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THE DECEMBERISTS The King Is Dead

Anno di pubblicazione: Gennaio 2011

Etichetta: Capitol Record (U.S.) Rough Trade (EU)

Provenienza: Oregon (U.S.)

Genere: Indie Folk

Voto: ****

Brani migliori: Rise To Me, Rox In The Box, Down By The Water, All Arise!


Partiamo con una premessa: ci sono degli album belli e degli album innovativi, una delle due cose non comporta necessariamente né esclude a priori l'altra. Nel caso di The King Is Dead, sesta fatica in studio di Meloy e soci, ci troviamo di fronte a un a una delle più inaspettate, per quanto gradite, sorprese che questo inizio di 2011 ci abbia regalato. Bisogna anche ammettere che The King Is Dead è forse il lavoro musicalmente meno ardito dei Decemberists, e non perchè segna una netta svolta a favore della musica folk di stampo americano, ma anche perchè qua e là aleggiano fantasmi di atmosfere già sentite che rendono l'album di più facile ascolto rispetto ai precedenti. Nonostante Meloy abbia dichiarato di voler rendere omaggio con queste dieci tracce ad alcuni musicisti che sono stati da sempre sua fonte di ispirazione, quali gli Smiths di Morrisey (che nel 1986 pubblicavano l'album The Queen Is Dead) e i R.E.M., il cui chitarrista Peter Buck ha partecipato personalmente a tre brani di questo album (Don't Carry It All, Calamity Song e Down By The Water), non sono esattamente questi i nomi che ci vengono in mente ascoltandolo. Partiamo dal travolgente ritmo di Down By The Water, che ha anticipato l'uscita dell'album stesso, ricorda da vicino la musicalità di Bruce Springsteen nelle sue Seeger Sessions, anche senza il distintivo ruggito del Boss. Passiamo poi per la malinconia folk di Rise To Me, che sembra uscire direttamente da Hollywood Town Hall dei Jayhawks. C'è un tocco di Creedence Clearwater Revival nel giro di chitarra di All Arise! e un incedere assolutamente Dylaniano nell'introduzione di January Hyme. E poi, di fondo, c'è una somiglianza straordinaria tra la voce di Meloy e quella di un altro cantante pop punk reduce dall'imminente "crollo del 21 secolo". Quindi ricapitoliamo, un po' di Springsteen, quanto basta di Jayhawks e CCR, una spruzzata di Dylan, un tocco impercettibile di REM e Smiths, dosate con sapiente maestria, agitate bene ed ecco la contagiosa energia folk-rock di The King Is Dead.

Detto questo, non fatevi un'idea sbagliata: tornando alla nostra premessa, questo disco (che dopo soli otto giorni dalla sua uscita è arrivato meritatamente alla posizione numero uno nella classifica di Billboard) è un buon album che sin dal primo ascolto vi farà venire voglia di partire per un lungo viaggio on the road su strade solitarie e assolate, di cui The King Is Dead sarà il perfetto sottofondo; ma, probabilmente, rispetto al precedente The Hazards Of Love è un passo di lato, se non indietro, verso una strada più semplice (o se volete più commerciale).

 

 Francesca Ferrari