock, ma con un nome così impegnativo dall'essere attesissimo per anni, il problema è che il monicker Guns'N'Roses è esclusivamente un marchio dove ritroviamo solo due superstiti della formazione originale (i cui membri intanto si sono dedicati al progetto Velvet Revolver...), superstiti che sono Axl Rose e Dizzy Reed.
Mentre le cuffie mi sparano in testa l'album sono al secondo ascolto, il primo mi ha fatto decidere che era giusto scrivere subito la recensione, a mente calda, per non fare come faranno tutti, poiché sono sicuro che il peso del progetto farà piovere una sequela di recensioni patinate e marchette di ogni tipo, come vanno ora tanto di moda nelle molte omologate riviste cartacee, fintamente alternative.
Realizzo, in questo impegnativo ascolto, che intanto il cd è quanto meno ci si possa aspettare, soprattutto per un "Gunner" che come me sosteneva il gruppo ai bei tempi andati.
Non c'è pregiudizio però, anzi.

Non c'è peraltro una vera e propria line up ufficiale di questo progetto, diciamo che ci sono molti session-men intorno alla figura di Axl Rose, discreti ma illustri sconosciuti, almeno al pubblico classico, esecutori di un verbo, alle chitarre troviamo Buckethead che, pensate, indossa una maschera che ne copre i lineamenti, che ideona originale! E poi ancora Robin Finck, Rob Thal e Richard Fortus nonché un batterista di nome Brain... wow... potrei continuare ancora aggiungendo nomi inventati ma a parte i nostri non v'è orma di tracce importanti.

Si parte. La prima traccia segna un punto di partenza niente male, è la title-track ed è discretamente sostenuta da una intro evocativa che fa esplodere un suono inedito di chitarra, molto saturo e secco, dannatamente al passo coi tempi (accezione negativa?) ma nell'insieme ben sostenuto da strumentazione corposa e ritmo serrato, la voce di Axl Rose ne è però sommersa, risente di un contesto improprio ma cazzo funziona!
La seconda traccia (Shackler's revenge) è una transizione dove emerge un uso dell'elettronica abbastanza pesante, che impone da qui un tormentone dal sapore drum machine che ciclicamente troveremo su tutto l'album.
Il primo brano interessante davvero è "Better", ma siamo in un contesto pop che rimescola dei mood che nei '90 i fan dei Guns aborrivano, ma che importa? Vorrei proprio sapere chi di loro, come me, avrà acquistato questo album a scatola chiusa.
Con "Street of Dreams" ritroviamo un clima familiare, una power ballad vecchio stile, orchestrata e con un uso discreto del piano, un gran bel solo di chitarra e finalmente una limpidezza nella voce di Axl che però ad un orecchio attento risulterà un po' ritoccata. Ma bel brano davvero.
"If the world" è quanto più distante dal sound classico sia mai stato composto dal "gruppo" (in realtà costituito da un fiume di musicisti, in una jam un po' indigesta), ed è un brano che gioca con un arpeggio spagnoleggiante sostenuto da un groove abbastanza incalzante ma inevitabilmente noioso. "There was a time" è invece un pezzo da colonna sonora dove la voce di Axl è pulita e senza filtri, alternanza di melodia e rock più convincente, piuttosto in linea con le innovazioni di quel "fu" Illusion del '91, buona come strada da intraprendere, e si evince un buon progresso sonoro, chitarre piene e archi un po' ovunque, ma credibile e vellutato pezzo.
Con "Catcher in the Rye" non ci troviamo davanti alla più pura originalità, il brano ricorda le strutture dei Queen dei primi tempi, e curiosamente il titolo ne ricorda anch'esso un qualcosa, il tutto si perde in una sinteticità che un po' più epurata dall'elettronica sarebbe stata perfetta, l'assolo segue scolasticamente la melodia senza invenzioni, insomma tutto quello che Axl Rose ha sempre sognato ma che con la genialità di Slash non poteva ottenere, e si sente la mancanza proprio ora, soprattutto nei 6 minuti eccessivi per un pezzo così.
Cori e coretti divengono più presenti in "Scraped", ottimo esercizio di stile ritmico e sufficientemente trascinante, ma sarebbe da tagliare la intro "a cappella" e l'ancora convenzionale uso della chitarra, che tuttavia tenta la carta dell'imitazione di schemi wah-wah del vecchio stile, il che continua nella successiva "Riad n'the bedouins", nel corso della quale mi rendo conto che un pezzo così piacerà tantissimo ai teen-agers anni 2000, e che i teen-agers di quindici anni fa, tra cui io, a trent'anni non possono pretendere che gli anni '90 non siano terminati (lacrima).
La decima traccia si intitola "Sorry", cioè il gruppo (insomma Axl e Dizzy) iniziano forse a scusarsi per i buchi nell'acqua, per chi non ha mai ascoltato rock un grande pezzo.
Ma Dio vede e provvede e mi regala "I.R.S." che mi restituisce il sorriso e segno con un puntino positivo anche questo pezzo, anche qui con soluzioni che sarebbero state niente male se utilizzate di più, quasi orecchiabile sebbene questo pregio non sia affatto frequente nell'album.
Si ritrova un Axl cazzuto come piace a noi altri della vecchia generazione, con quest'alternanza tra muro rock e melodia che sembra l'unica vera nuova strada.
Si conclude l'escalation con le superflue "Madagascar" e "This is love", che hanno il sapore dello scarto inserito in un tentativo di allungare un disco già eccessivo, e con "Prostitute", che fa sbadigliare.
Axl va preso com'è e gli vogliamo bene. Cos'è venuto fuori da questa recensione non lo so, poco rock, tanto pop, poche palle, niente rock'n'roll, qualche lacrima, e un malinconico sguardo al bancomat, forse la review è noiosa quanto lo è per me questo album, ma sono sicurissimo di essere una voce fuori dal coro rispetto a chi mastica molta contemporaneità e magari non ha mai ascoltato i veri Guns'fuckin'Roses, basta, vado a rimettere su "Appetite for Destruction", sarò fuori moda ma chi cazzo se ne frega.

Daniele Nuti